Massimo Blasi.
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I dieci incredibili avvenimenti che hanno cambiato la storia dell'antica Roma.
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2019. Newton Compton editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un viaggio lungo una storia millenaria per riscoprire il fascino immortale della Citt Eterna.
Quali sono i momenti pi importanti che hanno fatto di Roma la capitale di uno degli imperi pi longevi di sempre? In quali anni hanno avuto luogo gli episodi chiave della nostra Storia? E quali ne furono i protagonisti? Il fascino dell'antica Roma incanta da secoli i lettori di tutte le et. Questo libro ci guida alla scoperta degli snodi fondamentali della sua storia, non sempre noti, offrendo uno sguardo d'insieme e una panoramica completa, in un viaggio indimenticabile. Massimo Blasi, senza rinunciare alla bellezza delle fonti antiche (opportunamente citate) e alla piacevolezza del racconto, ci accompagna lungo la storia millenaria di Roma.
Uno straordinario viaggio in dieci tappe per conoscere ed esplorare la millenaria storia di Roma
I dieci avvenimenti contenuti nel libro:
Un salto, la fondazione di Roma.
Una cacciata, la fine di Tarquinio il Superbo.
Una raccolta, le Dodici Tavole.
Un pianto, la distruzione di Cartagine.
Un tradimento, il cesaricidio.
Un gioco di prestigio, il principato.
Una missione, la predicazione di Paolo.
Una cattura, la sorte di Valeriano.
Un sogno, l'impero cristiano.
Un saccheggio, il tramonto di Roma antica.
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L'AUTORE.
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Massimo Blasi (Roma, 1979), dottore di ricerca in Filologia e storia del mondo antico,  autore di numerosi articoli scientifici pubblicati su riviste italiane e straniere, di una monografia insignita nel 2012 del Premio Sapienza Universit Editrice (Strategie funerarie. Onori funebri pubblici e loro uso politico nella Roma medio e tardo repubblicana, 230-27 a.C.) e con Laura Zadra di una serie gialla ambientata nella Roma di Giulio Cesare (Quel che  di Cesare e I morti non fanno festa). Dopo un periodo alla cole des Hautes tudes en Sciences Sociales di Parigi, collabora con l'Universit di Roma La Sapienza e insegna materie umanistiche in un liceo romano. Con la Newton Compton ha pubblicato il monumentale L'incredibile storia degli imperatori romani.
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DEDICA. A Luca e agli Sbimbs. Ai ricordi.
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Non  facile decidere se sia pi l'Urbe a superare le citt a lei contemporanee, o il suo impero a superare tutti gli imperi del passato.
Elio Aristide, L'elogio di Roma 13, traduzione di F. Fontanella.
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Premessa.
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Quando mi  stato proposto di scrivere un libro che parlasse di storia romana attraverso dieci eventi cruciali, ho accettato di buon grado quella che mi appariva, e appare ancora!, una sfida ardua. Infatti la storia romana per estensione (conta nel complesso tredici secoli solo per la parte occidentale), per la complessit delle vicende narrate e per la lacunosit delle fonti pervenute  una delle pi insidiose da ripercorrere. Ma anche una delle pi suggestive. E con un buon insegnante o dei buoni testi pu sembrare persino semplice!  quanto mi accadde diversi anni or sono all'universit e il mio docente di allora, Augusto Fraschetti, la spiegava con i toni con cui un nonno racconta la favola al nipote per farlo addomentare, introducendo noi matricole alle vicende di Romolo, Remo, Cesare, Augusto e Costantino con la naturalezza di chi li frequenta da lunga data.
Dieci eventi, per, sono proprio pochi!, mi sono detto dopo aver accettato. Scegliere quali trattare e quali escludere (tutti gli altri) mi ha spinto a riflettere a lungo, a confrontarmi con altri studiosi, a sfogliare manuali e testi. Ovunque guardassi, tuttavia, pur trovando spunti interessanti, non riuscivo a scendere a dieci date, a dieci episodi.
Poi un giorno ho avuto un'idea, tanto banale quanto efficace: mi sono chiesto quali fossero per me i dieci eventi pi significativi, e non per gli altri. E cos, quasi di punto in bianco (per la verit, in bianco perch mi ci  voluta qualche notte insonne...), sono arrivato a una lista n di nove n di undici, ma dei sospirati dieci.
La fondazione non poteva mancare, perch se Romolo non avesse tracciato il pomerio, la storia romana non sarebbe neppure esistita. Ugualmente, dovevo includere anche la cacciata dell'ultimo re (o di quello creduto tale), perch la sua fine ha rappresentato nella coscienza dei Romani la fine della monarchia e la nascita della res publica che avrebbe dominato il mondo per cinquecento anni. Non potevo, tuttavia, ignorare neanche eventi pi propriamente connessi con la cultura, perch la storia di Roma non  solamente una storia di lotte e conquiste,  anche la storia di una civilt avanzata, madre di quella europea. Ecco allora che la codificazione delle Leggi delle Dodici Tavole doveva avere un suo capitolo. D'altra parte, si tratt della prima messa a punto di leggi in parte preesistenti, mattoni su cui sarebbe sorto tutto quel sapere giurisprudenziale romano destinato ad arrivare sino ai giorni nostri. Se avessi, tuttavia, continuato cos, a scegliere eventi della massima risonanza, avrei rischiato di raccontare storie gi note a molti lettori; pertanto, diversamente da quello che pure avevo inizialmente pensato di fare, ho deciso di non includere Annibale e i suoi elefanti, ma di narrare l'ultima fase delle guerre fra Roma e Cartagine, la meno nota ma al contempo la pi significativa: la distruzione della citt punica nel 146 a.C. Ho deciso di farlo partendo dalle (presunte) lacrime del suo carnefice, il generale Scipione Emiliano, e dalla riflessione escatologica sul destino degli imperi, un tema cos caro agli Antichi. Ho poi amato tornare su un argomento noto,  vero, ma spesso trattato con pochissima adesione alle fonti antiche, vale a dire il delitto di Giulio Cesare, giro di boa che segnava la fine di un'epoca, la res publica, e l'inizio di un'altra, il principato. A questo notissimo assetto politico ho dedicato il Capitolo successivo, dal momento che la storia dell'impero romano  in primo luogo la storia dell'imperatore Augusto. Quest'uomo, del quale ci sfugge ancora molto, fu senz'altro uno dei pi abili politici della storia, un prestigiatore di notevole abilit che con una mano schiacciava l'antico ordinamento repubblicano e con l'altra faceva credere a tutti di salvarlo. La storia di Roma  per anche la storia del Cristianesimo. Nell'indecisione iniziale di trattare della nascita di Ges o della diffusione della sua parola, mi sono risolto a scrivere della seconda, seguendo le orme di Santo Mazzarino e della sua meravigliosa rivoluzione spirituale, opera di san Paolo di Tarso, l'uomo dalla doppia cittadinanza romana e giudea, che rese il Cristianesimo la religione pi seguita del tempo. Da allora l'impero romano non sarebbe stato pi lo stesso: la nuova religione minava alle fondamenta lo Stato che poggiava sull'antica fede e ne annunciava la Modernit. Impossibile, dunque, non accordare a san Paolo uno dei dieci capitoli. La storia imperiale  per densa anche di molti altri avvenimenti importanti. Tutti, pochi esclusi, avrebbero meritato un posto nel libro. Di fronte a questo scoglio ho optato per una scelta insolita, ma ragionata: la cattura dell'imperatore Valeriano. Poco nota, la fine che egli fece dovette avere tuttavia una ripercussione violenta sull'impero. I Romani avvertirono la loro caducit. Le lacrime dell'Emiliano di fronte alle macerie di Cartagine, nelle quali scorgeva la medesima sorte che attendeva anche Roma, sembravano adesso molto pi di un aneddoto: una profezia destinata ad avverarsi. D'altra parte, perch non parlare di Valeriano solo perch (all'apparenza) si tratterebbe di un episodio minore? La storia  scritta da pochi ma fatta da tutti e, anche se nelle fonti non troviamo spazio per le emozioni, essendo i resoconti spesso incentrati sugli eventi e meno sugli animi dei protagonisti, pure gli uomini di allora avevano un cuore proprio come noi. Cos Valeriano ha ottenuto uno dei dieci capitoli. Fu invece durante una passeggiata attraverso il quartiere Flaminio che ho avuto l'idea di scrivere un capitolo sulla battaglia di Ponte Milvio: quel ponte che oggi brilla ricoperto di lucchetti al punto da sembrare un (disgraziato) astro di Venere,  legato a un evento di cruciale importanza (forse, a onor del vero, pi per gli storiografi cristiani che vi colsero una prova ulteriore dell'esistenza di Dio). Il sogno di Costantino i il Grande, cos in linea con la cultura romana popolata di premonizioni e profezie, si sarebbe adattato bene allo spirito di un volume che vuole informare e divertire. Restava solo un capitolo, l'ultimo. Questa volta si  trattato di scegliere tra il Sacco del 410 d.C. e la deposizione di Romolo Augustolo nel 476 a.C. Dal momento che dell'ultimo imperatore d'Occidente (piuttosto, un usurpatore!) mi ero gi occupato in un mio precedente libro, ho optato per il saccheggio operato dai Goti di Alarico. E poi, in tutta onest, al di l della mia personalissima antipatia per Romolo Augustolo, non fu certo questo ragazzino sbarbatello mandato in esilio a segnare la caduta (silenziosa) dell'impero romano d'Occidente. Semmai, ben pi significativa fu l'invasione gotica, anche alla luce del destino barbarico di Roma.
La scelta era fatta! Non restava che scrivere il libro (una sfida ben pi complicata della selezione dei temi). Ma adesso che  finito lascio a lui la parola, sperando di non deludere le aspettative dei lettori bens di accompagnarli in un viaggio lungo secoli.
Il viaggio  cos strutturato. In una prima parte sono raccolti i capitoli relativi ai dieci momenti della storia di Roma che si  deciso di trattare. Seguono le conclusioni e quattro appendici: la prima contiene una breve descrizione delle fonti letterarie e iconografiche utilizzate; la seconda offre un glossario dei termini tecnici o difficili impiegati durante il volume (e contrassegnati da un asterisco), dei quali si fornisce un'agile spiegazione; la terza una cronologia essenziale dei principali eventi della storia romana, per permettere un'immediata contestualizzazione di quelli raccontati nel volume; la quarta, cenni biografici dei personaggi menzionati nel corso dei capitoli, a eccezione di quelli principali. Chiudono il volume una bibliografia essenziale e ragionata degli studi fondamentali utilizzati e di quelli che dovrebbero essere letti da quanti vogliano saperne di pi, gli indici e, immancabili, i ringraziamenti.
Ci detto, non resta che augurarvi una buona lettura.
Massimo Blasi.
Roma, 2 giugno 2019.
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I dieci incredibili avvenimenti che hanno cambiato la storia dell'antica Roma.
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1. Un salto, la fondazione di Roma (anno 753 a.C.).
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Gareggiavano per chiamare la citt Roma o Remora.
Tutti i loro uomini si chiedevano chi sarebbe stato Re.
Ennio, Annali 1, frammento 47.
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Immagine: Romolo e Remo osservano il volo degli uccelli. Incisione rinascimentale.
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Quando si parla della fondazione di Roma la mente vola a Romolo, il gemello divino che ne tracci il sacro perimetro, segnando l'inizio della citt e della sua storia millenaria. Eppure, come insegnava uno dei pi acuti storici italiani, Augusto Fraschetti,  con lo sfortunato fratello di Romolo, Remo, che tutto ebbe inizio. Pi precisamente, da un suo gesto di arroganza punito con la morte. La storia prese le sue mosse, dunque, da un fratricidio e il fondatore non sarebbe, in fondo, che un assassino. Una storia delle peggiori ma anche una delle pi gloriose e lunghe d'Occidente.
Prima di entrare nel vivo del discorso e lasciare la parola agli Antichi, occorre fare una premessa. Quando si parla di fondazione di Roma si parla di mito, o di fabula, e non di storia. La cosa, seppure possa sembrare un dettaglio, dettaglio non , perch a differenza della narrazione storica nel mito le varianti, o diverse versioni di uno stesso evento, non si escludono a vicenda.  cos che i racconti di Tito Livio, Ovidio, Dionigi d'Alicarnasso e Plutarco intorno alla nascita di Roma cozzeranno inevitabilmente gli uni con gli altri, senza che si possa scegliere una versione vera e scartare, cos, le altre. Con buona pace di tutti.
Quando una pudica vestale di nome Rhea Silvia si un al dio Marte e diede alla luce - lei che doveva rimanere vergine! - due gemelli, non immaginava di certo le conseguenze di quel gesto scellerato. Il suo perfido zio Amulio, fratello del re di Alba Numitore, fece rapire e abbandonare lungo il fiume i gemelli ancora in fasce, poich temeva per s e per il proprio potere, minacciati (credeva) dai due infanti. Contrariamente a ogni sua pi rosea previsione, il dio fluviale Tiberinus non li inghiott. Una lupa raminga li trov sotto un fico. La scelta della pianta non  casuale: il fico, infatti, secerne un liquido biancastro che a prima vista ricorda il latte e che veniva impiegato dai Romani nella realizzazione di prodotti caseari. La pianta, poi, era sacra alla dea Rumina, dea dell'allattamento. In breve, non si poteva trovare albero pi adatto per i gemelli.
Anzich sbranarli, la lupa li port in una grotta e li allatt, assicurandone la sopravvivenza. Infatti, non si tratta di un esemplare feroce, ma solamente selvaggio. Gli autori antichi stessi lo sottolineano ripetutamente. Dionigi d'Alicarnasso e Plutarco la paragonano a una madre che, persi i propri cuccioli, diede il proprio latte ai gemelli. Ovidio addirittura si spinge a dire che la belva  meglio degli esseri umani, perch aveva salvato due bambini che un uomo (Amulio) aveva condannato a morte. Una sorta, diremmo, di animalista ante litteram. La lupa avrebbe plasmato (gli autori latini utilizzano il verbo fingere) i piccoli, come le madri fanno con i propri figli, perch assumano quella forma che avranno crescendo grazie alle carezze e a tante (piccole o grandi) attenzioni. Cos fece anche il picchio, che insieme alla lupa si occup dei gemelli.
D'altra parte, a ben pensare, Romolo non fu certo il solo a venire allattato da un animale. La storia  piena di esempi e lo stesso Giacomo Leopardi lo fa notare all'inizio delle sue Piccole opere morali, quando dice, parafrasandolo, che i primi uomini a popolare la terra furono creati tutti allo stesso tempo e che erano dei bambini nutriti da api, capre e colombe, al modo in cui era stato allevato lo stesso Giove. Nella letteratura, in effetti, di esempi non ne mancano: Ciro, re dei Persiani, era stato allattato da una cagna, Telefo invece da una biscia, il profeta Elia da dei corvi, e lo stesso Ges, riscaldato dal bue e dall'asinello (che non lo nutrirono ma lo accudirono). Il sostegno degli animali proverebbe quello della Natura nei confronti di individui speciali che, proprio come Romolo, avrebbero apportato dei cambiamenti significativi nel mondo degli uomini, per esempio fondando una nuova citt.
Certo, non sempre la scelta della lupa  stata accolta con favore. Pompeo Trogo, per esempio, vi rintracciava alcuni tratti peculiari dei Romani, quali la voracit e la ferocia. Per quanto la storiografia filoromana tendesse a fare dell'animale una bestia docile, per tutti gli altri restava una lupa, e i Romani, soprattutto se si era contro di loro, rimanevano dei conquistatori implacabili.
La lupa mentre allatta Romolo e Remo in un'incisione tratta da Monumenti scelti della Villa Borghese descritti da Antonio Nibby, 1832.
La lupa, per la sua rilevanza culturale e simbolica,  stata pi volte rappresentata sia in et antica che in et moderna. Celebre, si pensi,  il gruppo bronzeo (di incerta datazione) noto come La lupa capitolina e raffigurante l'animale nell'atto di allattare i gemelli, oggi conservato ai Musei Capitolini di Roma. O ancora, si pensi al dipinto di Pieter Paul Rubens dal titolo Romolo e Remo allattati dalla lupa (1616), sempre ai Musei Capitolini e a Le storie della fondazione di Roma (1590-1591), un fregio affrescato dai fratelli Carracci dietro commissione di Lorenzo Magnani per palazzo Magnani, a Bologna. La memoria della fondazione ispir anche opere di et fascista, ovviamente, come l'affresco murale di Giorgio Quaroni del 1939-1940, La fondazione di Roma, nel Palazzo Uffici nella sala Quaroni. Una lupa, quella romana, protagonista dell'arte, non solo della storia, e che rappresenta efficacemente la duplice natura della futura citt: feroce e accogliente. Perch, tuttavia, la madre dei gemelli, la vestale Rhea Silvia, non compare praticamente mai insieme a loro e al suo posto si trova, appunto, la belva? Per qual motivo, in altre parole, i Romani misero un animale anzich una sacerdotessa alle origini della loro stirpe, origini celebrate nella festa dei Lupercalia (15 febbraio) che traeva il nome dalla lupa che allatt i bambini?
Torniamo alla storia dei gemelli. Quando un pastore di nome Faustolo li vide, li prese subito con s. Sua moglie Acca Larenzia ne sarebbe stata contenta, pens, dal momento che non poteva avere figli. E in effetti Acca li accolse con amore e li crebbe come una vera madre, indipendentemente dalla sua professione. Secondo alcuni, infatti, la donna sarebbe stata una prostituta, avendo il termine latino lupa proprio questa accezione ed essendo molte, peraltro, le analogie tra la belva e le meretrici: la prostituta  detta lupa per la sua voracit, perch prenderebbe e trascinerebbe via con s gli sfortunati (Isidoro di Siviglia, Etimologie 18, 42, 2), intendendo per malcapitati i mariti, ai quali verrebbero cos portati via i risparmi. Eppure i Romani posero comunque una lupa, bestia o prostituta, alle loro origini. La lupa intesa come animale era un modo per rappresentare un'et dell'oro nella quale si viveva allo stato di natura, all'ombra di una Natura che proteggeva i Romani; come prostituta, invece, rimandava alla natura composita e mista del sistema sociale romano stesso, in quanto i gemelli nascevano da un dio ma erano stati allevati da una lupa, un picchio e una prostituta. L'asilo che Romolo istitu per accogliere a Roma gli scarti dei villaggi vicini ribadisce questo aspetto tutto romano di una societ mista.
La pi antica e forse nota raffigurazione dei divini gemelli  sul rovescio dello specchio di Bolsena, datato al quarto secolo a.C. Al centro ci sono Romolo e Remo, al riparo delle zampe della lupa nell'atto di allattarli. Alla destra si riconosce un uomo con la lancia, Latino (fondatore dei Latini), e alla sinistra un altro, ma vestito rozzamente e dall'aspetto bestiale, il dio Fauno. Romolo guarda il primo, che lo indica come a dire che sar lui a fondare Roma, mentre Remo guarda il secondo, dio di quel mondo animale cui il gemello apparteneva (ricordiamo, infatti, che era lui quello che viveva come una fiera). Al di sotto c' un lupo, personificazione di Fauno, mentre sullo sfondo la grotta dove i gemelli furono allattati, il lupercale, e Faustolo insieme ad Acca. Infine, in alto, sull'ultima parte dello specchio, si scorge la ficus ruminalis con due uccelli sui rami: un picchio e una civetta, rispettivamente l'uccello-simbolo di Marte, padre dei gemelli, e di Vesta, la dea del focolare. Questa  quella che l'archeologo Andrea Carandini non esita a definire la realt teologale dei figli di Rhea Silvia, aggiungendo:
Non compare, fatto strano, data l'epoca dello specchio, Enea, per cui la rappresentazione resta fedele allo strato pi antico della saga delle origini (anteriore all'inizio del vi secolo a.C.), testimoniando cos la pi antica e autentica tradizione mitica indigena, che evidentemente sopravviveva nella media repubblica accanto a quella che ai re divini degli Aborigeni - dal sapore ritenuto troppo primitivo - aveva preferito eroi troiani (A. Carandini, Roma: il primo giorno, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 33).
Tornando alla tradizione, i due li crebbero nel migliore dei modi possibili. I ragazzi furono mandati a studiare a Gabii per imparare la scrittura e quant'altro i nobili apprendevano. Dei due, Romolo apparve da subito come il gemello con un'innata capacit di giudizio e un'acuta intelligenza politica, predisposto al comando. Ebbe cos inizio la fanciullezza, una fanciullezza spensierata e avventurosa, trascorsa tra assalti ai banditi e scontri con belve feroci. Questo almeno finch un attacco di predoni segn un'improvvisa inversione di rotta.
Secondo lo storico augusteo Dionigi d'Alicarnasso, per noi fonte preziosa, dei predoni fecero irruzione ad Alba; il motivo parrebbe essere una controversia tra pastori, frequente al tempo. Fu in quell'occasione che Romolo e Remo, dopo alterne vicende di cui non  possibile dare conto in questa sede, uccisero il malvagio zio Amulio, restituirono la citt al buon Numitore e liberarono la madre Rhea Silvia dalla prigione nella quale era rinchiusa da vent'anni. A fornircene il racconto  sempre Dionigi:
Le spade nascoste sotto le vesti, entrarono a Palazzo: era davvero un gruppo di uomini forti. Quando con un assalto massiccio ebbero forzato l'ingresso scarsamente difeso, uccisero senza difficolt Amulio, quindi presero possesso della rocca (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 1, 83, 3).
Pare che fosse stato Numitore a suggerire ai ragazzi di fondare una nuova citt: Roma.
Gli Antichi (e, conseguentemente, i moderni) hanno a lungo discusso sul consiglio che il re di Alba diede ai gemelli, giungendo alla conclusione che Numitore volesse sbarazzarsi, ma con diplomazia!, di Romolo, Remo e dei loro amici pastori, di fatto dei selvaggi, come non manca di sottolineare il biografo di et flavia Plutarco (anche se non sono da escludersi motivazioni anche di ordine demografico e, dunque, non solamente ideologico).  sempre lui a spiegare la logica seguita dai ragazzi nel costituire un nuovo centro abitato: accogliere chiunque, gente onesta e pochi di buono, indistintamente (d'altra parte, non era consentito fare gli schizzinosi). A tal fine Romolo e Remo (ma secondo alcuni il solo Romolo) istituirono un luogo consacrato al dio Asylaios e lo chiamarono, appunto, Asylum, un nome che bene rendeva l'idea della funzione che avrebbe avuto. Posto tra due boschetti sul Campidoglio o, come riportano alcune fonti, tra la rocca e il Campidoglio (o tra il tempio di Giove Ottimo Massimo e quello di Giunone Moneta), a esso si accedeva da una porta lasciata sempre aperta, la Pandana, proprio perch potesse trovarvi riparo chiunque lo volesse. A ben vedere, si tratt di un'operazione di marketing comune anche ad altre citt dell'Italia antica, come Tito Livio non manca di sottolineare: ben presto tutti quegli individui che la societ respingeva andarono a Roma e la citt che Romolo e Remo volevano (o erano ormai costretti, perch Numitore non li voleva con s?) fondare aveva gi un corpo cittadino, seppure di discutibile rettitudine morale. Plutarco poteva dunque parlare di una prima fondazione da parte di entrambi i gemelli e non del solo Romolo, che invece viene riconosciuto come unico ecista dagli altri storici. Dunque, una parte della tradizione riteneva che Roma avesse conosciuto due fondazioni (cosa, sia chiaro, che non pu n deve essere esclusa a priori).
A ogni modo, Romolo e Remo, i gemelli scampati alla morte quando erano ancora in fasce, che avevano vissuto una fanciullezza serena, che avevano salvato la madre e il nonno dal crudele zio e radunato cos tante persone nel loro Asylum, nonch fondato la citt pi grandiosa d'Occidente, a un certo punto dovettero ricevere una visita da Erys, la dea della discordia, perch i loro rapporti si guastarono.  suggestivo il modo in cui si  tentato di spiegare questo repentino cambio di rotta. Ci fu chi pens a un veleno, a una brama irrefrenabile di regnare ciascuno da s, un male che Romolo e Remo avevano ereditato dallo zio Amulio che, come si  detto, aveva spodestato il fratello Numitore. Una spiegazione, dunque, psicologica, o addirittura genetica; nulla che debba sorprenderci, appena ci si fermi a considerare il peso che il sangue aveva nella societ antica. Esso era alla base del ghnos - la famiglia - e la famiglia era tutto, l'alpha e l'omega della vita di un individuo. Logico che nel sangue (e pertanto nella ereditariet dei caratteri che esso garantiva) si credesse possibile rintracciare la causa di ogni male.
Quel male assunse da principio la forma di un lieve dissapore quando Romolo e Remo dovettero scegliere dove sarebbe sorta la loro nuova citt. Romolo pensava al Palatino, mentre Remo a un colle che le fonti chiamano Remoria - dal nome del giovane - ma la cui identificazione  incerta. Sarebbe stato il nonno Numitore a consigliare come appianare quel diverbio: bastava lasciare decidere agli di. Un consiglio giusto, se non fosse per la sua (ardua) messa in pratica. Come interpretare il volere dei Superi? Romolo e Remo, figli del dio Marte, avevano innata la capacit di interpretare il volere divino e, in quanto discendenti dei re albani, sapevano interpretarlo attraverso il volo degli uccelli. Vale a dire richiedere al cielo un verdetto e, va da s, saperlo decifrare.  quello che tecnicamente si chiama auspicium, dal latino avis e spicio (rispettivamente uccello e osservo), perch erano gli uccelli a rivelare agli uomini il volere degli di (chi altri pi di loro, che al cielo appartengono?). Ma nel caso dei gemelli furono uccelli del malaugurio: avvoltoi. Il consiglio di Numitore non port nulla di buono.
Tuttavia, scoprire la volont degli di non era cos semplice. In primo luogo bisognava creare un recinto di dieci metri quadrati con tanto di nove cippi iscritti e al quale andava il nome latino di templum (dal greco tmno, taglio). Il cippo di nord-est indicava il volo pi favorevole degli uccelli (e infatti recava le parole bene iuvante ave, in riferimento appunto all'avis, uccello, appunto beneaugurante, che si trovava ad attraversarne l'area). Romolo e Remo, ciascuno sul proprio colle e ciascuno dotato del suo lituus (bastone-tromba), prendevano posto nel mezzo del lato ovest del templum e tenevano lo sguardo a est, sino all'orizzonte, luogo dove sorgeva il monte Albano con l'antichissimo culto di Giove Laziare. Se gli uccelli attraversavano lo spazio visivo volando da nord-ovest allora significava che gli di erano favorevoli, altrimenti no.
Aruspici in osservazione. Da un affresco in una tomba di Vulci.
Romolo prese dunque posto sul Palatino (secondo alcuni, sull'Aventino maggiore), Remo sull'Aventino (o nella ignota localit dei Remoria) e attesero gli avvoltoi. A Remo, per primo, ne apparvero sei. A Romolo dodici, per in un momento successivo (e all'alba, fase del giorno particolarmente consigliata per prendere gli auspici). Il cielo aveva inviato una risposta e i gemelli possedevano, si  detto, la dote innata di prendere gli auspici e interpretarli. Ma questa volta il problema non stava tanto nel significato del volo o della tipologia di uccelli, quanto nei tempi. Infatti, chi doveva essere considerato il vincitore? Colui che li aveva avvistati per primo o quello che ne aveva avvistati di pi? Iniziarono cos a discutere e quella fu la prima contesa del mondo romano, una contesa cos accesa che n le parole n gli stessi di riuscirono a placare. Fu allora che, per errore, Romolo uccise Remo. Ma questa  solo una versione della storia e neanche la pi celebre. Ne esiste un'altra, infatti, ben pi diffusa e che conobbe una maggiore fortuna tra gli Antichi.
Romolo e Remo, convinti ciascuno di avere ricevuto il permesso dagli di di fondare la nuova citt, si misero al lavoro. Romolo sul Palatino e Remo sull'Aventino (o nei Remoria). A un certo punto, Remo volle andare a vedere a che punto fosse il fratello:
Remo inizi a disprezzare le umili mura / e a dire: il popolo sar al sicuro con queste? / e senza esitare le scavalc. Celere colpisce a morte il temerario con la marra; / quello, cosparso di sangue, preme la dura terra (Ovidio, Fasti 4, 841-844).
Non  dato sapere con esattezza chi lo uccise, se il fratello oppure uno dei suoi seguaci, il Celere ricordato da Ovidio, ma  nota la ragione del suo assassinio: Remo avrebbe oltrepassato con un salto le (ancora) basse mura poste da Romolo, per prendersene gioco (o, per citare La Citt di Dio di sant'Agostino, per prendersi gioco dei signa culturae, i segni della cultura, che quelle mura rappresentavano) e cos dimostrare che la sua citt non era in grado di difendersi dai nemici. Remo si era comportato da nemico, dunque. Come i nemici, aveva scavalcato le mura, anzich attraversarle dalla porta. Questa storia dimostra che il piccolo muro sorto accanto alla fossa era considerato gi perfettamente funzionante dal punto di vista giuridico-religioso. Insomma, nonostante le apparenze, c'era poco da scherzare.
Qualunque fosse il motivo della sua morte e chiunque ne fosse responsabile, la dipartita di Remo permise a Romolo di fondare, da solo, la citt. Una morte, la sua, destinata a divenire la pi celebre della storia romana, a radicarsi nella memoria collettiva con una tale forza da costituire alla fine della Repubblica la spiegazione pi accreditata delle guerre civili che andavano da Mario e Silla a Marco Antonio e a Ottaviano. Se alle porte dell'impero Roma era avvelenata dagli scontri tra concittadini era perch molti secoli prima Romolo aveva ucciso Remo. Una spiegazione che a noi pu far sorridere, ma che per i Romani era assolutamente verisimile. Si pensi al poeta Orazio:
 cos: un destino amaro perseguita i Romani / e la colpa dell'uccisione fraterna, / come a terra fu versato, / maledetto per i discendenti, il sangue innocente di Remo (Orazio, Epodi 7, 17-20).
In un modo di fondo non diverso, in et antica le guerre combattute da Roma contro Cartagine (264-146 a.C.) venivano fatte risalire ai difficili rapporti tra Enea - da cui discendeva la stirpe che fond Roma - e la regina africana Didone. Quando Didone si gett sulla pira ardente perch l'amato Enea l'aveva abbandonata e, prima di morire, maled il troiano e la sua gente, di riflesso in et storica i rapporti tra le due potenze mediterranee furono segnati per sempre da un'ostilit insanabile, almeno secondo la mentalit degli Antichi, che credeva nella verticalit delle colpe, colpe che potevano attraversare secoli e generazioni per colpire con precisione quasi chirurgica.
Se, tuttavia, entrambe le versioni sono da intendersi come aitia, vale a dire racconti costruiti post-eventum per spiegare una data situazione in piena et storica (dal greco antico, aition, causa), ricercandone, fantasiosamente, le ragioni, forse l'interpretazione pi vicina al vero  da rintracciarsi nel semplice bisogno di Romolo di impedire al fratello l'ingresso nella citt, perch Remo non apparteneva al mondo ordinato e composto dell'Urbs, ma a quello disordinato e selvaggio della Natura. Occorre infatti ricordare che era stato Remo a consumare della carne semicruda, senza cuocerla e senza nemmeno aspettare il fratello (come da accordi), e che era stato sempre lui, in quella medesima occasione, a non lasciare nulla agli di, dando prova di una condotta ferina e certo indegna di una persona. La sua morte potrebbe dunque spiegarsi con la necessit per Romolo di tenere fuori un essere che non poteva far parte della citt, in quanto connesso con il mondo feroce ed extraurbano dell'Oltremuro. D'altra parte, Remo era un lupercus, un membro del sacerdozio consacrato alla grotta in cui la Lupa lo aveva allattato; nulla di sorprendente se in et storica i luperci erano costretti a correre intorno al Palatino senza potervi entrare. Il mondo della citt andava tenuto distinto dal restante, andava protetto. Il mito dell'assassinio di Remo presenterebbe, dunque, uno scopo preciso, una funzione sociopoietica, per dirla con Francesco Remotti, nel senso che esso fonderebbe la prima realt sociale della citt di Roma, una realt urbana opposta a quella selvaggia del di fuori, opposizione che in latino si indicava appunto con i termini Urbs - Ager, due termini chiave del diritto antico. Un'opposizione sempre valida, ancora in et pienamente storica, quando esistevano due poteri diversissimi tra loro, l'imperium militiae* e l'imperium domi*. Il primo, militare, era esercitato fuori Roma, e il secondo, civile, all'interno. Poteri cos distinti che un magistrato dotato del primo doveva prendere gli auspici prima di entrare in citt e uno dotato invece del secondo doveva fare la stessa cosa per uscirne.
Sempre secondo Ovidio, Romolo, che come si  detto per una parte della tradizione non era stato l'assassino del fratello, concesse a Remo un funerale (in quell'occasione pare che le sue lacrime fossero sincere). Fu proprio al ritorno dalla cerimonia che i genitori adottivi del defunto, Faustolo e la moglie Acca Larenzia, si addormentarono e fecero un sogno inquietante, come nella pi classica tradizione romana. Nella Roma antica i sogni erano sempre messaggi inviati dagli di o, come in questo caso, dai morti. Cos Remo, ricoperto di sangue e addolorato per la sua brutta (e prematura) fine, preg i genitori di chiedere a Romolo un favore: istituire una festa in sua memoria. Il gemello, appreso del sogno, acconsent e cre la festa dei Lemuria, dal nome dei lemures (gli spiriti dei morti ammazzati), che con un lieve mutamento di suono viene anche ricordata come Remuria, da Remo. A partire da quel preciso momento tutti i mesi di maggio e per tre giorni il capofamiglia gettava delle fave nere per placare i lemures, che ne erano ghiotti.  Ovidio, autore tra le altre opere dei Fasti, a parlarcene in un passo di potente suggestione:
Quando  mezzanotte e il silenzio invita al sonno,
e voi, cani e uccelli dai mille colori, tacete,
quello che ricorda l'antico rito ed  timoroso degli di si alza,
a piedi scalzi, e fa segnali serrando le dita con il pollice in mezzo,
affinch un'ombra leggera non si faccia incontro a lui silente.
E dopo che ha purificato le mani detergendole nell'acqua di fonte,
si volta e prima raccoglie fave nere,
e poi se le getta alle spalle e nel farlo dice: Queste lancio
e con queste fave redimo me e la mia famiglia.
Ripete questa formula per nove volte senza mai guardarsi indietro: si pensa che l'ombra Le raccolga e, senza essere vista, lo segua.
Di nuovo quello tocca l'acqua, fa vibrare i bronzi di Temesa,
e chiede che l'ombra esca da casa sua.
Dopo aver detto per nove volte Mani paterni, andate via,
si volta e ritiene il rito avvenuto con purezza (Ovidio, Fasti 5, 429-444).
Era quello, si credeva, il solo modo per tenere gli spiriti in cerca di vendetta lontani dalle case e dalle famiglie. Una festa ben diversa, i Lemuria, da quella per i morti pacificati, i morti bene, celebrati invece dal 13 al 21 febbraio in occasione dei Parentalia, la festa in onore dei Di Parentes, i defunti della casa.
Romolo pot dunque fondare la citt. L'operazione, complessa, ci viene descritta minuziosamente da Dionigi d'Alicarnasso (Storia di Roma arcaica 1, 88). Lo storico greco racconta che Romolo prese gli auspici e, come vide che erano propizi, fece passare i suoi uomini su dei roghi accesi, perch il fuoco li purificasse. Quindi tracci il perimetro della citt, una linea di forma quadrangolare, grazie all'ausilio di un aratro trainato da un toro e da una giovenca, animali che al termine dell'operazione provvide a sacrificare. Sulla forma del perimetro, che dunque conteneva la primissima Roma, tra gli Antichi non c' concordia (d'altra parte, non c' mai). Se infatti secondo Dionigi era quadrato, per Plutarco non poteva che essere circolare in quanto riproduceva la forma della fossa, prossima al Comizio, nella quale Romolo aveva ritualmente seppellito le primizie e quanto era utile alla fondazione (dunque anche il suo lituo, il bastone ricurvo?), comprese le zolle della terra di origine di quanti si erano trasferiti a Roma. Un atto dall'alto valore simbolico, perch rappresentava l'unione tra genti diverse. A questa fossa fu dato il nome di Mundus, che significa cielo e cosmo, poich rappresentava una nuova nascita dal sapore cosmogonico (come, cio, quella del Mondo, perch Roma era in fondo il mondo dei Romani). Lo storico delle religioni Mircea Eliade scrive al riguardo:
La Roma quadrata fondata da Romolo, ricostruzione ideale della Roma arcaica, tratta da Antiquae Urbis Romae cum regionibus simulacrum, di M. Fabio Calvo.
Qualsiasi nuova fondazione umana , in un certo senso, una ricostruzione del mondo [...] La creazione del mondo  iniziata da un centro, e per questa ragione la costruzione della citt deve anch'essa svilupparsi intorno a un centro (M. Eliade, Trait d'histoire des religions, p. 315).
I cittadini provenivano da terre diverse e non erano nati a Roma. Una concezione, dunque, molto lontana da quella di Atene o di Tebe, dove  la terra che genera gli abitanti, nel senso che non si pu essere abitanti di un luogo in cui non si  nati. Dopotutto, a ben guardare,  anche questa la forza di Roma, in termini di potenza civile e militare: ignorare concetti come purezza etnica e concedere la cittadinanza anche agli stranieri, per accoglierli e integrarli, farne nuovi Romani, e non respingerli.  un poeta tardoantico, Rutilio Namaziano, che, seppure di fronte al decadimento di Roma, ne canta la grandezza della missione civilizzatrice:
Hai fatto di genti diverse una sola patria, / la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi: / offrendo ai vinti l'unione nel tuo diritto / hai reso l'orbe diviso unica Urbe (Rutilio Namaziano, Il Ritorno 63-66, trad. di A. Fo).
Questa prima Roma per una parte della tradizione antica, prevalentemente greca, coincideva con il Palatino e si chiamava Roma quadrata (con buona pace di quanti la volevano rotonda). Solo successivamente Romolo la estese, portando cos alla Roma che noi conosciamo, quella centrata sul Foro. Non mancano tuttavia autori antichi che ritengono che la Roma quadrata fosse piuttosto un monumento localizzato nei pressi dell'area Apollinis, la zona del tempio di Apollo sul Palatino, e per parte della critica moderna questo monumento coincideva con il Mundus stesso. Per costoro si trattava di un monumento composto da una parte superiore e da una inferiore (una specie di cavit sotterranea a volta) chiusa al popolo in quanto consacrata agli di Mani, divinit infere. Per alcuni storici e archeologi, invece, la Roma quadrata era l'auguratorium, vale a dire la postazione dalla quale Romolo avrebbe avvistato i dodici avvoltoi. Non sorprende se l'imperatore Augusto, il primo imperatore nonch quello che meglio conosceva il potere delle immagini e della memoria, incorpor nella propria casa sul Palatino l'auguratorium: ci dovette essere perch coincideva, probabilmente, con la Roma quadrata e conteneva il Mundus. Come dire che la casa del principe racchiudeva il cuore antico di Roma.
La prisca Roma era, si  detto, racchiusa dal solco che Romolo aveva tracciato con l'aiuto di un aratro di bronzo. Questa operazione, eseguita seguendo il rito etrusco, viene descritta da Catone il Censore e appare di per s estremamente particolare, dal momento che non si trattava di tracciare un semplice solco, ma di delimitare il confine sacro della nuova citt. Ecco cosa scrive l'erudito Servio, riportandoci le parole del Censore:
Catone afferma che in origine si era soliti tracciare il perimetro della citt con un aratro: i fondatori aggiogavano un toro a destra e una vacca dalla parte interna e, cinti secondo il rito gabino, cio con una parte di toga che ricadeva sul capo e un'altra che cingeva la vita, tenevano la stiva inclinata affinch tutte le zolle finissero all'interno. E con un simile solco tracciavano il percorso delle mura, avendo cura di sollevare l'aratro laddove avrebbero posto le porte (Servio, Commento all'Eneide 5, 755).
Secondo alcuni studiosi questo perimetro, il solco, coincideva con un altro fossile della prima Roma, il pomerium. Per pomerio si intende non un muro, ma una cinta sacra, una linea invisibile eppure rispettata (o un'area, secondo altri) e marcata dalla presenza di cippi terminali, che divideva la parte interna della citt, l'urbs, dove vigeva il potere civile, da quella esterna, l'ager, sede invece del potere militare. Cosa distinguesse il pomerio non  poca cosa (n di immediata comprensione). Ci limiteremo a dire che questo confine sacro in primo luogo operava una separazione netta tra il potere esercitato dal magistrato dentro la citt (imperium domi*) e quello esercitato invece all'esterno (imperium militiae*), poteri evidentemente molto diversi, al punto che se un magistrato voleva uscire dalla citt doveva auspicare, cio scrutare il cielo, in cerca di segni favorevoli che lo autorizzassero a passare, letteralmente, da un mondo a un altro. Cos per il magistrato dotato di potere militare l'ingresso in citt non poteva avvenire senza prima averlo deposto e lo stesso valeva per gli eserciti, costretti a riunirsi fuori anche in occasione dei comizi centuriati (le assemblee nelle quali i cittadini, in armi, votavano, tra le altre cose, i magistrati maggiori, come pretori*, consoli* e censori*), a eccezione che per il trionfo, una cerimonia squisitamente religiosa.
Il pomerio serviva anche a un'altra funzione: tenere lontano dalla citt sacra tutto ci che aveva a che fare con la morte. Era infatti obbligatorio lasciarne fuori i cadaveri, la cui cremazione e sepoltura erano vietate in citt gi dai tempi delle Leggi delle Dodici Tavole (v secolo a.C., per le quali si veda il Capitolo iii) - con l'eccezione delle sacerdotesse Vestali perch venivano sepolte vive (dunque non da morte) e dell'imperatore Traiano (98-117), le cui ceneri vennero deposte alla base della colonna che ne porta il nome -, le armi - tanto che per poter rientrare in citt il generale doveva metterle via - e, infine, le divinit connesse con l'Oltretomba e con la guerra - infatti i templi degli di Marte e Vulcano erano fuori dal pomerio. Ancora, il pomerio pare connesso con un'altra limitazione: diverse prerogative dei magistrati non potevano essere esercitate oltre mille passi fuori dal pomerio (un passo corrispondeva a poco meno dei nostri trenta centimetri); per esempio, la provocatio ad populum (vale a dire il diritto di un cittadino di appellarsi al popolo di fronte all'atto coercitivo di un magistrato), i giudizi del pretore urbano, i poteri degli edili, la potest tribunizia degli imperatori (vale a dire la manifestazione della loro autorit). Inoltre, entro mille passi dal perimetro della citt non era concesso alle donne di spostarsi in carrozza (o almeno, per un periodo), n si poteva assistere seduti agli spettacoli teatrali.
Il pomerio era una linea, dunque, inviolabile. Ma mobile. Venne infatti ampliata nei secoli, ma sempre secondo una precisa logica. Afferma un uomo che di pomerio se ne intendeva, Valerio Messala Rufo, console* del 53 a.C. e augure* per cinquantacinque anni: Ha il diritto di estendere il pomerio colui che ha accresciuto il popolo romano, conquistando territorio ai nemici (Aulo Gellio, Notti Attiche 13, 14, 3).
Il limite sacro della citt dunque si poteva ampliare, se si ampliava (in senso figurato) la citt stessa e il suo corpo civico per mezzo dell'acquisizione di nuovi cittadini e territori. Questo, almeno,  quanto si legge su uno dei cippi terminali risalenti al regno dell'imperatore Claudio (41-54), il principe sotto il quale il pomerio pass da fossile culturale a elemento pi propriamente storico connesso con una frontiera in continua espansione. Il principe claudicante non fu il solo ad ampliarlo. Anche se con qualche (fisiologico) margine di incertezza, espansero il pomerio i re Tito Tazio e Servio Tullio, il dittatore Lucio Cornelio Silla Felix, quindi Gaio Giulio Cesare e diversi imperatori, tra i quali Augusto, Vespasiano e (forse) Traiano e Aureliano, tutti novelli Romoli, perch l'atto di espansione implicava, se vogliamo, una rifondazione della citt. Sar con Adriano che il pomerio ritrover la sua dimensione propriamente sacrale e perder quella simbolica connessa con l'espansione romana, tanto pi che Adriano segu una politica estera difensiva mirata alla conservazione delle province e non certo alla conquista di nuove terre.
Ancora una volta  un autore di et imperiale, il senatore Tacito, a parlare dei limiti del pomerio:
Il solco che doveva delimitare la citt venne tracciato nel Foro Boario, in cui si vede l'immagine bronzea di un toro [...], in modo da includere la grande ara di Ercole. In seguito, a intervalli fissi, vennero poste delle pietre [cippi] lungo le pendici del colle Palatino sino all'ara di Conso, poi alle curie antiche e al sacello dei Lari (Tacito, Annali 12, 24, 1).
Dunque Tacito, che forse poteva ancora vedere coi propri occhi tutti i cippi che segnavano il percorso del pomerio, attesta l'esistenza di questa linea sacra e, se si consulta una carta della citt, della sua forma quadrata. Per il resto, attorno al pomerio permangono molti misteri. Lo storico Andrea Giardina sottolinea quanto poco ne sapessero gli stessi Antichi, che lo ponevano ora dentro ora fuori delle mura. Ma per quanto permanessero delle incertezze sulla sua ubicazione, c'era invece unanimit sulla sua funzione: il pomerio era di fatto un confine augurale, come le mura erano un confine difensivo.
Romolo non si limit a fondare solamente la citt. Reperiti gli uomini e le donne (queste ultime in un modo poco, diremmo noi, elegante, facendole rapire durante la festa per il dio Conso), diede loro le leggi e trasform la massa (in latino multitudo, termine dall'accezione fortemente negativa) in folla (populus). Quindi fond, oltre alla citt in senso fisico, il corpo civico che la connotava come tale, vale a dire la civitas. Scrive giustamente Cicerone che perch un popolo sia tale non basta che delle persone si riuniscano, ma che esse lo facciano sulla base di un diritto comune e di un comune fine pratico (La Repubblica 1, 39). Romolo propose allora tre forme di governo, perch i cittadini potessero decidere quale fosse la pi adatta a loro. Tra monarchia, oligarchia e democrazia i Romani optarono per la costituzione gi propria della loro citt avita, Alba Longa, quella sulla quale aveva regnato Numitore. E cos nominarono Romolo loro re. E Romolo, da re, dunque da massima autorit, cre un organo che lo affiancasse nell'amministrazione del potere: il senato. Tra le famiglie pi illustri ne scelse i membri, cento uomini (sono costoro i patres*, i senatori, dai quali sarebbero discesi i patricii, i loro figli), e suddivise i compiti fra s, popolo e appunto senato, di modo che a lui spettassero funzioni religiose, legislative e militari, al senato giudiziarie e al popolo il compito di eleggere i magistrati, ratificare e, infine, pronunciarsi sulla necessit o meno di fare la guerra. Da quel preciso momento Roma si connoter come Senatus populusque Romanus (di qui la sigla S.P.Q.R.), perch essa sar costituita principalmente da senatori e popolo riuniti in senato e comizi.
Romolo traccia il solco della citt (incisione di Fulvia Bertocchi da B. Pinelli).
Naturalmente, una citt non poteva esistere senza un calendario, o almeno una bozza di quello. L'organizzazione del tempo, al pari di quella dello spazio, del corpo civico e dei poteri, era imprescindibile. Dionigi d'Alicarnasso attribu proprio a Romolo il primissimo calendario romano, un calendario di soli dieci mesi, numero certo non casuale in quanto strettamente connesso con la stessa cultura romana. Dieci, ricordiamo, erano i mesi di gestazione di una donna, quelli nei quali la vedova portava il lutto, il numero di gruppi nei quali i senatori erano suddivisi, o ancora i dieci corpi di astati e le curie delle tribus (o trib) romulee, quelle dei Titienses, dei Ramnenses e dei Luceres (trib nelle quali i primi abitanti vennero collocati in una specie di anagrafe ante litteram).
In seguito Romolo istitu le spoglie opime - vale a dire il bottino che il vincitore riportava quando vinceva l'avversario in duello -, il tempio di Giove Feretrio - dove andavano deposte - e il culto di Giove Statore in seguito a un episodio passato alla storia anche grazie al riuso che Cicerone ne fece nel pronunciarvi una celebre orazione contro Catilina l'8 novembre 63 a.C. In quel caso, proprio perch Romolo era ormai parte dell'immaginario collettivo e della memoria culturale dei Romani, da abile prestigiatore l'Arpinate gioc sulle somiglianze tra Romolo e s stesso da una parte e tra Tazio e Catilina dall'altra, nel primo caso strenui ed eroici difensori di Roma e nel secondo, invece, infidi e meschini traditori (somiglianze, va da s, discutibilissime). Infine, Romolo fond anche le curie, unit di uomini (curia da co-viria, da vir uomo?) che vi appartenevano per nascita e che vi si riunivano per deliberare su magistrati da eleggere e adozioni da ratificare.
Come dice bene Gianluca De Sanctis:
La storia di Roma  una storia tangibile, documentata en plein air, scritta nello spazio prima ancora che negli Annales dei pontefici e nei libri degli storici. Il paesaggio urbano, infatti, costituiva per i cittadini dell'Urbe un complesso quadro mnemonico-spaziale, imprescindibile nella conservazione dell'identit romana [...] Camminare nel cuore di Roma, passare accanto al Lacus Curtius, alla caverna dei Luperci o salire fino al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, voleva dire ripercorrere fisicamente il passato della citt, lasciandosene persuadere e ammaestrare (G. De Sanctis, Spazio in M. Bettini - W. Short (a cura di), Con i Romani. Per un'antropologia della cultura antica, il Mulino, Bologna 2014, p. 151).
Romolo, dunque, fond con la citt di Roma la memoria culturale stessa dei Romani, la loro identit.
Tutto questo ci permette di cogliere la portata rivoluzionaria della sua fondazione, anzi delle sue fondazioni, veri e propri strappi spazio-temporali, cesure, perch  a partire dal momento in cui la citt viene fondata che esisteranno i concetti interno ed esterno, cos come il prima e il dopo, dato che gli anni sarebbero stati contati ab Urbe condita, dalla fondazione di Roma. Chiaramente la tradizione antica attribuiva al primo re la creazione della citt e di tutto quello che le occorreva per essere tale, dunque distinta dal mondo selvaggio e dallo stato di natura che regnava al di fuori delle mura, il mondo di Remo, il fratello caotico ucciso per ci che egli rappresentava e per assicurare la salvezza della citt ordinata e della sua gente. Un fratricidio necessario, senza il quale Roma non sarebbe mai nata. La fondazione fu una vera rivoluzione economico-sociale, come non manca di sottolineare l'episodio di Giulio Proculo, l'uomo al quale apparve Romolo-Quirino, cio il Romolo scomparso in terra (assassinato?) e asceso al cielo, una storia in cui si preannuncia la futura grandezza della citt di Roma, destinata a diventare caput mundi:
Mentre la citt era sconvolta dal rimpianto del re e avversa al senato, Giulio Proculo, un testimone autorevole, a quanto si racconta evento di grandissima rilevanza!, si presenta alla folla riunita e dice: O Quiriti, stamane all'alba il padre di questa citt Romolo, disceso all'improvviso dal cielo, mi  apparso. Dal momento che io, colto da paura, ero rimasto fermo nell'atto di riverirlo, supplicandolo che mi fosse permesso di guardarlo in viso, quello disse Va' e annuncia ai Romani che gli dei celesti vogliono che la mia Roma sia la capitale del Mondo. Perci si dedichino all'arte militare, sappiano e tramandino ai posteri che nessuno in terra potr resistere alle armi dei Romani! Ci detto,  sparito dal cielo (Livio 1, 16).
Livio conclude il racconto commentando che  davvero sorprendente prestare fede a una testimonianza del genere e che una simile storia sia bastata a calmare plebe ed esercito infuriati per la morte del loro re, una volta che si sia lasciato credere che era diventato un dio.
Come Roma era stata fondata in questo modo, cos anche sua figlia, la cosiddetta Seconda Roma, Costantinopoli, lo fu. E il suo fondatore, Costantino i il Grande (306-337), sarebbe stato un secondo Romolo, almeno stando a quanto afferma Temistio in un discorso rivolto all'imperatore Costanzo secondo (337-361). Tuttavia, prima di Costantino i, Costantinopoli esisteva gi, o almeno esisteva un'antica colonia, Bisanzio, anch'essa fondata da un giovane, tale Byzas, che intratteneva cattivi rapporti con il fratello, un certo Strombos... Le analogie con Roma non finiscono qua. Costantino, infatti, nel fondare Costantinopoli si attenne (pedissequamente) al rito seguito da Romolo, in primo luogo facendole avere il ius Italicum, vale a dire il diritto di cui godevano le citt della Penisola, poich la nuova Roma non poteva sorgere in territorio provinciale se voleva essere consacrata e dedicata. Per delimitare la cinta muraria l'imperatore si dovette servire anche di un sacerdote pagano, tale Sopatro, poich il diritto che egli intendeva seguire era un diritto pagano e come tale non poteva essere certo aggirato affidandosi solamente a un vescovo cristiano. Come Roma, anche Costantinopoli ebbe il suo Mundus, anch'esso circolare, per quanto poi la citt originaria non avesse una pianta circolare, proprio come Roma. Ma si trattava di una forma di memoria, diremmo, nata sul modello di quella romulea. E la memoria, in antico, era tutto.
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2. Una cacciata, la fine di Tarquinio il Superbo (anno 510 a.C.).
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...e mentre passeggiava in silenzio, si racconta
che con un colpo di bacchetta recidesse
le cime pi alte dei papaveri...
(Livio 1, 52)
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L'ultimo re di Roma era originario dell'Etruria e si chiamava Lucio Tarquinio. Ben presto si guadagn il soprannome, per nulla onorifico, di Superbo. Infatti, in occasione della morte del suo predecessore Servio Tullio, ucciso dalla figlia Tullia (quella brava ragazza che sarebbe divenuta sposa del Superbo!) la quale gli sarebbe passata sopra con un carro, dunque sulla scia di un crimine gravissimo - tanto pi grave se si pensa che erano in una societ patriarcale fondata sul lignaggio - il Superbo seppe fare persino di peggio: si rifiut di accordare a Servio Tullio un funerale, anche se era suo genero.
La stessa Tullia, che aveva investito il padre in una strada che andava dalle Carinae al Colle Oppio e che da allora aveva preso il nome di vicus sceleratus, via dell'assassinio, grandissima villain della storia antica (Lady Macbeth ante litteram) tutta schizzata del sangue del suo sangue, avrebbe detto al Superbo (forse colpito dalla sua crudelt verso il genitore e da una determinazione feroce, inusuale per una donna del tempo):
Se sei tu l'uomo che io credo di aver sposato, allora ti chiamo marito e re. Se non lo sei, allora vuol dire che mi  andata di male in peggio, perch in te, oltre all'ignavia, c' anche la delinquenza! [...] Perch permetti che ti guardino come un erede al trono? Tornatene a Tarquinia o a Corinto. Risali i rami del tuo albero genealogico, visto che sei pi della pasta di tuo fratello che non di quella di tuo padre! [il quinto re di Roma, Tarquinio Prisco] (Livio 1, 47).
Difficile resistere a una donna della sua tempra, che aveva ordinato al cocchiere di passare con le ruote proprio sul viso del genitore, la parte pi sacra del corpo di un romano (come prova anche il gesto di Giulio Cesare di coprirsi il volto mentre lo accoltellavano a morte).
Il clima degli esordi , a ben guardare, quello della tragedia greca (quindi shakespeariana) e richiama la vicenda oscura degli Atridi. A propria discolpa, dal momento che di critiche ne ricevette non poche, Tarquinio addusse il mos. Si appell dunque alla tradizione e, pi precisamente, a quanto era avvenuto a Romolo, il primo re, che ugualmente non aveva ricevuto sepoltura. Pertanto se il primo re, il pi importante in quanto anche fondatore della citt, non aveva ricevuto la sepoltura che pure, per meriti, gli spettava, non doveva destare meraviglia se Servio non la riceveva. Un atto che non pu non richiamare alla nostra memoria la leggenda di Priamo, re di Troia, che si spinse nella tenda di Achille per reclamare la salma del figlio Ettore, o quella dei miti tebani, in cui il crudele re Creonte nega la sepoltura al buon Polinice. E cos ci fu un re al quale fu conferito il potere n per ordine del popolo n per ordine del senato (come sottolinea lo storico padovano Tito Livio, ostile alla figura dell'ultimo re), ma per merito di una donna, spietata ed etrusca, di fatto una figura (di dubbissima storicit) creatrice di re. Il regno nero del Superbo nacque cos, da una storia di sangue e potere (e, chi pu dirlo?, amore).
Scrive di lui lo storico Thierry Camous:
Per i Romani [...] il Superbo doveva rappresentare l'odiosa figura di un re malvagio, cos il racconto del suo regno si struttura attorno a una progressione drammatica di avvenimenti che porta inevitabilmente alla sua fuga, dato che il suo ruolo eziologico, ideologico e razionale  quello di spiegare, legittimare e consacrare la libertas, rappresentata dal trionfo della Repubblica (T. Camous, Tarquinio il Superbo. La leggenda nera del re etrusco di Roma, maledetto e superbo, Salerno Editrice, Roma 2017, p. 94).
 odium la parola chiave per capire l'ultimo re, l'avversione viscerale e incontrollabile nei confronti del Tarquinio si espande fino a comprendere qualsiasi re e, dunque, la monarchia in generale, divenendo cos odium regni.  lo stesso odio che frena Giulio Cesare il 15 febbraio del 44 a.C. dall'accettare la corona che Marco Antonio tent (per ben tre volte) di porre sul suo capo o che spinse Augusto, primo imperatore romano, a rifiutare il soprannome di Romolo o a trovare un modo subdolissimo per reintrodurre la monarchia a Roma, cio sotto forma della restaurazione della repubblica (una delle pi grosse menzogne della storia). Dal Superbo in poi i Romani sono allergici ai re (o meglio, credono di esserlo: tutto l'impero romano infatti non  che la storia di una monarchia).
Tullia, moglie di Tarquinio il Superbo, passa con il suo carro sul corpo del padre Servio Tullio, incisione di B. Pinelli.
Molti i prodigi che annunciarono al Superbo la fine del suo regno: un cane inizi a parlare, per esempio, e lo stesso Superbo sogn di venire rovesciato da un ariete, mentre in cielo la traiettoria del sole si invertiva. Fenomeni inquietanti.
La cacciata, sulla quale torneremo nel corso del Capitolo, rappresent dunque un evento cruciale nella storia romana. Essa, indipendentemente dal fatto che sia avvenuta o meno, e che dunque sia frutto della (fervida) fantasia dei Romani o della storia, fin col rappresentare un punto di non ritorno, una rottura drastica e definitiva con la monarchia, l'originaria forma di governo della citt, e l'inizio della repubblica. Anche se il tempo dimostrer che dopo il Superbo Roma conoscer altri re, seppure con il diverso nome di principi (ma, nella sostanza, sempre di monarchia si trattava), con lui si chiudeva la fase pi antica, e per molti immaginifica, dell'et monarchica. Un periodo cui  difficile credere, o almeno nella forma in cui viene raccontato dagli autori antichi, fosse anche solo per la sua incredibile durata: circa 250 anni per soli sette re. Eppure esso, sul piano dell'identit (politica) romana signific moltissimo. La memoria culturale dei Romani, per citare lo storico Jan Assmann, affondava le sue lunghe radici nelle nebbie della monarchia, in eventi opachi e confusi, interpretati e reinterpretati di continuo, nel (vano) tentativo di comprendere chi erano i Romani e da dove venivano.
La cacciata di un uomo, dunque, assurse a simbolo della libert e della liberazione di una citt, punto d'inizio della repubblica, la forma di governo che diede nome a un lungo e florido periodo, l'et repubblicana, durato cinquecento anni (509-27 a.C.), sotto la quale Roma divenne grande.
Le origini del potere regale del Superbo risalgono a tre gravissimi crimini: l'adulterio (del Superbo con la moglie del proprio fratello, Tullia), il fratricidio (l'uccisione di Arrunte da parte di Tullia in accordo con il Superbo) e il parricidio (commesso da Tullia verso il proprio padre, Servio Tullio). Il suo potere  dunque illegittimo e la sua figura  quella di un tiranno spietato, responsabile del male, come della guerra secolare con i Volsci i cui inizi vennero attribuiti proprio a lui, per quanto le forzature in questo senso non siano poche.
Tarquinio non era un re amato. O meglio, le fonti che ce ne parlano non restituiscono l'immagine di un sovrano trasparente, di un uomo puro e buono. Tutt'altro. Se i suoi esordi furono, come ricordato, segnati da un atto di empiet nei confronti di Servio Tullio, il seguito non fu da meno. Preso il potere con l'esercito, circondato dall'odio di molti, Tarquino si procur da subito una guardia del corpo.
Infatti il suo potere non si fondava su niente tranne che sulla forza, dal momento che non regnava n per volere del popolo n per consenso dei senatori. Inoltre, non potendo confidare sulla speranza d'amore da parte dei sudditi, era costretto a difendere il potere con la paura (Livio 1, 49).
Tarquinio il Superbo getta Servio Tullio dal Campidoglio. Particolare da un'incisione di B. Pinelli.
In un valzer di alleanze (e di delitti: non si dimentichi quello di Tullo Erdonio, detrattore del Superbo, annegato nella fonte di Ferentum), Tarquinio si procur il favore dei Latini dando in sposa la figlia a uno dei loro maggiorenti, Ottavio Mamilio, sempre nel disperato tentativo di costruirsi una rete di alleanze attorno a s. La bella Tarquinia era da poco entrata nella pubert e da ragazzetta, puella, si era fatta virgo nubens, vergine in et da marito. Per il matrimonio i capelli le furono cos raccolti in una retina arancione, indoss la tunica che portavano le fanciulle ancora nubili, la regilla (da rex, perch ricordava per la forma la trabea portata da Romolo), il tutto stretto alla vita da una cintura robusta, tenuta ben chiusa dal nodo di Ercole, un nodo che si credeva proteggesse la verginit delle ragazze. Come ultimo tocco adagi sulla tunica una toga di lana, la pura, che veniva tolta solo una volta che si era preso marito. Fu quindi istruita nelle arti che si addicevano a una brava moglie, come tessere la lana e parlare bene latino. Il giorno delle nozze le fu tolta la rete che conteneva i capelli, che vennero tagliati all'altezza della nuca, e poi la donna che la preparava al matrimonio pass sulla testa della ragazza la lancia insanguinata usata dal futuro marito in battaglia (una sorta di benedizione), al fine pratico di metterle ordine fra i capelli come con un grosso pettine. Infine le fu deposta sul capo una corona di fiori, prima di avvolgerlo in un velo rosso fuoco, appunto il flammeum. Il giorno delle nozze Tarquinia entr nell'atrio tra le grida di giubilo dei presenti e il futuro marito, Mamilio, le si fece incontro seguito dal pontefice massimo* e dal sacerdote di Giove. Fu solo in questa occasione che la ragazza pot vedere l'uomo che avrebbe sposato. Infatti prima non le era stato permesso. Tra uno sguardo e l'altro (immaginiamo Tarquinia col volto in parte coperto dal velo) pregarono tutti insieme i demoni degli stipiti della porta, Picumno e Pilummo, perch proteggessero la dimora da Fauno, che si annidava sinistro sotto la soglia. A quel punto la madrina della principessa (una donna di cui ignoriamo l'identit) offr al giovane la mano della ragazza e dove era stato sacrificato un montone i due presero posto al riparo di un telo dove, lontano dagli sguardi degli altri, mangiarono del farro. A quel punto Mamilio torn nella casa dove presto Tarquinia lo avrebbe raggiunto, ma non da sola. Imitando infatti il celebre ratto delle Sabine (che il pittore Nicolas Poussin ha saputo mirabilmente mettere in immagini), gli amici dello sposo entrarono in camera della ragazza e la strappano dalle braccia della madre Tullia (ma era tutta una scena, non si trattava di un vero rapimento: faceva parte del rito tradizionale) e la condussero all'esterno. Qui tutti gridavano talassio! talassio!, pare riferendosi alla cesta di lana e fusi che alcuni portavano con s, quindi la ragazza sal su un carro e tra i canti, volgari, fescennini prese la via della sua nuova casa. Qui Mamilio accolse la fanciulla e gli amici (anzich il riso, si gettarono delle noci), di nuovo si pregarono i demoni degli stipiti e prese in braccio la sposa per evitare che i suoi piedi toccassero la soglia sotto la quale si celava Fauno. Quindi, dopo alcuni ulteriori riti purificatori, i due passarono alla stanza da letto. Fecero l'amore per la prima volta, i cuori volti alle divinit dell'accoppiamento (fra tutte, Pertunda, dea della penetrazione, e Perfica, dea dell'atto sessuale compiuto). Il matrimonio era finito. Il Superbo aveva la sua alleanza con i Latini.
Raccontato cos, l'ultimo re di Roma potrebbe apparire come un uomo senza scrupoli, un calcolatore. Eppure una qualit sembra essergli riconosciuta anche da Livio, una delle fonti pi complete per noi (ma anche una fonte ostile). Secondo lo storico di et augustea, il Superbo era un valido comandante, al pari dei suoi predecessori. Infatti il Superbo aveva conquistato la citt di Pomezia, quindi quella di Gabii (oggi Osteria dell'Osa), sulle rive del prosciugato lago di Castiglione (a una ventina di chilometri da Roma) e il suo potere si estendeva dai confini dell'Etruria al promontorio del Circeo. E fu anche l'autore di opere architettoniche destinate a divenire dei simboli della grandezza di Roma, come il tempio di Giove. Ma tra il 509 e il 449 a.C. la classe patrizia si fece casta aristocratica ( la celebre serrata del patriziato teorizzata dallo storico Gaetano De Sanctis), e allora l'ultimo re assunse i toni del mostro per legittimare la sua cacciata - organizzata proprio dalla nuova aristocrazia -, finendo col diventare quello che conosciamo oggi, frutto senz'altro dell'opera di Tito Livio, che per attenuare la monarchia del suo signore, l'imperatore Augusto (di fatto, un re), accentu i tratti negativi del Superbo, di modo da farne un essere malvagio e distogliere ogni sospetto di tirannide dal princeps.
Tuttavia, in ragione delle ingiustizie di cui diede prova durante la sua vita, anche questo unico merito venne offuscato e presto dimenticato. Ma poi, nel racconto liviano, tale qualit sembra presto scomparire, per lasciare posto a un ben diverso Tarquinio: comandante militare astuto, egli vince con l'inganno i Gabini, spedendo il figlio da quelli nelle vesti di fuggiasco e in realt facendoglieli manipolare dall'interno. Racconta lo storico augusteo Dionigi d'Alicarnasso:
Fu dal padre sottoposto a flagellazione mediante verghe nel foro e oltraggiato in vari modi, al punto che l'episodio ebbe grande risonanza. Quindi innanzitutto mand i suoi amici pi fidati nelle vesti di disertori, al fine di rendere segretamente informati gli abitanti di Gabii che il ragazzo aveva deciso, proprio come loro, di fare guerra al padre e che li avrebbe raggiunti se gli avessero assicurato protezione, cos come gli altri fuoriusciti romani, e di non consegnarlo al genitore per il proprio tornaconto (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 4, 55).
Un racconto che ricorda quello ellenico della conquista di Babilonia da parte del persiano re Dario, il quale aveva spedito un fuggitivo, tale Zopyros. Ancora una volta la storia (e la leggenda) greca si intreccia con il regno dell'ultimo re di Roma, intreccio di fili che risalgono a lontane reinterpretazioni del suo operato.
Dunque il Superbo si sarebbe spinto a tanto, e Sesto appresso a lui, pur di far risultare credibile quella farsa, farsa letale agli abitanti di Gabii. La conquista del centro laziale fu di primaria importanza per il potere del Superbo. Falso e spergiuro, Sesto porter ogni cosa alla rovina. Solo la fine che fece, trafitto da Bruto in uno scontro a cavallo, nel quale perir lo stesso Bruto, sembra essere quella di un valoroso. Certo, a onor del vero, di coraggio a Sesto non doveva mancare. Intrufolarsi nella citt nemica come figlio del re e convincere i maggiorenti di essere scappato da Roma perch il padre lo vuole morto richiede coraggio, e molto. Ma la storiografia sembra che preferisca tracciare un ritratto negativo del padre e del figlio, piuttosto che riconoscere loro qualit che pure, malgrado l'uso che ne fecero, sembravano esserci (sempre, sia chiaro, sul piano del racconto e senza interrogarci sulla storicit di quanto narrato nelle fonti).
E cos Tarquinio il Superbo diventa il re che mozza con un rapido gesto le teste dei papaveri in una scena cos famosa da essere stata immortalata dal pittore inglese Sir Lawrence Alma-Tadema nel quadro che porta il nome del re (1867). Ancora una volta  Livio a raccontare:
A questo messo [un uomo mandato dal figlio, per sapere come procedere a Gabii], poich, penso, non sembrava una persona di cui potersi fidare pienamente, non venne data alcuna risposta a voce. Il re, come assorto, pass nel giardino del suo palazzo seguito dall'uomo inviato dal figlio e qui, mentre passeggiava in silenzio, si racconta che recidesse le cime pi alte dei papaveri con un colpo di bacchetta (Livio 1, 52).
Tarquinio doveva essersi ispirato al tiranno di Mileto Trasibulo, il quale aveva tagliato le teste dei papaveri pi alti per far capire al tiranno di Corinto Periandro che se voleva governare indisturbato doveva eliminare i cittadini pi eminenti e, dunque, pi pericolosi per il suo potere. Il messo, tornato dal figlio del re, Sesto, rifer quel gesto e il ragazzo comprese il messaggio del padre. Fece cos in modo che nella casa di tale Antistio, un uomo che non si fidava di lui, fossero trovate delle lettere del Superbo dotate di sigillo reale, dunque autentiche, a riprova di segreti intendimenti tra i due. Antistio venne allora giustiziato e Sesto pot guadagnarsi la fiducia completa degli abitanti di Gabii. Fu proprio questo l'inizio della fine della citt. Si liber presto dei membri del Consiglio e fece entrare l'esercito del padre, che nomin il figlio re di Gabii. Segu un trattato fra le due citt e l'espansione romana riprese il suo corso inarrestabile. Scrive l'archeologo Andrea Carandini:
Con i figli Arrunte, Tito e Sesto, reucci di Circeii, Signa e Gabii, e con la figlia Tarquinia, sposa di Mamilio e reginetta di Tusculum, il Superbo instaur per la prima volta e apertamente nel Lazio una tirannia ereditaria, incentrata su Roma. Alla morte del Superbo uno di loro, infrangendo ogni regola, sarebbe diventato tiranno a Roma (A. Carandini, Res publica. Come Bruto cacci l'ultimo re di Roma, Rizzoli, Milano 2011, p. 47).
Un uomo, quantomeno, prudente, il Superbo che Livio presenta in questo celebre passo. E un costruttore. Dopo infatti aver ricordato l'episodio dei papaveri, Livio accenna, alla sua solita maniera veloce (da annalista non poteva certo soffermarsi nel dettaglio su ogni singola cosa), alle opere di edilizia del re, senz'altro da annoverare fra le sue qualit, per tuttavia subito, quasi temendo di tradire l'immagine canonica del sovrano (cristallizzata senz'altro al tempo in cui scriveva), tornare al suo Tarquinio, il re che tutti sapevano essere stato cacciato perch ingiusto. Ricorda cos il prodigio* del serpente sbucato fuori da una colonna di legno nella reggia: Tarquinio, agitato da quello che agli occhi di un antico non era certo un felice presagio, invi a Delfi, dall'oracolo di Apollo, una delegazione romana. Sembrava esserci qui un altro grosso problema: per gli storici, la vera ragione della delegazione. Le donne incinte abortivano a causa di una qualche epidemia. Di quel gruppo di nobili uomini accuratamente scelti faceva parte anche il gi ricordato Bruto, fondatore della repubblica romana e, secondo lo storico Dominique Briquel, figura di fantasia che ebbe il ruolo della divinit provvidenziale alla quale  dovuta la fine della monarchia.
Discendente di Tarquinio Prisco, il quinto re di Roma, egli era passato sotto l'ala protettrice del Superbo e di Tullia, che poco a poco lo avevano preso in simpatia, forse inteneriti dalla stupidit del ragazzo. Bruto, che in greco significa sciocco, si era mostrato infatti confuso e semplice, ma di buon cuore, sin dal giorno in cui, rimasto orfano di entrambi i genitori, aveva messo piede in quella casa, un covo di vipere, pur non essendolo, ma solo per non scatenare le invidie dei cugini, i figli del Superbo, e rischiare cos di finire ammazzato. A consigliarli questa condotta era stata la tata che si era presa cura di lui dopo la morte del padre e della madre. L'importante era far credere a tutti che non era intelligente, perch sono gli intelligenti a essere temuti. Appena giunto sotto il tetto del Superbo, il giovane, memore del consiglio, emise suoni strani e mugolii, e subito Tarquinio lo ribattezz Bruto, perch gli sembrava un animaletto da compagnia. Tempo dopo Bruto raccolse e mangi con del miele dei fichi non ancora maturi, suscitando l'ilarit dei cugini e la compassione di Tullia (e ce ne voleva). Insomma, il futuro padre della grandiosa repubblica era entrato nella casa del re che avrebbe scacciato con l'astuzia del cavallo di Troia. Ma poco alla volta, col passare degli anni, Bruto rivel le sue qualit (sempre con prudenza) e cos il Superbo gli affid incarichi di responsabilit, come la posizione di comandante dei Celeri, la guardia regia a cavallo. Era lui uno degli uomini che il Superbo invi all'oracolo di Delfi: si fidava del giovane proprio perch leale e non particolarmente intelligente (o, almeno, cos aveva fatto credere a tutti). Ma Bruto tram contro il Superbo in quello che a buon diritto pu essere ribattezzato un colpo di stato domestico nato in seno ai rami secondari della famiglia del Superbo. Il ruolo del popolo romano  di difficile definizione, accentuato senz'altro per enfatizzare la legittimazione del nuovo assetto politico. D'altra parte, la res publica, cio la cosa pubblica, non poteva non nascere dal popolo. Una prova del ruolo da esso giocato sembra essere la distruzione del tempio di Sant'Omobono, simbolo della monarchia etrusca, che l'archeologo Filippo Coarelli ha giustamente messo in rapporto con la fine dei Tarquini e l'avvento della repubblica.
La morte di Tarquinio Prisco in un'incisione di Bartolomeo Pinelli.
Torniamo a Delfi. Con il suo consueto stile ambiguo, l'oracolo vaticin che quando il cane avrebbe parlato con voce umana e il serpente avrebbe abbaiato, allora il re sarebbe stato cacciato dal trono. Una risposta che, come si pu facilmente immaginare, non risult chiara ai delegati, che allora domandarono chi di loro gli sarebbe succeduto. A Roma avr il potere supremo colui che di voi, giovani, per primo bacer sua madre (Livio 1, 56). E mentre tutti si preparavano a correre fra le braccia delle proprie mamme, certi di ottenere cos il comando a Roma (dunque a scapito di Tarquinio che li aveva spediti in Grecia a ottenere lumi sul presagio e che quelli, evidentemente, contavano gi di eliminare), Bruto, che non era rozzo come voleva far credere il soprannome affibbiatogli, comprese il messaggio della Pizia. Sbarcato quindi in Italia, finse di inciampare e baci la terra. La madre di tutti era lei, la dea Terra. L'oracolo dunque fece da ago della bilancia e segn le sorti di Roma, in un modo non molto diverso da quando Laio aveva appreso dalla Pizia che sarebbe stato ucciso dal figlio, sconvolgendo cos il fato della citt di Tebe. Nel mondo antico il destino della citt  sempre connesso con quello di individui eminenti.
Tutta la storia della delegazione sembra un racconto dal sapore dell'aneddoto con la funzione di mettere in luce l'astuzia, l'intelligenza dell'uomo, tutto fuorch in realt bruto. In quel preciso momento sarebbe stata scritta l'ultima pagina dell'ultimo re di Roma, la prima della repubblica. Una pagina ricca di eventi destinati a passare alla storia, a intrecciarsi a doppio filo con la vita del Superbo e della sua famiglia. Sul piano pi propriamente storico, l'aneddoto mette a confronto due diverse concezioni della monarchia: quella ellenica, secondo cui il trono si trasmetteva di padre in figlio (Sesto, figlio del Superbo, era certo di succedere al padre) e quella romana, o elettiva, secondo cui i re si eleggono (come era stato prima del Superbo e come sarebbe stato per Bruto, console* scelto dal popolo).
 infatti a questo punto del racconto di Livio che fa la sua comparsa la bella Lucrezia. Durante una cena tra principi in casa del figlio maggiore di Tarquinio, Sesto, gli uomini fecero una scommessa su quale delle loro mogli fosse la pi pudica. Dell'episodio parla Livio, mentre tace Dionigi d'Alicarnasso, altra fonte preziosa per le (oscure) vicende di quei tempi (oscuri). Dato che ciascuno esaltava le virt della propria, si decise di fare cos: andare a vedere tutti insieme cosa facevano le mogli quando i mariti non erano in casa. Il richiamo del mito di Paride e del pomo della discordia  irresistibile. Fu una proposta di Collatino, certo di vincere la scommessa: Perch, se  vero che siamo nel vigore della giovinezza, non montiamo in sella e andiamo a controllare di persona le abitudini delle nostre donne? Quanto apparir all'arrivo inatteso del marito sar una prova irrefutabile! (Livio 1, 57).
Tutte furono sorprese in banchetti sfarzosi. Livio scrive di donne che occupavano il loro tempo con maschi della loro et, secondo quanto a Roma si diceva delle donne etrusche, lascive e aduse a ogni genere di promiscuit. Tutte dunque impudiche, tranne Lucrezia, la moglie di Collatino, l'uomo che aveva proposto la sfida certo di vincerla. Ma non sempre vincere  una fortuna. Egli invit a cena gli altri e durante il banchetto Sesto Tarquinio fu preso dalla voglia irrefrenabile di violentare la donna, eccitato tanto dalla sua bellezza quanto dalla sua onest. E cos, pochi giorni dopo, fece ritorno in casa della matrona quando il marito non c'era e, dopo cena, gli venne data una stanza perch non si rimettesse in viaggio col buio. Ma il buio pi fitto e spaventoso era nella mente dell'uomo. Calato il silenzio sulla casa, il giovane prese una spada e tenendola salda in mano scivol nella stanza della donna, quindi la svegli: Taci, Lucrezia, sono Sesto Tarquinio, ho la spada in mano e se apri bocca sei una donna morta (Livio 1, 58). Fu cos che per la paura, e la sorpresa, Lucrezia non seppe n pot reagire prontamente, e il principe abus di lei, fiero di averla posseduta. Al mattino, la donna mand dei messaggeri a chiamare il padre e il marito e come rivide i suoi cari scoppi a piangere e raccont l'accaduto. Ancora una volta  lo storico Tito Livio a fornirci la cronaca della violenza. Varr pertanto riportare quanto scrive della conversazione tra la donna e i suoi parenti:
Stai bene? le chiese il marito.
Per niente. Cosa pu esserci di buono per una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo. Ma solo il mio corpo  stato offeso, perch l'animo  puro e la morte ne sar testimone. Voi stringetevi le destre e giurate che la violenza non rimarr impunita.  Sesto Tarquinio che questa notte, sotto le ingannevoli sembianze di ospite, s' preso con la forza e le armi un piacere funesto per entrambi, se voi siete dei veri uomini [...] sceglierete voi come punirlo. Per parte mia, anche se mi reputo innocente, non mi risparmier la punizione. D'ora in avanti nessuna donna vivr impudica, seguendo il mio esempio (Livio 1, 58).
Si conficc la lama nel petto e mor. Collatino, estratto il coltello dal cuore della moglie, giur sul sangue di lei, e di fronte agli di e agli uomini, che avrebbe perseguitato la famiglia reale e che avrebbe fatto in modo che n loro n altri potessero regnare su Roma. Il giuramento si fece atto di fondazione della nascente repubblica, una sorta di dichiarazione d'indipendenza della City Hall di Filadelfia. La scena, destinata a passare alla storia, fu non a caso immortalata da grandi pittori; si pensi, per il solo xviii secolo, a un disegno di Nicol Dell'Abate, conservato al Louvre, alle opere di Jean-Baptiste Deshays, Gavin Hamilton, Jacques-Antoine Beaufort e, infine, a un Fragonard oggi al museo di Grasse.
Ecco un chiaro esempio di aition, racconto eziologico (in greco aition significa causa), vale a dire teso a spiegare le ragioni di un determinato stato di cose. Chiaramente costruito in et repubblicana, esso spiegava, a posteriori, le ragioni dell'assenza di re a Roma, una cosa che pu sembrarci superflua, abituati alla democrazia, ma che non lo era affatto nel mondo antico, popolato da re, regoli e Re dei Re. Un modo, in breve, con cui Roma presentava alle altre genti un suo tratto caratteristico, vale a dire la sua natura di repubblica, assetto politico che non prevedeva un re, immaginando (o forse era vero?) un passato lontano nel quale era governata da monarchi, peraltro anche figure importantissime per la definizione dell'identit culturale stessa della citt, dalla cui cacciata era nato il suo stato attuale. La repubblica nasceva da una cacciata e da una vendetta, in ultima analisi dalla violenza su una donna. Roma era stata fondata perch una lupa aveva salvato i gemelli e la repubblica perch una donna era morta. La femminilit, dunque, alle origini di quello che sarebbe divenuto un impero millenario. Sesto Tarquinio, degno figlio del Superbo, si conferma come un traditore. Prima a Gabii, fingendosi un transfuga romano in cerca di asilo, adesso un ospite infido che approfitta dell'ospitalit per abusare di una matrona (lontanissimi Odisseo e Nestore, come l'ospitalit omerica di cui erano campioni).
Nel tenere l'elogio funebre della donna (in latino, laudatio funebris), il discorso cio che veniva reso ai defunti virtuosi e compianti in presenza del popolo tutto e nel quale ne venivano ricordate le qualit, Bruto, che di l a breve sar padre di un'altra fanciulla destinata a vivere per secoli, la repubblica, colse l'occasione per denunciare il crimine del principe e incitare i Romani alla vendetta.
Li seguivano gli schiavi con la defunta coperta di sangue sotto un feretro di veli neri e fu dato loro ordine di collocarla davanti al senato, in alto e in posizione ben visibile, quindi convocarono il popolo in assemblea (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 4, 76).
Bruto giura di vendicare la morte di Lucrezia. Incisione di F. Bertocchi da B. Pinelli.
Il corpo della fanciulla rimase sotto gli occhi di tutti, perch era proprio la sua vista a scaldare i cuori e a conferire maggiore forza alle parole di Bruto e al suo messaggio rivoluzionario. Nel brano di Livio gli aggettivi impiegati per descrivere le parti in causa non sono certo casuali ma, per quanto sia naturale dubitare dell'effettiva storicit dell'orazione, riflettono la percezione che di quell'evento si aveva in et storica. Cos lo stupratore Sesto viene ricordato come un uomo dalla violenta libidine (de vi ac libidine), Lucrezia come la vittima di uno stupro infame (de stupro infando, nel senso etimologico di indicibile, dal latino for, dire) e condannata a una fine pietosa (miserabili caede), e infine Tricipitino, il padre, come di un uomo colpito da una perdita la cui causa era pi vergognosa e dolorosa persino della morte stessa (indignior ac miserabilior). Quindi Bruto, oratore d'eccellenza, pass al re: Tarquinio il Superbo non era di fatto colpevole dei crimini del figlio, ma venne inserito nel discorso perch il fine ultimo era scatenare una rivolta con cui cacciarlo dal trono. Ecco allora che ne ricord la superbia, causa ora del male per i Romani tutti, gloriosi guerrieri messi a scavare fogne per la citt al pari di operai e tagliapietre (sembra che il re avesse detto, con un umorismo nero, mai lasciare i poveri nell'ozio!). Eppure, molte delle opere di edilizia che gli sono state attribuite dalla tradizione passarono alla storia. Pensiamo alla Cloaca Massima, uno dei motivi di vanto della citt, come anche il Circo Massimo e il tempio della Triade Capitolina. Tuttavia  anche vero che il Superbo non si fece scrupoli a procedere con la exauguratio, cio con la sconsacrazione dei templi che sorgevano in quei luoghi, di modo da fare spazio per i nuovi che aveva progettato. Si doveva chiedere il permesso agli di, consultarne il volere attraverso l'esame del volo degli uccelli. Pare che dei tanti solo il tempio del dio Terminus non venne toccato: era stato il buon re Numa Pompilio a erigerlo e, dunque, era inviolabile (d'altra parte, Numa era il re benvoluto dal cielo pi di tutti gli altri).
Fu proprio durante i lavori sul Campidoglio che si verific un fatto inquietante:
Mentre scavavano le fondamenta e si era ormai a una certa profondit, fu trovata la testa mozzata di un uomo cui era stata tagliata la gola di recente. Il volto era simile a quello di un uomo ancora vivo, mentre dal taglio sgorgava sangue tiepido e fresco (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 4, 59).
Alcuni pensarono che la testa appartenesse a Aulo Vibenna, antichissimo condottiero etrusco (e, per alcuni, anche re di Roma censurato dalla storiografia romana). Si trattava a ogni modo di un prodigio*, un fatto cio meraviglioso (nel senso che suscitava meraviglia), che si faceva portatore di un messaggio spesso di origine divina. La storia romana  intrisa di questo genere di eventi. Ci fu chi sostenne che quella testa appartenesse a un tale di nome Olus, un abitante di Volcei, l'etrusca Vulci, ucciso da un servo. Poich la patria gli aveva negato regolare sepoltura, i resti vennero accolti sul colle (le ragioni della scelta restano ignote). Dunque la zona prese il nome di Campidoglio, in latino Capitolium, proprio dall'unione delle parole caput e Olus, a significare testa di Olus. Diversamente, un indovino etrusco lesse in quel ritrovamento il segno della grandezza di Roma, pensando che quella testa stesse a simboleggiare la guida che Roma sarebbe stata per tutti i popoli d'Italia. E allora il Campidoglio divenne semplicemente il colle della testa.
I prodigi* non finirono l. Una vecchia, che sembrava una sibilla e che per molti storici  da identificare con la sibilla di Cumae, si present dal Superbo con nove rotoli e glieli offr in vendita. Come nelle pi classiche favole la vecchina parlava per enigmi: Scioglierai il bandolo intricato, leggendo libri antichi. Il re si rifiut e la donna ne bruci tre. L'indomani si present con i restanti sei ma di fronte al rinnovato rifiuto del re, ne bruci la met. Quando torn con gli ultimi tre, allora gli uomini pi vicini al Tarquinio gli consigliarono di acquistarli. Fu uno in particolare, un indovino, che riflettendo sulle parole della donna ne comprese il significato nascosto: prendendo infatti in considerazione solo la prima lettera di ciascuna (Scioglierai Il Bandolo Intricato, Leggendo Libri Antichi) risultava la parola sibilla. Dunque, trattandosi di rotoli nientemeno che della sibilla, dovevano essere comprati. Il Superbo obbed e da allora essi sono custoditi gelosamente come Libri Sibyllini (anche detti Fatales), testi appunto sacri, oracolari, risalenti, sempre secondo la tradizione, all'ultimo re. Solo Stilicone, generale dell'imperatore Teodosio (379-395), li diede alle fiamme. Non  dato conoscere il motivo di questa decisione. La lunga vita dei Libri finiva dunque come era iniziata: nel pi completo mistero.
Ancora, il prodigio* delle aquile. In primavera esse arrivarono nel giardino vicino alla reggia e fecero un nido in cima a una palma. I loro piccoli non erano ancora in grado di volare. Di colpo comparve uno stormo di avvoltoi che distrusse il nido e uccise gli aquilotti e, graffiando le aquile di ritorno dal pascolo e colpendole con le ali, le scacci. Il Superbo tenne da allora gli occhi sempre aperti, temendo una congiura, congiura che poi venne di fatto ordita dai patrizi che non lo volevano pi sul trono.
Tanti altri eventi significativi si aggiunsero a questi - come le vicende di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia - lasciando intendere quanto per i Romani l'ultimo re di Roma fosse percepito come una figura chiave, un momento (o meglio, una serie di momenti) fondanti l'et storica durante la quale, va da s, questi stessi momenti vennero pensati (o quantomeno rielaborati alla luce della crescita della citt e del suo impero).
Torniamo a Lucrezia, forse il momento pi significativo tra quelli appena ricordati. Nel discorso che aveva tenuto, Bruto (ormai molto lontano dallo sciocco che aveva fatto credere a lungo di essere) giur, insieme a tutti gli altri, che Roma non avrebbe avuto mai pi re:
Abbiamo deciso che i Tarquini e i loro discendenti siano esiliati da Roma e dal suo territorio e che non sia permesso a nessuno dire o fare niente in favore di un loro ritorno, ma che sia punito con la morte chiunque sia scoperto ad agire diversamente. Se questa decisione  approvata da voi, dividetevi in fratrie e votate. E che l'esercizio di questo vostro diritto sia per voi l'inizio della libert! (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 4, 84).
Votarono tutti la cacciata dei Tarquini. Quindi Bruto parl della nuova forma che il governo avrebbe dovuto assumere. Se il re veniva cacciato, infatti, come riorganizzare la citt? I simboli del potere regio potevano rimanere, non dovevano scomparire tutti insieme solo perch la monarchia finiva l. Essa, infatti, rappresentava le radici, gli inizi della civilt romana, e come tale aveva una sua importanza. Dunque i simboli regali per eccellenza, come il trono d'avorio, la toga regia e i littori con i fasci restavano, ma il potere che fino a quel momento era stato nelle mani di un solo uomo andava adesso ridistribuito fra dei magistrati che, di fondo, lo rimpiazzavano: i consoli*, che sarebbero stati in carica per un solo anno e in coppia, perch ognuno controllasse l'altro e non si tornasse alla monarchia (il tribunato della plebe, magistratura sacrosanta, avrebbe tutelato poi la plebe proprio dai consoli*). La nuova repubblica sarebbe stata una forma politica basata sulla ripartizione dei poteri. Cicerone, oratore e politico del i secolo a.C., scrisse:
E considerate sempre questa cosa che ho ripetuto pi volte, cio che se in una citt-stato non ci sia stata questa ripartizione giusta dei diritti, dei doveri e delle funzioni, di modo che i magistrati abbiano un potere sufficiente, il senato un'autorit sufficiente e il popolo una libert altrettanto sufficiente, questa forma di governo avr vita breve (Cicerone, La repubblica 2, 57).
Qualcosa che ritroviamo, e certo non a caso, secoli dopo nella Dichiarazione francese dei diritti del 1789, in cui nella sostanza si ribadisce che una societ in cui non  assicurata la garanzia dei diritti e in cui la separazione dei poteri non  definitivamente determinata  una societ senza costituzione. Gi il filosofo politico Charles-Louis de Secondat, barone di La Brde e di Montesquieu, aveva scritto:
Quando in una stessa persona o corpo di magistratura il potere legislativo  unito a quello esecutivo allora non c' libert [...]. E ancora, non c' libert se il potere giudiziario  unito a quelli legislativo ed esecutivo (Montesquieu, Lo spirito delle leggi, d. Jacques Barrillot, Ginevra 1748).
Dunque, secondo la tradizione fu proprio Bruto a gettare le basi di quella costituzione mista romana che tanto sar apprezzata e seguita anche nei secoli a venire.
Intanto, finch tutto non fosse stato sistemato, Bruto e i suoi nominarono un re provvisorio. Il mondo stava cambiando, e anche radicalmente, ma ogni cambiamento ha bisogno del suo tempo. Quindi il vedovo e gli astanti giurarono vendetta e venne votata la cacciata dei reali. Tullia, la diabolica moglie del re, fugg dal palazzo tra le offese di tutti, cos come gli altri suoi figli, che seguirono il padre in esilio a Cere. Sesto cerc invece rifugio presso Gabii, ma qui venne ucciso da quanti volevano vendicarsi di lui e di quello che aveva fatto. Furono eletti nei comizi centuriati dal prefetto della citt due magistrati nuovissimi, i consoli* Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino. Era il 510 a.C. e l'anno seguente nasceva la repubblica.
Il Superbo, pi che superbo, era un irriducibile. A dargli manforte alcuni giovani monarchici di Roma che rivolevano il re. Ma erano una minoranza. In citt, infatti, tutti erano felici per la sua cacciata. Addirittura, le sue terre furono consacrate al dio Marte e rese pubbliche con il nome di Campo Marzio. Ma prima bisognava decidere cosa fare del farro che, maturo, andava raccolto. Dal momento che si trattava del frutto nato dalla terra consacrata a un dio e che, di conseguenza, non poteva essere normalmente consumato, la folla recise le spighe e le gett nel Tevere. L'acqua era scarsa e si era in piena estate. Cos le spighe faticarono a defluire nella debole corrente del fiume e finirono con l'impigliarsi in un punto, punto che in breve tempo s'ingross sino a divenire un'isola: l'isola Tiberina. Secondo la tradizione, dunque, uno dei luoghi pi sacri della citt, il Campo Marzio, traeva le sue origini dalle terre confiscate all'ultimo re, il pi odiato ma certamente significativo quanto il primo. Una zona di Roma che in et storica avrebbe sempre avuto un ruolo centrale nella politica, dato che vi si riunivano in armi i cittadini nei comizi centuriati per eleggere i magistrati dotati di imperio maggiore (censori*, consoli* e pretori*), decidere se fare la guerra o meno e pronunciarsi sui delitti capitali, quelli pi gravi. Un luogo connesso con la guerra, del dio della quale portava il nome, dove il cittadino diventava soldato (passaggio, questo, di non secondaria importanza in una societ fondata sulle armi). Gli storici hanno visto nella consacrazione del campo a Marte una traccia del predominio dell'aristocrazia guerriera (Marte  il dio della guerra) nel processo che port alla fuga dei reali. E fu a Marte che Bruto fece il giuramento di cui si  detto.
Dunque Tarquinio non poteva certo continuare a guardare quello che a Roma facevano contro di lui e, aggiungeremmo noi, alla sua memoria. Colto da sconforto, ma anche da sdegno, deciso per una volta ad abbandonare ogni sotterfugio (anche perch Sesto, il figlio-camaleonte, era morto), organizz il contrattacco. Intraprese cos dei viaggi per l'Etruria, sua terra natia che lo aveva ospitato, in cerca di alleanze, ma pare facendolo con poco ritegno, persino implorando e piangendo. Argomenti forti per convincerli: il fatto che non si trattava di rimettere sul trono uno qualunque, ma uno di loro e che la sua cacciata si riferiva a tutti gli Etruschi - come se Roma non volesse pi sentir parlare di loro, loro che avevano fatto cos tanto per la sua crescita (la Roma dei Tarquini  una realt, non una chimera). Ottenuti gli appoggi, Tarquinio e i figli marciarono verso Roma e nell'agro romano ebbe luogo la battaglia. Fu qui che il Superbo perse anche il secondo figlio, Arrunte, in duello con uno dei due consoli* romani, Bruto. Bruto, l'uomo che aveva finto di essere uno sciocco a Delfi e che alla morte di Lucrezia aveva giurato che mai pi i re avrebbero seduto sul trono di Roma, si lanci a cavallo contro Arrunte che a sua volta cavalcava contro di lui. Le loro lance si conficcarono l'una nel corpo dell'altro e cos caddero entrambi al suolo, esanimi, rimanendo attaccati per le due aste.
Calata la notte gli eserciti si ritirarono. Moltissimi i morti. Ma non sarebbe potuta andare diversamente, perch si erano verificati diversi prodigi*, e tutti inquietanti. Per esempio, nel silenzio della notte si ud una voce risuonare per la selva Arsia e parve che fosse del dio Silvano. Essa diceva che in battaglia gli Etruschi avevano riportato un caduto in pi dei Romani e che dunque Roma aveva vinto. Un aneddoto, chiaramente, di dubbissima veridicit e opera senz'altro di una storiografia romana che aveva ricostruito queste lontane vicende in modo del tutto fazioso. Pi probabilmente si tratt di una vittoria, diremmo noi, di Pirro, se non addirittura di un pareggio. Il mondo romano  imbevuto di prodigi*. Ogni autore di storia tende a inserirli nei propri scritti perch essi non erano avvertiti come frutto della fantasia, bens come messaggi mandati dagli di. Esiste un autore di quarto secolo d.C., tale Giulio Ossequente, che pubblic una raccolta di prodigi* contenuti negli scrittori di et antica, segno del peso che evidentemente si riconosceva a essi.
Trascorse un anno. Era il 508 a.C. e i nuovi consoli* erano Publio Valerio Publicola e Tito Lucrezio. Intanto i Tarquini avevano ricevuto ospitalit dal re di Clausium, oggi Chiusi, Lars soprannominato Porsenna. In lui l'etruscologo Giovanni Colonna scorge un tipo di tiranno alla greca oppure, come qualcun altro ha detto, alla romana, nel senso di un re di Roma padrone di citt latine, persino un re-sacerdote dotato di poteri magici, sempre secondo Colonna che non dubita della sua piena storicit.
La citt su cui regnava, Clausium, negli ultimi tre decenni del vii secolo aveva conosciuto uno sviluppo considerevole e alla fine del vi secolo a.C. era diventata un potente centro etrusco che con Arretium (Arezzo) e Cortona vegliava sulla val di Chiana, linea strategica che univa la valle del Tevere agli Appennini, snodo fondamentale per l'Emilia Romagna, l'Adriatico e l'Etruria padana, e dominava su una serie di citt etrusche che ruotavano attorno a Volsinii, oggi Orvieto, il cui territorio giungeva, forse, sino a Veii (Veio).
Dunque per Porsenna, re conquistatore, il controllo su Roma era di fondamentale importanza se voleva espandersi a sud del Tevere, terra dei Latini a lui ostile e vero obiettivo delle sue mire. Ma ricordiamo che egli non occup mai Roma, non gli interessava la citt, quanto il passaggio verso altre terre. Una prova  che i Romani gli eressero una statua davanti alla Curia (non gli sarebbe stata mai offerta se l'avesse presa). Per poterli raggiungere, e battere, gli occorreva poter contare sulla citt. Dunque Porsenna era interessato a Roma e non tanto ad aiutare i Tarquini. Diciamo che i loro interessi, in quel preciso momento, combaciavano. Qui, tra consigli e preghiere, il Superbo chiedeva di non essere abbandonato a una vita in povert, lui che era nobile etrusco ed era stato anche re! Tentava di convincerlo a muovere guerra contro Roma facendo leva sulla paura. Disse infatti che i Romani erano nemici dei re e che questa idea poteva essere pi contagiosa di una malattia, che se si fosse propagata allora magari anche lui sarebbe finito cacciato. Sarebbe stata la fine per i regni, la cosa pi bella nel mondo degli di e degli uomini (Livio 2, 9). E per Porsenna un ritorno del Superbo avrebbe significato aprire la via verso sud. Fu guerra.
 in questo ultimo segmento di storia monarchica (almeno fino all'avvento dell'imperatore Augusto) che fanno la loro apparizione figure destinate a entrare nella memoria anche contemporanea. Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia. Non  forse un caso che nella costruzione di questi ultimi eventi connessi con il Superbo la storiografia romana abbia ammassato, ci si passi l'espressione, tanti eroi, simboli della virt romana per eccellenza: il coraggio. La struttura ternaria delle prodezze di questi tre cittadini fa pensare che sulla costruzione dei loro racconti abbia avuto un certo peso lo schema trifunzionale indoeuropeo, quella logica cio sottesa a moltissime narrazioni di ordine mitico e leggendario indagata da Georges Dumzil. Ma andiamo per ordine.
Orazio, detto Coclite (l'orbo) perch cieco a un occhio, discendeva da uno dei tre gemelli Orazi che avevano vinto quelli albani al tempo in cui Roma e Alba Longa erano in guerra. Coclite si mise a difesa del Gianicolo ostruendo da solo sul ponte Sublicio il passaggio degli invasori. Mentre li affrontava con quel coraggio che lo avrebbe consegnato alla storia (ma poi, Coclite esistette davvero?), incitava gli amici a non curarsi di lui e a distruggere il ponte, cos da tagliare fuori il nemico. L'impresa gli riusc e all'ultimo si gett in acqua, ferito a un gluteo da un dardo avversario e rimanendo cos zoppo. L'evento pass alla storia, tanto che sul finire della repubblica quando un tale chiese a Cicerone se Marco Antonio avesse fatto bene a tentare di incoronare Giulio Cesare in occasione dei Lupercalia (vedi Capitolo v), il 15 febbraio del 44 a.C., l'Arpinate rispose: No, per la gamba di Coclite!.
Solo lo storico greco Polibio di Megalopoli dubita della riuscita di un'impresa tanto disperata e pensa che Orazio non sia sfuggito ai dardi nemici. A ogni modo, Roma dedic all'eroe una statua nel Foro (pi precisamente nella parte nota con il nome di comizio), che lo ritraeva armato e gli confer tanta terra quanta fosse riuscito ad ararne in un giorno con una coppia di buoi e, infine, ogni cittadino gli diede ogni giorno una razione di cibo (un gesto non da poco, appena si consideri la scarsit delle provviste). Secondo il gi ricordato schema trifunzionale, il racconto del Coclite serviva a celebrare le virt guerriere del romano e, per estensione, dei Romani. Diversa, invece, la funzione del secondo eroe, Gaio Muzio Cordo.
Orazio Coclite tiene a bada i nemici sul ponte Sublicio. Incisione tratta da Roma Moderna (xvii secolo).
Porsenna pass al contrattacco. Era infatti inaccettabile per un re potente come lui vedersi respinto da un solo uomo! Stavolta non avrebbe attaccato, ma avrebbe cinto d'assedio Roma, affamandola. Con i suoi uomini liberi di scorrazzare armati, la campagna romana si fece malsicura e presto la citt si ritrov a corto di viveri. Occorreva un piano d'azione o Porsenna l'avrebbe presto conquistata. Fu allora che un nobile, tale Gaio Muzio, decise di risolvere da s il problema e part, deciso a incontrare il re etrusco. Si travest allora da etrusco, indoss chitonisco e tebenna (vale a dire tunica corta e mantello semicircolare), si mise sul capo un berretto a cupolotto, il tutulus, quindi part.
Giunto nell'accampamento nemico, e individuata la tenda dei maggiorenti, marci a passo sicuro verso Porsenna e lo pugnal. Ma sbagli. Scambi infatti lo scrivano per il sovrano e cos l'attentato fall. Ma Porsenna rimase colpito da tanto ardore (ancora una volta i Romani celebravano s stessi anche, o forse soprattutto, attraverso i propri nemici, fermo restando che si tratta di racconti di dubbia storicit e di matrice filoromana, certo non filoetrusca) e decise di ascoltarlo. Muzio lo minacci. Gli disse che c'erano altri duecento romani pronti ad attentare alla sua vita e che se lui aveva mancato il bersaglio, un altro lo avrebbe centrato. E per dimostrare di non temere la morte, mise la mano destra sul fuoco e la lasci bruciare come se niente fosse. Da allora fu soprannominato Scaevola, dalla mano sinistra che poteva ancora usare, la mano scaeva. Un racconto, dunque, la cui funzione parrebbe essere quella di celebrare la magnanimit di Muzio e, di conseguenza, dei Romani, quanto per anche dei loro nemici. Porsenna infatti lo lasci libero:
Su, va' via tu che hai avuto il coraggio di essere pi crudele verso te stesso che verso di me. Farei un elogio al tuo coraggio, se esso fosse al servizio della mia gente. Adesso, conformemente al diritto di guerra, ti lascio andare libero, illeso e senza ferite (Livio 2, 12).
Fu cos che Porsenna e i Romani raggiunsero una pace e la stretta che soffocava Roma, affamandola, si allent. Non si tratt dell'unico caso di clemenza del re.
Una fanciulla romana di nome Clelia, discendente da Clelio, uno dei compagni di Enea, determinata a liberare le altre romane tenute prigioniere dagli Etruschi, pens a un piano di fuga: approfittando di un bagno al fiume, chiese alle guardie di allontanarsi perch non le vedessero nude e subito si gett in acqua con le compagne. Riusc a ricondurle a Roma sane e salve a nuoto e sotto una pioggia di dardi. Ma quando Roma le risped a Porsenna, perch gli ostaggi servivano a garantire il rispetto delle condizioni di pace raggiunte, il re di Chiusi, di nuovo ammirato di fronte a tanto coraggio, le offr di scegliere una met degli ostaggi da trarre in salvo e Clelia, si dice, scelse i pi piccoli, quelli cio che pativano di pi la lontananza dalle famiglie. Clelia divenne famosa e ricevette nientemeno che una statua equestre nel centro della citt di Roma. La sua storia serviva a mettere in risalto un'ultima, decisiva, qualit dei Romani, la lealt (in latino, fides).
Clelia fugge dal campo degli Etruschi, attraversando il Tevere con le compagne, incisione di B. Pinelli.
Georges Dumzil, come dicevamo prima, ha studiato a fondo queste tre vicende e, lavorando in chiave comparativa, ha saputo cogliere la matrice comune, di stampo indoeuropeo, alla base. Si tratterebbe del racconto della battaglia escatologica tesa alla purificazione del mondo dal male che lo pervade al fine di un suo rinnovamento virtuoso. Un prototipo sarebbe, sempre secondo Dumzil, nelle epopee scandinave o nel Mahabharata indiano.
Tornando a Porsenna, protagonista dei tre racconti, il re si configura come un sovrano potente ma non ingiusto, tutt'altro. Amante del coraggio e del valore, Porsenna parrebbe aver agito mosso da profonda ammirazione per i Romani. Proprio questa insistenza solleva qualche sospetto. Per Thierry Camous  infatti poco verosimile che un re nemico giungesse a prendere sotto la propria ala protettrice la nascita di una repubblica (dunque di una forma di governo che gli  contraria per natura!), spingendosi ad abbandonare gli interessi di un collega come il Superbo, solo per un orbo, un monco e una ragazza, per quanto coraggiosi fossero. Sul piano narrativo, Porsenna ha forse assunto questi tratti (fittizi) per definire per opposizione Tarquinio il Superbo: tanto egli  magnanimo, quanto l'altro  infido. Fu dunque proprio la necessit di caricare negativamente il Superbo a dipingere Porsenna come il buon re. La statua nel Foro fu solo una conseguenza di questa logica.
Porsenna prese Roma e cerc di restaurare, per il proprio tornaconto, il suo ascendente sul Lazio che la fuga di Tarquinio il Superbo, come ha dimostrato l'episodio di Gabi, aveva probabilmente messo in discussione. Egli cos non fu altro che un re dimenticato dalla tradizione, come forse altri condottieri dalla fama effimera, quali i Vibenna di Vulci (T. Camous, Tarquinio il Superbo. La leggenda nera del re etrusco di Roma, maledetto e superbo, Salerno Editrice, Roma 2017, p. 194).
Dunque nella realt dei fatti Porsenna conquist Roma e ne fu persino re, almeno secondo la suggestiva ipotesi di Camous. La statua nel Foro a lui offerta non provava che aveva risparmiato la citt, ma solo una tradizione (falsa e distorta!) che lo rappresentava come il re che non occup Roma, per attribuirne la presa al cattivo Tarquinio. Tracce della conquista di Roma da parte di Porsenna persistono nei racconti degli Antichi, perch alla fine la storia pu essere nascosta e persino distorta, ma mai negata. In primo luogo, nell'episodio della consegna degli ostaggi da parte dei Romani ai Chiusini, poi nella stipula di un contratto fra Roma e Porsenna secondo cui ai Romani era vietato l'uso del ferro (dunque, di difendersi o fare guerra), infine nei doni che i Romani mandarono a Porsenna in segno di gratitudine per averli risparmiati, pi precisamente il trono d'avorio, lo scettro, il diadema e la veste trionfale che i re romani indossavano. Tutto ci prova che Porsenna fu un re di Roma che punt sull'Urbe non perch il Superbo gli aveva chiesto aiuto, ma perch il Superbo versava in cattive acque e stava per essere rovesciato, come fa notare lo storico britannico Tim J. Cornell, specialista della monarchia romana.
Ma secondo i racconti antichi, infestati da continue distorsioni della verit storica, fu solo sotto la spinta del Superbo che Porsenna invi a Roma dei legati a chiedere di far tornare Tarquinio sul trono. D'altra parte l'ex re reclamava a gran voce il suo posto e poi per un uomo come Porsenna era inconcepibile che una citt non avesse un sovrano (questione, va da s, di mentalit). Scrive Livio:
Il popolo romano non viveva in un regno, ma in un paese libero. Per questo motivo aveva deciso di aprire le porte a dei nemici piuttosto che ai re. Tutti desideravano che la fine della libert fosse anche la fine della loro citt e quindi lo pregavano [Tarquinio] di lasciare che Roma restasse libera, se voleva che si salvasse (Livio 2, 15).
Tarquinio il Superbo diede prova di buon senso. Commosso o meno da questo parole, per profondo convincimento o per convenienza, a ogni modo accett e si ritir in esilio a Tusculum (Tuscolo) dal genero Ottavio Mamilio, leader dei Latini. Fu dunque assicurata la pace tra Romani e Porsenna, ma il Superbo non era ancora uscito dalla scena politica. Come delle braci il desiderio di tornare a regnare ardeva silente. Ma non nel suo cuore.
Il genero del Superbo accarezzava da tempo uno scontro con cui rimettere i Romani al loro posto ed espandere il dominio dei Latini sul loro territorio. Fu per questo che viaggi di citt in citt per trovare degli alleati che lo seguissero in guerra, una guerra coraggiosa (Roma si era fatta conoscere come un nemico temibile). E, pare, trov ben trenta citt disposte a sostenerlo. Insieme si strinsero in una lega, la Lega latina, con centro ad Aricia (attuale Ariccia ai Castelli Romani), di cui facevano parte citt come Cora, Pomezia, Lanuvium (oggi Lanuvio), Ardea, Tibur (Tivoli). Lo scontro ebbe luogo nel 496 a.C. presso il lago Regillo, nella campagna di Tusculum, cuore della resistenza latina. Il Superbo, bench ormai molto vecchio e malconcio, vi prese parte a cavallo, spronando la sua fida bestia contro il romano Postumio (da allora guadagnandosi il cognomen ex virtute di Regillense), ma fu portato via dai suoi uomini quando venne ferito a un fianco. Stessa sorte tocc a Mamilio, che tuttavia riprese a combattere quasi subito, chiamando in proprio aiuto i Romani che avevano tradito la loro patria per sostenere i Tarquini e che adesso lottavano al fianco dell'ultimo figlio superstite del Superbo, Lucio. Si trattava di fuoriusciti resi implacabili dalla disperazione causata dalla perdita dei loro beni confiscati dai consoli* al momento del tradimento. Fu l'arrivo di altri Romani, abilissimi guerrieri al seguito del dittatore Postumio, a riportare Roma in vantaggio. Mamilio cadde trafitto e i Latini persero la battaglia. Si concludevano cos quattordici anni di lotte fra Tarquini e Romani. A riprova, l'assenza dei Tarquini nel fondamentale trattato noto con il nome di Foedus Cassianum, stipulato da Spurio Cassio nel 493 a.C. e inciso su una colonna bronzea eretta nel Foro, con il quale Romani e Latini sanciscono la pace e giurano soccorso reciproco in caso di pericolo.
Tarquinio il Superbo era appunto superbo, non sciocco. Dopo la disfatta presso il lago Regillo decise di ritirarsi a Cuma, citt greca allora governata da un tiranno di nome Aristodemo, figlio di Aristocrate, e qui mor l'anno seguente, nel 495.
Il re Tarquinio, unico sopravvissuto della sua stirpe, dopo aver portato rovina a s, ai figli, alla casa del genero [Mamilio], ormai novantenne [...] escluso dai Latini, dagli Etruschi, dai Sabini, da ogni vicina citt libera, si rifugi a Cuma, in Campania, presso Aristodemo, detto Malaco, che vi regnava. Sopravvivendovi pochi giorni, mor e vi fu sepolto (Dionigi d'Alicarnasso, Storia di Roma arcaica 6, 21).
Ma non dovette essere sereno con il Malaco. Malaco era infatti il soprannome affibbiato al tiranno che lo ospitava e in greco significava molle, effeminato. Si racconta che Aristodemo avesse abolito palestre e servizio militare per rendere i maschi della citt come lui e che fossero costretti a tenere i capelli lunghi, indossare abiti leggeri e vivere come ragazze. Una prospettiva lontanissima da quella che il Superbo, rapace guerriero, aveva. Qui, tuttavia, fu costretto a ripiegare, ormai solo, povero e odiato. E negli interminabili pomeriggi di noia e mollezze, ritirato nei suoi appartamenti e raggiunto, forse, da una musica frivola, disperato, il Superbo scrisse un testamento nel quale nominava suo erede proprio il Malaco, in fondo l'unico che gli aveva aperto le porte di casa laddove tutti gli altri gliele avevano chiuse in faccia. Quando esal il suo ultimo respiro - molto probabilmente di sollievo - con lui finivano i Tarquini, la cui storia era iniziata cinque generazioni prima nella citt greca di Corinto. Il suo cuore si era fermato, ma un altro cuore batteva giovane e forte, quello della repubblica romana, figlia ribelle dell'ultimo re (anche se, meno poeticamente, molti storici vedono nella sua caduta solamente la fine della dominazione etrusca a Roma).
Ritratto di Tarquinio il Superbo in un'icisione del 1553.
Se, per, Tarquinio il Superbo finiva in esilio e la monarchia (etrusca) cedeva il passo alla repubblica, il ricordo di Bruto, l'uomo che aveva cacciato il rex, continu nei secoli. Gli storici dicono che fu fortunato.
Infatti, con il termine fortuna si intende la sopravvivenza di un dato fenomeno nel corso del tempo. In questo senso la repubblica romana fu una delle istituzioni pi fortunate. Infatti essa perdur, almeno come idea, in et medievale, moderna e contemporanea, quando Mussolini si appropri, certo risemantizzandoli, dei suoi simboli.
Ma  a cominciare dalla Rivoluzione francese (1789) che la res publica conobbe la sua maggiore fortuna. Essa veniva infatti rappresentata nelle vesti di una donna con tanto di berretto frigio e fascio, dunque abbigliata alla romana proprio per richiamarsi alla sua antichissima antenata, e dotata, proprio perch si era in piena rivoluzione, di una sorella bella quanto lei dal nome certo non casuale di Libert. Nell'antica Roma il berretto frigio richiamava l'idea di affrancamento dalla servit e per questo motivo esso fu ampiamente utilizzato dai giacobini (non sorprende ritrovarlo anche sulle teste degli ex schiavi delle colonie francesi, una volta che esse vennero abolite), proprio come la scure, strumento del boia, simboli in strettissima connessione. Non a caso berretto e fascio figuravano sul dipinto affisso nella sala delle riunioni del Club dei giacobini (meravigliosa invenzione della Rivoluzione francese), cos come sul loro sigillo, e svettava su tutti alla festa dell'Unit e dell'indivisibilit della Repubblica del 10 agosto 1793, come a dire libert a colpi di scure!.
Un altro altissimo simbolo romano di libert, nel senso di liberazione dal tiranno,  il primo console* di Roma, Lucio Giunio Bruto. Bruto veniva considerato il padre della res publica dai rivoluzionari e non solo: si pensi per esempio a Voltaire, che aveva portato sulla scena una tragedia dal titolo Brutus del 1730, e al pittore Jacques-Louis David che aveva eseguito il ritratto del Bruto Capitolino (1784-1785), dal quale in seguito realizz il dipinto esposto al salone del 1789, dal titolo lunghissimo di Giunio Bruto, primo console*, di ritorno a casa, dopo aver condannato i due figli che si erano uniti ai Tarquini e avevano cospirato contro la libert romana. I littori riportano i loro corpi perch egli dia loro sepoltura. I giacobini fecero sfilare alla festa di Chteauvieux del 1792 una riproduzione della tela su un carro trionfale con tanto di iscrizione commemorativa della morte di Robespierre, da salvatore a tiranno. Quello stesso anno la monarchia francese venne abolita al coro di:
Bruto, giuriamo di seguire l'esempio tuo e di mantenere la Repubblica una e indivisibile! Mai pi re, mai pi impostori! La libert per sempre! La libert o la morte!
Bruto, primo console* romano, uomo-simbolo della lotta alla monarchia, fu inevitabilmente protagonista anche di pice teatrali. Di Vittorio Alfieri  Bruto primo (1788), dedicato a George Washington, o La morte di Cesare scritto da Voltaire. Dalla pittura alla scultura al teatro Bruto permeava di s la Rivoluzione francese.
E Lucrezia? La memoria della matrona pudica e violata, seme della ribellione che segn la caduta del re, fu protagonista di opere teatrali (anche erudite).  il caso della Lucrece di William Shakespeare, del 1594, una tragedia di 1855 versi che riscosse un grandissimo successo, al punto da essere rappresentata ben cinque volte tra il 1598 e il 1624, oggi dimenticata. Il Bardo sembra aver fatto ampio uso del racconto di Tito Livio, ma ha attinto per gran parte a Ovidio, e pi precisamente al secondo libro dei Fasti (vv. 721-852), e anche a un tragediografo di un paio di secoli prima, il celebre Geoffrey Chaucer, che scrisse dello stupro della matrona nel suo The Legend of Good Women (1382). Lucrezia fa la sua comparsa anche in un'altra opera erudita, Lays of Ancient Rome (1842) di Lord Thomas B. Macaulay. Cos erudita da essere pochissimo, se non per nulla, nota agli stessi inglesi. Ma questa  un'altra storia.
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3. Una raccolta, le Dodici Tavole (anno 450 a.C.).
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La fonte di tutto il diritto pubblico e privato.
(Livio 3, 34)
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Secondo la tradizione Romolo avrebbe fondato Roma il 21 aprile del 753 a.C. Circa duecentocinquanta anni dopo i Romani si liberarono della monarchia, cacciando l'ultimo re, Tarquinio il Superbo, e instaurarono la Repubblica.  cos che, di norma, viene raccontato dalle fonti il passaggio da un tipo di governo a un altro e l'odio dei Romani per la monarchia (vedi Capitoli i e ii).
Tuttavia, tale passaggio, seppure di sicura storicit, non avvenne con la stessa rapidit con la quale autori come Tito Livio vogliono farci credere, bens gradualmente. Ci vollero, infatti, una sessantina di anni ancora perch la neonata res publica muovesse i primi passi, libera dalle amorevoli cure di madre Tirannide. Scrive Tim J. Cornell, uno dei massimi specialisti di et monarchica, che la rivoluzione che cre la Repubblica, cos come la conoscevano, non nacque tanto dal rovesciamento della monarchia alla fine del vi secolo a.C., come tradizione vuole, ma da quanto avvenne alla met del secolo successivo. Furono infatti i drammatici eventi degli anni 451-449 a.C. a fare di una citt senza re una citt repubblicana (cosa che, ci fermiamo a riflettere, non  affatto automatica). In quegli anni, come vedremo, Roma fu dotata di leggi scritte. Nasceva il diritto romano, lo stesso diritto che l'Occidente barbarico avrebbe ereditato e su cui si sarebbe fondato quello moderno. L'introduzione di leggi precise e definite, fissate e incontrovertibili, trasform profondamente il diritto non pi ispirato a principi religiosi, lo laicizz, e di conseguenza modific la societ romana e la mentalit della gente, al punto da costituire un evento di straordinaria rilevanza nella storia. Questo, almeno,  quanto la critica ritiene da sempre e che tuttavia  stato di recente, e a buon diritto, messo in discussione. Non si tratt, sia chiaro, di una facile conquista. Roma dovette affrontare il fantasma della monarchia, all'apparenza sconfitto con la fuga del Superbo. Solo quando lo ebbe battuto una volta per tutte, si pot gridare Repubblica!. Ma andiamo con ordine.
Tutto ebbe inizio quando la plebe chiese delle leggi scritte, evidentemente stanca dell'arbitrariet delle sentenze affidate sino ad allora a giudici patrizi, i quali seguivano i mores, cio le tradizioni, dei loro antenati (anch'essi patrizi) e, dunque, raramente si pronunciavano a sfavore dei propri pari. Le cause, infatti, erano gestite dai pontefici, tutti uomini del medesimo ceto. I destinatari di queste leggi, per, non erano le persone del popolo, ma i magistrati che da sempre facevano il buono e il cattivo tempo ai processi. Dal loro modo di esercitare le leggi, infatti, dipendevano tanto il diritto quanto l'uguaglianza tra i cittadini. Il concetto di isonomia, vale a dire di uguaglianza delle leggi per tutti i cittadini,  oggetto di discussione in una sezione della Storia di Roma arcaica di Dionigi d'Alicarnasso, che si pronunci con estrema durezza sull'arbitrariet della giustizia esercitata dai consoli*, i massimi magistrati a Roma. A suo avviso, prima i re, poi i magistrati romani hanno sempre goduto di un'eccessiva libert in materia di diritto. Un popolo che possa dirsi veramente libero dovrebbe regolare ogni affare, pubblico e privato, mediante leggi scritte.
Fu il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa a reclamarle nel 462 e cos fece per una decina di anni, al punto che le sue proteste, accompagnate da un larghissimo seguito di plebei desiderosi di un diritto certo, spinsero i consoli*, una coppia di patrizi, a inviare nel 454 una legazione ad Atene e in altre citt greche per studiarne le leggi. A comporla sarebbero stati tre individui scelti dalla plebe: Spurio Postumio Albo Regillense, Aulo Manlio Vulsone e Servio Sulpicio Camerino Cornuto. Tito Livio ci spiega quali furono i criteri alla base di questa scelta:
[...] furono designati i tre ambasciatori ch'erano andati ad Atene, sia per ricompensarli con la carica d'una missione tanto lontana sia perch si credeva che la loro esperienza di leggi straniere sarebbe stata utile per l'istituzione delle nuove norme giuridiche [...]. Si dice che nelle ultime votazioni la scelta cadesse anche su uomini di et matura, perch questi s'opponessero meno decisamente alle deliberazioni degli altri (Livio 3, 33).
Nel 451 la costituzione romana in vigore fu sospesa e ogni potere venne affidato a un gruppo di dieci uomini scelti dai comizi centuriati, i decemviri (dal latino decem, dieci, e viri, uomini), detti legibus scribundis perch avevano il compito, delicatissimo, di scrivere leggi. Dieci patrizi, inutile dirlo. I pieni poteri sono un punto su cui la moderna critica ha riflettuto (e riflette) attentamente: la repubblica non doveva certo essere n formata n definita, se i consoli* avevano attribuito ogni decisione a un gruppo di dieci uomini. Ci dimostrerebbe che, malgrado le fonti letterarie dicano il contrario, il salto dalla monarchia alla res publica non avvenne con la cacciata del Superbo. Si deve trattare di una forzatura cui gli autori antichi erano adusi, un tentativo di rendere lineare qualcosa che lineare non era: il cambio (radicale) di governo.
La lista completa dei nomi dei decemviri ci viene fornita da Livio: Appio Claudio Crasso Inregillense Sabino e Tito Genucio Augurino (i consoli*), Tito Veturio Crasso Cicurino, Gaio Giulio Iullo, Aulo Manlio Vulsone, Servio Sulpicio Camerino Cornuto, Publio Sestio Capitone, Publio Curiazio Fisto Trigemino, Tito Romilio Roco Vaticano e Spurio Postumio Albo Regillense. Presidente del collegio fu scelto il console* Appio Claudio Crasso, che per l'occasione si fingeva amico del popolo (lui che invece era crudele e violento) evidentemente al fine di accattivarsene la simpatia. Questi uomini lavorarono a dieci Tavole contenenti leggi, prescrizioni, divieti, e quando le ebbero terminate le fecero incidere sul bronzo e affiggere nel Foro, perch tutti, desiderosi di leggerle quasi come uomini in attesa del vaticinio di un oracolo, potessero valutarle e, nel caso, discuterle con loro.
Tuttavia, fu da subito chiaro che le leggi scritte non bastavano e che ne occorrevano altre. Dunque si torn alle elezioni. Appio Claudio prese allora a comportarsi in modo strano per un uomo come lui. Affabile e modesto oltre misura, cercava di assicurarsi i voti che gli occorrevano per mettere le mani sulla presidenza anche del secondo collegio. Una volta ottenuta la posizione che bramava, Appio nomin gli altri decemviri, scegliendo fra i peggiori. Smise allora di indossare la maschera che aveva tenuto durante le elezioni. Entrati dunque in carica, inaugurarono il primo giorno di carica con la minaccia di un terrore infinito (Livio 3, 36). Si circondarono di dodici littori ciascuno, dunque quando circolavano avevano un seguito di centoventi guardie del corpo armate di fasci e scuri. Dieci volte quello che avevano gli antichi re. Bersaglio principale, i plebei; i patrizi, infatti, non venivano sfiorati, dal momento che i decemviri erano di nobile stirpe. Cos, si misero al lavoro, seppure sotto lo sguardo preoccupato della gente. Dopo quasi un anno le ultime due Tavole, quelle per le quali si era votato un secondo collegio decemvirale, erano finite. Dunque, si poteva tornare ai consoli* e sciogliere il collegio. Peccato che Appio e i suoi non ne avessero alcuna intenzione, forti del sostegno di giovani patrizi. Il regime del terrore ebbe cos inizio.
E ormai non si risparmiavano neppure pi le schiene: si frustava, si decapitava. E, affinch la crudelt non fosse gratuita, la confisca dei beni seguiva il supplizio del proprietario (Livio 3, 37).
Ora, una situazione interna tanto instabile non poteva che rallegrare i nemici di Roma, che (giustamente) vi scorgevano la possibilit di trarne grandi profitti. Sabini ed Equi marciarono in direzione dell'Urbe e si accamparono per saccheggiare le terre limitrofe. I decemviri, spaventati, convocarono il senato che, in gran numero, si present per accusarli di detenere un potere illegittimo. Di fatto, erano dei privati che si erano arrogati il diritto di comandare su altri privati, nulla di pi. Se i Romani non avevano tollerato tanta superbia nel re Tarquinio il Superbio e nella sua famiglia, come potevano accettarla da parte di un gruppo di privati cittadini, dunque di loro pari? Non potevano.
I decemviri sapevano di non essere amati. Difficile farli tanto ingenui da pensare il contrario. Si erano arroccati nelle loro case del potere, protetti da guardie del corpo. Ma il loro peggiore nemico, stando almeno, lo ricordiamo, alla tradizione letteraria che ce ne parla, stava nei loro cuori feroci e nella crudelt di cui davano prova. Erano proprio le loro azioni a renderli sempre pi invisi al popolo, non solo ai plebei ma anche ai patrizi, e dunque a isolarli pericolosamente. Uno dei loro principali detrattori era un uomo di nome Lucio Siccio Dentato. Per quanto non sia chiaro se fosse un membro della famiglia patrizia dei Sicci o di quella plebeissima dei Sicini, Dentato era noto per la sua forza e il suo coraggio in battaglia, una forza e un coraggio che gli valsero il soprannome di Achille romano. Dentato, sulla cui storicit c' da interrogarsi,  uno di quei personaggi che popolano il racconto della Roma del v secolo a.C., periodo oscurissimo per gli storici. Stando a quanto si pu leggere sul suo conto, si trattava di un uomo il cui valore era provato dalle numerose cicatrici che ne ricoprivano il corpo: quella nobilt non di natali, ma di virt, per parafrasare un passaggio della celebre orazione di Gaio Mario attribuita allo storico Gaio Sallustio Crispo (in un tempo, i secolo a.C., in cui i popolari si opponevano agli ottimati per il controllo della res publica). Dentato si era pronunciato contro i decemviri pi e pi volte, al punto da attirarsene l'odio. Dionigi d'Alicarnasso, in un racconto similissimo, per contenuti, a quello del contemporaneo Tito Livio, esalta la franchezza del guerriero anche attraverso il contrasto con la vigliaccheria dei decemviri. Costoro, infatti, anzich affrontarlo apertamente gli tesero un'imboscata delle pi infide. Lo inviarono sul fronte, nella guerra contro i Sabini, con il pretesto che Roma aveva bisogno di lui, e al contempo pagarono i soldati che lo seguivano per ucciderlo non appena si fossero trovati in un luogo sicuro e lontano da sguardi indiscreti. E cos, come il buon Dentato fu in una radura, nel mezzo di silenziosi boschi, le orecchie tese in cerca del nemico, alle sue spalle i soldati romani caricarono gli archi e scoccarono frecce contro di lui. Dentato mor, ma combattendo con coraggio e portando con s non pochi traditori. Come si fu sparsa la notizia della sua morte per mano dei nemici, notizia falsissima, i soldati che lo stimavano e che erano all'oscuro della trama ordita dai decemviri, ottennero il permesso di andare a recuperare il corpo dell'uomo. Fu cos che, in un brano dal sapore della moderna (e migliore) detection, esplorando la radura e notando che c'erano solo corpi di soldati romani, che erano tutti rivolti verso Dentato e che le frecce che avevano trafitto il guerriero erano anch'esse romane, colti da un terribile sospetto, fecero ritorno all'accampamento per ottenere un chiarimento dai decemviri. Questi, desiderosi di insabbiare tutto il prima possibile e di impedire che la verit sulla fine dell'eroe raggiungesse Roma, promisero un regolare processo con tanto di istruttoria una volta finita la guerra e rientrati in patria. Ma nulla di tutto ci avvenne e i soldati fedeli a Dentato si dovettero accontentare di un funerale allestito alla bell'e meglio.
La vittima, per, pi illustre della perfidia (nel senso latino della parola, tradimento) dei decemviri fu una fanciulla di nome Virginia. Essa costitu la fine dei decemviri, una fine che Livio non esita ad accostare a quella di Tarquinio il Superbo (vedi Capitolo ii). Appio Claudio si innamor follemente di Virginia, ancora illibata e fidanzata a Icilio, giovane plebeo irruento e agguerrito nemico dei patrizi. Poich non era riuscito a conquistarla con denaro e promesse, Appio fece ricorso alla violenza. Cos un giorno, mentre passeggiava nel Foro con la sua fida nutrice, Virginia si sent afferrare per un braccio e strattonare. Un uomo, tale Claudio Marcello, le gridava di fronte a tutti di essere una schiava nata da una sua schiava e, dunque, di appartenergli. Virginia chiam in aiuto i Quiriti e come ci fu abbastanza gente attorno a loro, Marcello raccont la sua versione (falsa e concordata con Appio) della storia. Virginia era una verna, una schiava nata nella sua casa, portata di nascosto in casa di Virginio, che l'aveva spacciata per propria figlia. Pertanto, era giusto che la ragazza, ritrovata, lo seguisse e tornasse sotto il suo tetto. Poich, tuttavia, il fidanzato e il nonno di lei garantivano che non era una schiava, Marcello e Appio, chiamato a dirimere la questione (certo non a caso), si videro costretti a rimandare il processo all'indomani, ma non oltre, con il pretesto che le cose erano gi sufficientemente chiare per emettere l'ingiusta sentenza; in realt per impedire al padre naturale della ragazza, Virginio, di tornare in citt in tempo per far cadere ogni falsa accusa. L'uomo, infatti, si trovava fuori per difendere Roma (e di qui la crudelt dei decemviri risulta persino accresciuta, dato che approfittavano della lealt di un valoroso concittadino).
Camillo Miola, Uccisione di Virginia, 1882 (Napoli, Museo di Capodimonte).
Virginio, avvisato tempestivamente, riusc a tornare in tempo. Di fronte a lui, supportato da una folla di testimoni, Appio e Marcello compresero di aver perso: Virginia non sarebbe finita nella casa dei decemviri e, di qui, in quella di Appio, il burattinaio che aveva mosso i fili dell'intera vicenda. La folla, poi, dava ragione al padre e alla figlia, che per l'occasione si erano presentati vestiti a lutto, lui perch la paternit gli veniva negata e lei perch stava per finire in catene nella casa di un uomo che, chiaramente, avrebbe approfittato della sua illibatezza. Appio, allora, che per la fanciulla aveva perso il senno, fece un passo falso e commise un gravissimo errore: abus del proprio potere di presidente del collegio dei decemviri e di giudice e la attribu al compare Marcello, decretando che Virginia fosse strappata alla casa del padre e alle braccia del promesso sposo Icilio, per seguire il suo (presunto) padrone. Fu allora che Virginio disse rivolto ai decemviri:
Non a te, Appio, ma a Icilio ho promesso mia figlia e l'ho cresciuta per le nozze, certo non per lo stupro. Si  deciso di correre agli accoppiamenti come delle bestie feroci, a caso? Se i presenti lo tollereranno, questo non so dirtelo. Ma mi auguro che non lo faranno tutti quelli che possiedono un'arma! [...] Figlia, nel solo modo che mi  concesso, ti restituisco la libert! (Livio 3, 47).
Afferrato un coltello dal banco di un macellaio, la trafisse a morte. Volgendosi poi al tribunale, consacr Appio ai Mani infernali (di fatto, lo maledisse). Il cadavere della fanciulla fu quindi portato fra la gente, che a quello spettacolo si infiamm di odio per i decemviri che gi detestava. Si svolse, cos, una sorta di processione funebre particolare, perch al pianto per la sventurata si mescolavano le grida di quanti chiedevano vendetta. I littori si gettarono sul popolo, guidato dai senatori pi intransigenti e decisi a scacciare gli usurpatori, nel tentativo di reprimere la rivolta, ma non fu possibile e Appio fu costretto a battere in ritirata insieme ai suoi seguaci.
Tornata la calma, e con il Foro finalmente libero dai decemviri, Virginio si sent in dovere di spiegare ai Quiriti il motivo del suo gesto, per non sembrare il genere di padre che uccide la propria figlia per mera crudelt. Cos supplic la folla di prestargli ascolto e spieg che quel gesto, di fatto estremo e terribile, nasceva dall'amore e invocava i presenti a non soggiacere alla libidine (questa la parola impiegata diverse volte nel suo discorso) di Appio e dei decemviri. Il messaggio, dunque, era rivoluzionario, e non solo mosso dal dolore. Le parole, giunte alle orecchie dei soldati sul fronte, sollevarono gli eserciti contro i decemviri che ne erano a capo. Fu cos che Appio e i suoi compresero che per loro era finita. Il regnum dei dieci Tarquini era caduto. Adesso avrebbero pagato per tutto quello che avevano fatto ai Romani.
I decemviri ottennero solamente di abiurare dopo che le ultime due Tavole, quelle per le quali erano stati eletti, fossero state approvate. Cos fu, il collegio venne prosciolto, la costituzione romana torn come prima, solo che in pi, seppure attraverso sangue e violenza, i Romani avevano delle leggi scritte. Nasceva il diritto romano, ironia della sorte, dalla penna di tiranni e, in particolare, del loro capo Appio, un uomo destinato a passare alla storia per la sua profonda scorrettezza. Torneremo alla fine del Capitolo su quanto avvenne a lui e ai suoi amici.
Vediamo di ripercorrere l'intera vicenda dei collegi decemvirali con lo sguardo dello storico, spingendoci cio al di l del racconto antico. Sorge da subito una domanda: per quale motivo si avvert la necessit di creare un secondo collegio di decemviri, se ce ne era stato un primo che aveva lavorato bene e prodotto le dieci Tavole?  ancora una volta Livio a risponderci: perch si pensava che non bastassero e che ne occorressero due in pi, poich alcuni aspetti non erano stati trattati nelle altre e necessitavano di regolamentazione. Purtroppo, il secondo collegio, come abbiamo visto, abus del potere che gli era stato conferito e ne approfitt per fare i propri interessi e non per lavorare alle due tavole integrative. Un'ipocrisia da giuristi, un po' come sarebbe accaduto con i Trenta Tiranni guidati da Crizia e mandati nel 403 a.C. da Sparta ad Atene al termine della guerra del Peloponneso, con il pretesto di dotare la citt di una nuova costituzione e che invece avevano lavorato a tutt'altro (per la precisione, alla soppressione della democrazia e dei suoi sostenitori), finendo come i decemviri.
Se dunque  questa la ragione della creazione del secondo collegio, il bisogno di completare la raccolta di leggi approntate dal primo, perch le fonti presentano i decemviri di quest'ultimo come dieci Tarquini? Gli storici tendono a spiegarlo con un aition, vale a dire con un racconto eziologico nato in antico per giustificare la causa (in greco, appunto, aition) all'origine della presenza nelle Dodici Tavole del divieto di matrimonio fra patrizi e plebei contenuto nell'undicesima Tavola, provvedimento ingiusto a furor di popolo che Cicerone non esitava a definire la pi disumana delle leggi. Da un punto di vista puramente storico il secondo collegio aveva dunque la funzione di spiegare la crudelt dei provvedimenti contenuti nelle ultime due Tavole: crudeli i contenuti, crudeli i legislatori. Semplice, logico. Ma vero? Considerate le numerose contraddizioni interne al racconto dei due collegi, non vi  ragione di dubitare della genuinit degli stessi, nel senso che se fossero stati costruiti a tavolino non presenterebbero tante aporie. Ci furono ovviamente rimaneggiamenti di et seriore, alterazioni del nucleo originario, nucleo che per deve essere giudicato genuino.
Resta un punto: com' possibile che anche dei plebei facessero parte del secondo collegio decemvirale, al quale erano attribuite la legge sul divieto di connubio fra patrizi e plebei e la riduzione in schiavit di chi non poteva pagare i debiti contratti? Un plebeo che fosse stato nella commissione non avrebbe mai e poi mai approvato interventi tanto duri e, va da s, di chiaro segno filopatrizio. Ma c' un errore: proprio la presenza dei plebei nel secondo collegio aiuterebbe a spiegare la ragione di provvedimenti antiplebei. Infatti, prima che le Dodici Tavole fossero redatte, i plebei erano quelli maggiormente penalizzati ai processi, per le ragioni che si sono dette, finendo con l'incorrere nelle peggiori sanzioni. Per quanto dure possano sembrare le leggi contenute nelle famigerate ultime due Tavole, esse tuttavia sono certe, perch fissate per iscritto. Dunque, i plebei in commissione dovettero approvarle per limitare la libert dei giudici patrizi. E non dimentichiamo, naturalmente, che esistevano anche plebei contrari alla fusione con l'altro ordine. Resta il fatto che molto di quanto  stato attribuito al secondo collegio in termini di nefandezze  frutto di rielaborazioni successive (che ci furono e non  certo nostra intenzione negarle).
Tra le diverse tradizioni, databili per lo pi alla media e tarda et repubblicana,  da considerarsi gran parte della vicenda di Appio e Virginia. Storici del calibro di Barthold G. Niebuhr, Lord Thomas B. Macaulay e Gaetano De Sanctis pensavano che la storia di Virginia fosse il tema centrale di un'antica ballata e che solo sul finire della Repubblica (i secolo a.C.) fosse stata aggiunta la figura di Appio Claudio, segno dell'impopolarit di cui la sua famiglia (allora) godeva. Nella rielaborazione (o meglio, nelle rielaborazioni) si dovette attingere anche alla storia di Sesto Tarquinio, figlio del Superbo, e di Lucrezia (vedi Capitolo ii), con la quale il racconto di Appio e Virginia presenta numerose (e certo non casuali) assonanze. Va da s che tali alterazioni e contaminazioni non provano la completa finzione di quanto riportato dalle fonti. Come una cipolla, molti sono gli strati aggiunti, ma un cuore c'era e non si pu negarne l'esistenza solo in ragione di manipolazioni storiografiche.
L'ambasceria che Roma invi in Grecia per sapere come redigere un codice di leggi, e cui abbiamo sopra accennato, non  invece da intendersi in senso letterale.  stato fatto notare che se i Romani fossero stati ad Atene nel 454 a.C., Pericle, che allora vi governava, avrebbe loro fornito leggi pi aggiornate di quelle di Solone. Dunque la spedizione romana in terra greca non dovette mai avere luogo ed  pertanto un'invenzione storiografica, che tuttavia contiene un fondo di verit: il codice delle Dodici Tavole presentava diverse tracce di un'influenza del diritto greco su quello romano. I contatti dovevano apparire tali che, secondo una diversa tradizione, i Romani avrebbero ricevuto un modello legislativo non grazie all'ambasceria ma a un tale Ermodoro di Efeso, allievo del filosofo Eraclito, giunto a Roma in quel giro di anni.
Al di l dell'identit dei decemviri e del loro operato, le Dodici Tavole cambiarono Roma e la storia dell'Occidente. Specchio di un mondo perduto, testimonianza preziosissima della societ e della vita di un tempo per noi molto lontano e, per certi versi, irraggiungibile, purtroppo il codice  andato perduto e quel (poco) che di esso ci  dato conoscere  giunto attraverso autori che nelle loro opere ne hanno citato solo dei brevi passaggi, dunque per tradizione indiretta. Per esempio,  difficile riuscire a collocare un dato provvedimento nella sua originaria tavola di appartenenza. Tuttavia, grazie al lavoro di Heinrich E. Dirksen, uno studioso di Diritto romano dei primi anni del xix secolo, si  giunti a una visione abbastanza pulita e ordinata di questo antichissimo materiale giuridico.
Di base si tratta di ingiunzioni e divieti. Dunque, testi concettualmente semplici, ma fondamentali. Essi riguardano la famiglia, il matrimonio, il divorzio, l'eredit, la propriet, il trasferimento della propriet, aggressioni e offese, debiti, schiavit, nexum, procedure di carattere religioso e funerali. A complicarli, certamente per noi moderni,  il linguaggio. Le Dodici Tavole sono scritte in un latino arcaico e criptico, ricco di anacoluti e pronomi indefiniti, che conferiscono alla raccolta un'aura di mistero (accresciuta, secondo alcuni, dall'utilizzo di un metro finalizzato alla facilitazione della memorizzazione dei testi). Le Tavole furono infisse al Foro e l rimasero sino all'incendio gallico del 390 a.C., durante il quale andarono distrutte.
Per nostra fortuna anche gli Antichi avevano gi tentato di decodificare la raccolta. Al secondo secolo a.C., infatti, risalgono i primi commenti alle Dodici Tavole, un tentativo di spiegare il senso dei singoli provvedimenti. Inutile dire quanto preziosi siano per la ricerca moderna.
Tre aspetti sembrano emergere come di particolare rilevanza nella raccolta: schiavit, debiti e nexum.
Gi in et arcaica gli schiavi erano presenti a Roma e non c' una sola legge delle Tavole che faccia cenno (anche solo cenno) ad abolire la schiavit. Questo perch la schiavit era uno dei pilastri dell'economia romana di allora. D'altra parte, basti pensare che gli schiavi facevano parte dei bottini presi durante le campagne militari. Le Tavole, per, contengono un brevissimo cenno alla loro liberazione (Tavola vii), dietro il versamento di una cifra al padrone (evidentemente a titolo di risarcimento della perduta forza-lavoro).
In et arcaica strettamente connesso con la schiavit  il debito. Nella Tavola iii se ne parla, nella misura in cui, se il debito non veniva ripagato nel periodo di tempo fissato nel processo, il creditore aveva il pieno diritto di vendere il debitore come schiavo in un luogo trans Tiberim, al di l del Tevere, e peregre,fuori il territorio di Roma. In alternativa, il debitore subiva la pena di morte e, se i creditori erano pi di uno, allora il corpo veniva smembrato di modo da consegnarne a ciascuno un pezzo, sempre a titolo di risarcimento. Ma  molto pi fruttuoso vendere una persona viva, che spartirsene gli arti da morta. Ecco perch, molto probabilmente, si tendeva a procedere con la prima soluzione, cercando di evitare la seconda.
Con nexum, infine, si deve intendere la schiavit per debiti ed essa  oggetto di un'altra sezione della Tavola iii. Non si tratta della vendita del debitore, perch i nexi, dunque le persone che ne venivano colpite, rimanevano cittadini romani e continuavano a vivere a Roma. Piuttosto, doveva trattarsi di una situazione transitoria: il debitore aveva a disposizione un periodo di trenta giorni per estinguere i debiti, dopo il quale il creditore poteva metterlo in catene e farne un nexus. Per i successivi sessanta il disgraziato poteva rinchiudersi in casa propria (una sorta dei nostri arresti domiciliari) oppure scegliere se andare in quella del creditore, che per aveva l'obbligo di nutrirlo. Qui il padrone poteva usarlo come se fosse un suo schiavo, prima di decidere della sua sorte (se venderlo trans Tiberim, peregre o ucciderlo).
Dalle Leggi, specialmente dalla quarto delle Dodici Tavole, si apprende molto altro della societ romana arcaica anche in merito a famiglia e propriet. Per familia romana, per esempio, si intendeva tutta la casa come insieme di persone e cose, posta sotto il comando di un solo individuo, il paterfamilias, diremmo il padre padrone, in genere il maschio pi anziano che teneva sotto il proprio comando, in sua potestate, ogni cosa ed essere vivente. Quello che a noi pu sembrare strano  che un uomo adulto che si sposava e aveva dei figli rimaneva ugualmente sotto la potestas del paterfamilias e non possedeva nulla di suo finch questi non moriva (cosa in effetti inconcepibile per un occidentale dei giorni d'oggi). La patria potestas, vale a dire il potere del padre su ogni cosa e persona della sua casa, lo autorizzava persino a uccidere i propri congiunti o a venderli, anche se di base tendeva a evitare misure tanto drastiche (salvo se nascevano dei bambini affetti da gravi deformit o malattie, in questo caso li si uccideva). Neppure la moglie sfuggiva a questa legge: su di lei il paterfamilias esercitava un potere noto con il termine, assai eloquente, di manus. La vita della familia ruotava dunque attorno al suo membro pi vecchio come l'economia attorno alla vita nei campi. La sussistenza della famiglia dipendeva, infatti, dall'agricoltura, almeno nel v secolo a.C., dunque al tempo della redazione delle Tavole. L'assenza di qualsiasi riferimento al commercio, all'industria o agli investimenti (cos come i pochissimi richiami alla pastorizia) lascia intendere uno stadio ancora molto arretrato della vita economica romana.
Molto pi trattati sono invece gli aspetti che non esiteremmo a definire sociali. La societ romana arcaica appariva divisa, stando sempre alle Dodici Tavole, e in particolare alla i, tra adsidui e proletarii, cio tra ricchi e poveri, intendendo con i primi i proprietari terrieri (inevitabile, data la forma predominante di produzione, l'agricoltura) e con i secondi quanti non possedevano nulla se non la prole. Un'ulteriore distinzione  fra patronus e cliens*, patrono e cliente, entrambi liberi ma il secondo vincolato al primo e, diremmo, al suo servizio completo, in cambio di aiuti e protezione, come si evince da diversi passaggi della Tavola viii. Il loro rapporto deve fondarsi sulla fides reciproca, cio sulla lealt, e ogni frode deve necessariamente restarne al di fuori. Dunque non si tratta di una giustapposizione su base economica, dal momento che il cliente non era di fatto povero (n un ex ricco caduto in disgrazia, anche se di casi non ne mancano in questo senso), ma di un rapporto regolato da precisi doveri e diritti. Ogni mattina i clientes* andavano a casa del loro patronus secondo il rito della salutatio matutina, ovvero del buongiorno, quindi passavano al Foro e lo attendevano l. Non era mera gentilezza, n tantomeno pura formalit, bens un rito con il quale il patronus passava in rassegna i suoi uomini, trattandosi, attenzione, anche di uomini armati, di guardie personali, n pi n meno dei 306 soldati, sodales, che avevano combattuto dalla parte dei Fabi contro gli Etruschi di Veii nel 479 a.C. Squadroni di dipendenti pronti a servire il loro protettore. Una struttura, come non si  mancato di osservare, che si ritrover nell'organizzazione medievale. La Tavola viii contiene poi anche altre leggi, per esempio quelle per punire i crimini di incantesimo (!), di falsa testimonianza, di tradimento della fides da parte del cliente nei confronti del patrono, di omicidio involontario. Tutte leggi, in breve sostanza, relative a crimini.
Il bipolarismo patrono-cliente  alla base del cosiddetto conflitto degli Ordini di cui un riflesso sta proprio nella (gi discussa e molto dibattuta) Tavola xi, dove si afferma che patrizi e plebei non possono sposarsi.  chiaro che alla base di questa norma, la pi disumana, stava una crescita smodata dei plebei e l'inevitabile confronto con i patrizi, ormai una minoranza, specialmente in rapporto alle magistrature di loro esclusivo appannaggio (come il consolato, la pi elevata). Il divieto di matrimonio della Tavola xi andrebbe dunque inteso, secondo molti storici, come il tentativo del patriziato di scoraggiare l'acquisizione di potere da parte della crescente (e in rivolta) plebe. Si sarebbe trattato, a ogni modo, di un divieto destinato a durare poco. Nel 445 a.C. il tribuno della plebe Gaio Canuleio con un plebiscito fece entrare in vigore la lex Canuleia, che portava il suo nome di famiglia, con la quale plebei e patrizi potevano sposarsi. Il percorso di parit di diritti sarebbe stato lungo e tortuoso, e terminato, almeno sul piano legale, con le leggi Licinie-Sestie del 367 a.C., anch'esse opera di due tribuni della plebe, con le quali, fra i vari provvedimenti, si limitavano gli iugeri di terra pro capite, andando cos a colpire il latifondismo, e si decretava che ogni anno uno dei due consoli* dovesse essere plebeo.
Dunque le Leggi delle Dodici Tavole ci restituiscono un'istantanea complessa della societ romana del v secolo a.C., molto pi complessa di quanto potrebbe sembrare a un primo, superficiale sguardo.  solo con questa prima raccolta di leggi, e con la sconfitta del secondo collegio decemvirale, che Roma pot finalmente dirsi una res publica libera dalla lunga ombra della monarchia. Le regole fissate per iscritto e di ispirazione greca determinavano per la prima volta in modo (pi o meno) oggettivo i rapporti tradizionalmente complessi tra gli Ordini, il patriziato e la plebe.
Si nota, poi, una certa concentrazione di leggi tutte dello stesso genere nella stessa Tavola, spia di unit dell'opera. Si  dunque pensato che la raccolta fosse stata pensata, e di conseguenza strutturata, secondo un ordine che potremmo chiamare tematico. Le prime Tavole (i-iii) riguardano il processo e la sua instaurazione; la Tavola v contiene i provvedimenti su testamento ed eredit; la vi l'operato dei decemviri; la vii la propriet e il suolo; la viii i crimini; la ix la giustizia privata; la xi il calendario; la xii la rivendicazione (e altri provvedimenti). Non tutte le Tavole sono purtroppo ricostruibili a causa della lacunosit dei testi pervenuti, ma il quadro  nel complesso abbastanza chiaro, almeno per il loro contenuto.
La rupe Tarpea in un'antica incisione.
La redazione delle Dodici Tavole fu dunque un'operazione pensata attentamente e pianificata nel dettaglio. Su questo non possono esserci dubbi. Ma si tratt veramente di un evento rivoluzionario per i Romani del tempo? Ed esse contribuirono alla laicizzazione del diritto, come generalmente ritenuto da buona parte della critica, oppure no? Le Dodici Tavole non sono mai state percepite dagli Antichi come un'innovazione, perch i decemviri furono, per usare dei grecismi, nomografi e non nomoteti, vale a dire scrittori di leggi e non creatori di leggi. In pratica, essi si limitarono a mettere per iscritto provvedimenti che gi esistevano e non a introdurne di altri. Va da s che qualsiasi rielaborazione storiografica, come l'origine stessa del secondo collegio, sia nata per giustificare la presenza di dati provvedimenti scritti, evidentemente accrescendo il ruolo creativo dei decemviri e ricamandoci attorno la storia che conosciamo.  infatti impensabile che prima del loro operato, nel v secolo, Roma non avesse processi n sapesse come tenerli. Non a caso,  proprio con i processi e la loro organizzazione che si aprono le prime Tavole, per procedere con la devoluzione ereditaria, altro tema caldo per i cittadini della Roma antica. Dalle prime Tavole, dunque, non emerge alcuna intenzione riformatrice, ma solo la messa per iscritto di provvedimenti pi antichi.
Dunque, la materia contenuta nelle Tavole non  nuova. Dove sta, allora, la novit? In quello che, a un primo sguardo, pu sembrare una cosa da poco, un dettaglio, ma che dettaglio non : nel passaggio dalla sfera sacra a quella del diritto (in latino, ius) dei crimini. Una traccia di questo trasferimento, di fatto estremamente significativo, risiede nelle stesse leggi delle Dodici Tavole, o in quello che, almeno, di esse ci  pervenuto. Nella repressione pubblica vi sono residui del passato religioso cui appartenevano le sanzioni applicate. Si pensi, per esempio, che la pena per chi distruggeva volontariamente il raccolto di un vicino era l'impiccagione a un albero sterile, per espiare l'offesa arrecata a Cerere, dea del raccolto (xii 8, 9). Ancora, chi veniva sorpreso a fornire una falsa testimonianza veniva gettato gi dalla Rupe Tarpea, la rupe cio che portava il nome della traditrice per eccellenza della prisca storia romana, la fanciulla innamorata del sabino Tito Tazio e che per lui aveva aperto le porte di Roma al nemico, ingannando i suoi stessi concittadini. Sacro e profano si intrecciano a doppio filo nelle leggi e la cosa non deve sembrarci strana:
Non c' conflitto ideologico (contrariamente a molte affermazioni moderne, pesantemente anacronistiche) tra una visione sacra dell'ordine sociale e una visione giuridica laica. In realt si tratta di due sistemi normativi che coesistono [...], senza alcuna rivalit polemica e conflittuale (M. Humbert, La codificazione decemvirale: tentativo di interpretazione, in M. Humbert (a cura di), Le Dodici Tavole. Dai Decemviri agli Umanisti, Pavia University Press, Pavia 2005, p. 21).
Viene meno cos quell'opposizione tra massa e pontefici troppo spesso rintracciata nella nascita delle Tavole, presentate (e recepite) come una rottura con l'antico diritto orale posseduto dai pontefici e al quale i magistrati si appellavano per dirimere questioni di ordine giuridico. Le Tavole, infatti, non hanno rivelato alla massa i segreti della giurisprudenza, rendendo di tutti quello che prima era di pochi. Sarebbe ingenuo crederlo. Si  trattato solo di una pubblicazione di leggi preesistenti, che continuano a rimanere mute senza un esperto in grado di interpretarle e di applicarle. In breve, i pontefici (e i magistrati) hanno conservato il loro ruolo di mediatori fra il diritto e la massa, non l'hanno perso, come si sarebbe portati a credere, immaginando che le Tavole abbiano liberato i deboli dall'oppressione dei forti. Li hanno tutelati un po' di pi, questo s.  bene dunque, pur riconoscendo alle Tavole il peso che esse ebbero in antico, non attribuirgliene uno che non avevano.
Ma cosa ne fu, alla fine, dei decemviri, gli uomini eletti dai comizi centuriati, dunque dal popolo tutto, ai quali i consoli* avevano affidato il potere supremo e il controllo sull'intera res publica, ma che avevano tradito la fides dei Romani e pugnalato la libert? Accusati dell'omicidio di Dentato, della libidine di Appio e della fine di Virginia, della condotta vergognosa tenuta in guerra, furono sbattuti in carcere. Ci fu chi ne chiedeva la morte, sul rogo, chi il carcere a vita (tenuto conto che allora significava rischiare di morire di fame e di sete, se nessuno si offriva spontaneamente di accudire il prigioniero...). Fu allora istruito un regolare processo. Appio, che non intendeva morire tanto facilmente, parl al popolo romano, in un ultimo, disperato tentativo di ottenere la grazia. Ma come poteva anche solo sperarlo? Nel vederlo avanzare scortato da una fitta schiera di patrizi che avevano il compito di proteggerlo dalla folla, ognuno si ripeteva che alla fin fine gli di esistevano, che non ignoravano le vicende degli uomini, che la superbia e la crudelt ricevevano una punizione pesante, anche se tardi (Livio 3, 56).
Il processo fu durissimo e si sapeva come sarebbe andato a finire. I decemviri sarebbero stati gettati in carcere, quel luogo che, fintanto che era al potere, Appio aveva ribattezzato la casa del popolo romano. Adesso, per ironia della sorte (e per giustizia), sarebbe stata la sua, costretto a vivere (sempre che quello fosse stato vivere) tra ladri e assassini. Fu per questo che Appio si uccise il giorno prima del processo e della sentenza.
Anche Oppio, un suo compagno di nefandezze, sarebbe stato condannato alla stessa pena. Si tolse la vita il giorno prima del processo che lo avrebbe rigettato nelle budella nere dell'Urbe. Cos tocc a molti altri. I beni dei colpevoli furono confiscati, sia che fossero stati condannati a morte, al carcere a vita o all'esilio: come Marco Claudio, l'uomo che aveva afferrato Virginia per un braccio, citato in giudizio e condannato da Virginio, padre della poveretta. Col suo ritiro a Tibur, oggi Tivoli, usc dalla storia. Conclude Livio:
I Mani di Virginia, pi fortunata da morta che da viva, dopo aver vagato per tante case in cerca di vendetta, puniti tutti i colpevoli, finalmente poterono riposare in pace (Livio 3, 58).
La caduta dei decemviri coincise con un lieto evento: il compimento di ci da cui tutto aveva avuto inizio. Le leggi vennero incise su bronzo ed esposte nel Foro. Passarono alla storia con il nome di Dodici Tavole. Era nato il Diritto romano e, con esso, la res publica.
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4. Un pianto, la distruzione di Cartagine (anno 146 a.C.).
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Quel fiore di giovane veniva nutrito dal favore degli uomini e degli di per la rovina della citt.
(Valerio Massimo 2, 10, 4)
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 Virgilio l'autore che nel quarto libro della sua Eneide ha consacrato alla storia mondiale l'incontro tra il frigio Enea, esule da Troia, e la punica regina Didone. I due, dopo essersi amati, complici gli di che li avevano spinti in una grotta in cerca di riparo da un (fatale) temporale, furono costretti a lasciarsi: Enea, in corsa verso il suo destino; Didone, invece, verso l'abisso. Solo quando Enea scender negli Inferi con l'aiuto della Sibilla, per apprendere il senso della sua missione, ritrover con sua grande sorpresa la regina, non sapendola morta (e tantomeno suicida per il dolore arrecatole alla partenza). Ma alla sua vista Didone, spaventata dall'uomo che l'aveva fatta tanto soffrire, cercher rifugio fra le sicure braccia del marito Sicheo. La loro storia finisce nella terra inviolabile dei morti. Enea non sa che dalle ceneri della donna era nato qualcos'altro: l'odio eterno tra Roma e Cartagine.  infatti con un amore tradito che Virgilio e la tradizione augustea in particolare spiegavano le ragioni pi profonde delle guerre puniche. L'odio tra Romani e Cartaginesi affondava le (lunghe) radici nell'amore respinto di Didone, che gettandosi sul rogo, sotto gli occhi attoniti della sorella Anna, aveva maledetto Enea e la sua progenie, vale a dire quegli abitanti della citt che il frigio avrebbe fondato, seppure indirettamente, gettando le basi di Alba Longa, citt-madre appunto di Roma. L'immagine, toccante, fu ripresa da diversi pittori, tra i quali l'italiano Giovanni Francesco Barbieri (detto Guercino), nel suo Morte di Didone (1631), olio su tela oggi alla Galleria Spada (Palazzo Capodiferro, Roma), nel quale il dolore, divenuto leggenda, della cartaginese  rappresentato con un'energia pari solo alle parole di Virgilio.
Il mito, come sempre, cela un fondo di verit. La verit, in questo caso,  rappresentata dalle guerre puniche, iniziate nel 264 a.C. e finite pi di un secolo dopo, nel 146. Nell'impossibilit di affrontarle tutte in questa sede, abbiamo preferito soffermarci solo sull'ultima, la terza. La pi breve, durata solo tre anni, ma cruciale per l'imperialismo romano, la definitiva conferma di Roma come padrona del Mediterraneo. Nell'incendio che divor la resistenza punica sull'acropoli di Cartagine non si pu non rivedere il fuoco su cui si gett la tradita Didone, regina di quelle terre al tempo (mitico) di Enea, quando tutto doveva ancora avvenire, eppure era gi stato scritto.
Fra Roma e Cartagine i rapporti venivano regolati da trattati, i trattati romano-cartaginesi, il pi antico dei quali risale al 509 a.C., quando a Roma venne proclamata la res publica (vedi Capitolo ii). Il primo trattato, di cui ci d notizia lo storico Polibio (3, 22), fu trascritto e tradotto in greco con non poca fatica, per via dei caratteri e delle formule linguistiche arcaiche e di difficile intendimento. Gli accordi iniziali erano, pi o meno, questi: perch ci fosse amicizia fra le due potenze mediterranee occorreva che i Romani e i loro alleati non navigassero con navi lunghe (da guerra) oltre il cosiddetto Promontorio Bello, un promontorio che si trovava di fronte a Cartagine, a meno che non vi fossero costretti da una tempesta o da nemici. Anche in questo caso, a ogni modo, non era loro concesso di commerciare, dunque n vendere n acquistare, salvo quanto utile a riprendere il largo e andarsene (o a compiere un sacrificio). Pi di cinque giorni non potevano sostare. Chi invece vi giungeva per commerciare, poteva farlo solamente alla presenza di un ufficiale locale, perch i prezzi fossero fissati da quello. Quanto al resto, un romano in terra cartaginese godeva dei medesimi diritti di un cartaginese. Per parte loro, i Cartaginesi si impegnano a non arrecare torto alcuno alle popolazioni di Ardea, Antium, Laurentum, Circei e Terracina n ad altro popolo latino soggetto ai Romani. Per gli altri, non soggetti ai Romani, i Cartaginesi si impegnavano a tenersene comunque lontani e se per caso avessero dovuto conquistare una o pi citt, l'avrebbero riconsegnata ai Romani. Infine, ai Cartaginesi non era concesso costruire fortificazioni nel Lazio e fermarsi nel territorio romano neppure una sola notte, qualora vi fossero entrati come nemici. Di base, gli accordi fra Romani e Cartaginesi riguardavano il commercio, segno della competizione nella quale si trovavano le due potenze gi allora.
Con il tempo i trattati crebbero di numero. Se ne conoscono altri: uno del 348 e un altro del 306 a.C. per la Sicilia; uno del 278 a.C. per via di Pirro, re dell'Epiro, e della sua espansione in Italia meridionale e un ultimo, alle porte della seconda guerra punica, nel 225 a.C., con il quale i Cartaginesi si impegnavano a non superare il fiume Ebro, in Spagna, limite naturale della sfera d'influenza cartaginese, oltre il quale si entrava in quella romana. Ma lo oltrepassarono e i rapporti fra le due potenze sfociarono nella guerra annibalica.
Le guerre puniche rappresentano il fallimento dei trattati, illusione di una coesistenza impossibile per due imperi rivali e cos vicini ( sempre stato cos: si pensi alla guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta), che pure per lungo tempo erano riusciti non solo a convivere, ma anche a collaborare contro nemici comuni. Il problema, la causa profonda, alla base dello scoppio della prima guerra punica sarebbe il peso sempre maggiore dei mercanti nella politica estera romana. Dal loro punto di vista, una volta raggiunta Reggio, non aveva molto senso non spingersi oltre, verso nuove terre, nuove merci, nuovi traffici: verso la Sicilia, tanto per cominciare. Ricca e divisa tra Greci a Occidente e Cartaginesi a Oriente, appariva la preda ideale. Ma ogni guerra, per i Romani, doveva essere giusta (bellum iustum) per essere vinta; violare un trattato per ampliare i propri traffici non rappresentava un motivo sufficiente agli occhi degli di, la cui protezione e il cui favore erano di fondamentale importanza per la vittoria. Ecco dunque il motivo per il quale le guerre intraprese da Roma si configurano come guerre di difesa, dal momento che imbracciare le armi per proteggersi era legittimo, dunque giusto. Quando ad esempio i Mamertini - letteralmente i figli di Marte, ma in realt semplici briganti osci - occuparono Messina, furono assaliti dal tiranno di Siracusa Ierone. Abbandonati dai Cartaginesi, nel cui aiuto speravano, si dovettero rimettere alla protezione dei Romani (in latino, deditio in fidem) pur di avere salva la vita. E Roma intervenne. Il pretesto era giusto, come la guerra che ne sarebbe nata, e dunque si poteva combattere. Nel 264 a.C. scoppi quindi la prima guerra punica, con la quale i due secoli e mezzo di trattati vennero spazzati via da vent'anni di scontri (fin con la vittoria romana nel 241 a.C.).
I Romani combattono contro le truppe di Annibale. Incisione di B. Pinelli.
La seconda guerra punica esplose pochi anni dopo, nel 218 a.C., e dur sino al 202. Le cause della guerra, a lungo indagate e discusse dagli storici, sono note: Annibale doveva intervenire contro la citt di Saguntum che si trovava nella parte cartaginese della Spagna, perch a sud del fiume-confine Ebro, come stabilito con il trattato romano-cartaginese del 225 a.C. Ma la citt, decisa a sfuggire alla guerra con il Barcide, si rimise alla fede dei Romani (deditio in fidem), come avevano fatto i Mamertini, e allora Roma si sent in dovere di oltrepassare la frontiera. Un pretesto,  evidente, che giocava a suo favore e a favore della stessa Saguntum, che certo non doveva ignorare l'esempio dei Mamertini (o le era stato suggerito da Roma?). Ancora una volta, a ogni modo, si trattava di una guerra giusta e dunque da combattere perch autorizzata dagli di e, di conseguenza, vittoriosa.
Passarono cinquant'anni per la terza, e ultima, guerra tra Roma e Cartagine. Molte cose erano cambiate per Roma dal tempo in cui Annibale aveva varcato le Alpi sui suoi elefanti da guerra.
La vittoria sul re di Macedonia, Perseo, nel 168 a.C. a Pidna aveva infatti profondamente mutato la mentalit romana.  lo storico Gaetano De Sanctis a riconoscere in quella vittoria una delle cause che portarono alla terza, e ultima, guerra. A suo avviso, infatti, Roma si sarebbe sentita padrona in Oriente e Occidente e una prova di ci sarebbe da rintracciarsi nella cessione della punica regione degli Empori al numida Massinissa nel 161 a.C.
E i padroni del mondo non hanno bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
Alle porte della terza guerra punica entrambe le potenze attraversavano tuttavia una fase critica, seppure molto diversa per la vincitrice Roma e la vinta Cartagine.
Quest'ultima aveva perso moltissimo gi dalla prima guerra: la Sicilia, sua piazzaforte nel cuore del Mediterraneo, le era stata portata via, cos come la Corsica. Per una potenza che vive sul mare e di mare, nel senso di commercio, si trattava di privazioni terribili. Se allora tuttavia non poteva sembrare neppure immaginabile subire danni peggiori di quella duplice perdita, la resa di Annibale e le condizioni di pace imposte da Roma e accettate da Cartagine nel 201 a.C. si rivelarono persino pi dure. I Punici rinunciarono al controllo sulla Spagna, terra ricchissima, dovettero versare un indennizzo di guerra di 200 talenti di argento per cinquant'anni, rinunciare alla flotta e agli elefanti da guerra (si vede che la discesa di Annibale in Italia aveva impressionato molto i Romani), prestare uomini a Roma se necessario, attendere il permesso del senato per muovere guerra (anche se per difesa). Unica nota positiva, le venivano lasciati i territori che possedeva prima della guerra, a patto che restituisse al vicino re Massinissa quelli che appartenevano ai suoi antenati. Massinissa era, secondo quanto scrive Polibio, il migliore e il pi fortunato dei re del tempo. Regn infatti per pi di sessant'anni e in ottima salute, vivendo (pare) sino a novanta e continuando ad avere figli sino a tardissima et: l'ultimo, di nome Stembano, venne al mondo quando il re aveva ottantasei anni (!). Contribuirono a una vita tanto lunga e salubre una costituzione fisica invidiabile, al punto che si diceva che potesse restare in piedi e nella stessa posizione per un giorno intero, senza accusare dolori, e che potesse cavalcare ininterrottamente giorno e notte.
Non si trattava, ovviamente, di una condizione ragionevole, dal momento che a proposito di quei territori sussisteva molta vaghezza circa i confini. Massinissa era per un re filoromano ed era chiaro che Roma teneva a ricompensarlo, di fatto lasciandolo libero di espandersi ai danni di Cartagine come volesse e permettendogli di giocare sui vaghi confini di aviti territori non meglio precisati (un modo come un altro, solo pi ipocrita, di concedergli di saccheggiare i nemici indeboliti). Sui rapporti fra Cartagine e Massinissa torneremo pi avanti.
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Per parte sua Roma aveva di che preoccuparsi. Pur essendo la vincitrice dei primi due conflitti, la seconda guerra le era costata spese altissime (e perdite altissime). Annibale aveva sfinito i Romani, colpendoli al cuore del loro impero e dimostrando che poteva essere raggiunto e trafitto. Una ferita profonda che ebbe senz'altro delle ripercussioni anche psicologiche. Il solo pensiero di essere vulnerabili si era insinuato nelle menti dei conquistatori per eccellenza, un po' come sarebbe accaduto secoli dopo quando l'imperatore Valeriano fin nelle mani di Shapur i (vedi Capitolo viii). Una riprova di questo timore era la frase con cui Catone il Censore concludeva le sue orazioni: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam, Quanto al resto, ritengo che Cartagine debba essere distrutta. Una chiusa significativa che, per quanto priva di collegamento con quanto la precedeva, di fatto rappresentava un grido d'aiuto, un allarme che il senatore lanciava.
In senato si discuteva dunque circa un intervento armato o meno in terra punica. In particolare, due erano le personalit a fronteggiarsi di fronte ai patres*: Catone detto il Censore e Publio Cornelio Scipione Nasica Curculum. Se il primo, come si  visto, riteneva opportuno distruggere la citt prima che si risollevasse contro Roma, Nasica invece pensava che andasse mantenuta in vita, perch la paura che essa suscitava da una parte teneva desta l'efficienza militare e la pace interna (la presenza di un nemico comune crea concordia), dall'altra perch avrebbe spinto Roma a trattare con buon senso i popoli assoggettati, per evitare che si alleassero con Cartagine, formando cos una coalizione pericolosa.
Tuttavia, per quanto i senatori fossero assorbiti da questo genere di pensieri, Cartagine non era il solo problema dei Romani. In Africa il re di Numidia, Massinissa, si stava rivelando uno scomodo alleato di Roma. Era stata la capitale, infatti, ad autorizzarlo a riprendersi quelle terre un tempo dei suoi antenati finite in mano punica, ma la vaghezza dei confini, si  detto, costituiva un problema per i Cartaginesi, che si vedevano sottratti citt e villaggi senza diritto di replica, e un vantaggio per i Numidi, liberi di accaparrarsi ogni cosa. E di crescere. Massinissa, infatti, approfittando della situazione (e del sostegno del senato), mirava all'espansione del suo regno ai danni della vicina e indebolita Cartagine, alla quale per l'imposta paralisi militare non era concesso neppure difendersi. Sempre fedele a Roma, Massinissa poteva rivelarsi un potenziale (e futuro) nemico alla stregua di Cartagine, se gli fosse stato permesso di accrescere i propri domini. Tuttavia, Roma non poteva certo permettersi di incrinare i buoni rapporti che intratteneva con il re, tanto pi adesso che un vicino famelico costituiva un freno a eventuali colpi di mano da parte dei Punici.
Cartagine non intendeva stare a guardare e capiva che era necessario riconquistarsi la fiducia della sua storica avversaria ai danni dello scomodo vicino di casa. La guerra contro Antioco iii di Siria e Filippo v di Macedonia con suo figlio Perseo rappresent una bella occasione per entrambi. Massinissa e la citt offrirono il loro aiuto a Roma in una vera e propria competizione per ottenerne il favore e colpirsi a vicenda: Massinissa per continuare indisturbato nella sua espansione sul suolo punico e Cartagine per difendersi da lui e mantenere i propri territori. Il senato si riun per decidere e si pronunci in favore di Massinissa (193 a.C.), facendo presente che Annibale aveva lasciato Cartagine per andare in aiuto di Antioco iii di Siria. Era vero, ma era vera anche un'altra cosa: il Barcide era stato costretto alla fuga dalla fazione aristocratica che vedeva in lui un pericoloso avversario dalle idee troppo democratiche. Il soggiorno presso il siriano si era poi trasformato in un'alleanza militare antiromana. D'altra parte, Annibale era pur sempre stato battuto da Roma e riprendersi una rivincita doveva sembrargli pi che legittimo.
Roma, dunque, aveva preferito mantenere buoni rapporti con Massinissa, piuttosto che con Cartagine. La stessa cosa si verific pi tardi, al tempo della terza guerra macedonica contro il re Perseo (171-168 a.C.), quando Roma scelse di allearsi con il re numida e ignorare la proposta di aiuto che Cartagine le offriva, nella speranza, ancora una volta, di arginare la continua espansione del vicino (che intanto si era allargato conquistando anche Tisca). Dal senato fu allora mandato Catone il Censore, che dopo il viaggio in Africa fece ritorno a Roma con un cesto di fichi raccolti a Cartagine (174 a.C.). Erano ancora freschi e apparivano bellissimi. Con quel gesto il senatore dimostr ai Romani quanto Cartagine fosse vicina e quale rivale pericolosa potesse tornare a essere. Il suo motto, passato alla storia con l'icastico delenda Carthago, Cartagine deve essere distrutta, era il vero frutto che quel cesto conteneva.
Dopo anni di vani tentativi da parte cartaginese di ottenere giustizia da Roma e di venire tutelata contro lo strapotere di Massinissa, consapevole che il senato non era interessato a mantenere l'appoggio del numida, una fazione estremista e decisa a reclamare l'indipendenza da Roma prese il sopravvento. Ad alimentarla fu l'esasperazione. La frangia filoromana che faceva capo a Massinissa perse
potere.
Asdrubale, membro della famiglia dei Barca di cui faceva parte lo stesso Annibale, richiamato per l'occasione attacc Massinissa che assediava la punica Orospoca. Tuttavia Massinissa ebbe la meglio. Asdrubale e i suoi furono condannati a morte e torn a serpeggiare per le vie della citt il terrore della vendetta romana. Un terrore pi che comprensibile, perch i Punici avevano rotto gli accordi del 201 a.C.
Roma invi dunque una delegazione per chiedere l'abbattimento dei quartieri marittimi della citt, che di mare e commercio viveva, e il trasferimento dei cittadini a 80 stadi (15 chilometri) dalla costa. Si intendeva privarla delle acque, la sua linfa. A preoccupare Roma non era solamente l'eventuale ripresa di forze dell'antica nemica, ma il ruolo che essa poteva giocare nel pericoloso impero africano costruito, anno dopo anno, annessione dopo annessione, da Massinissa, ed esteso a tutto il nord Africa (149 a.C.). Con Cartagine nuovamente pronta alla guerra, Massinissa poteva rivelarsi un problema serio.
Venuta a sapere che Roma aveva inviato due consoli* (Lucio Marcio Censorino e Manio Manlio Nepote) alla guida di un esercito di ottantamila soldati e quattromila cavalieri, Cartagine consegn degli ostaggi, come le era stato chiesto dal senato, e invoc la resa:
Immediatamente, scelti trecento ragazzi, li fecero partire fra pianti e lamenti, parenti e amici accompagnando ciascuno di loro, e soprattutto le donne contribuendo a rendere infuocata la situazione. Dopo che furono sbarcati a Lilibeo [oggi Marsala], alcuni furono consegnati subito per mezzo dei consoli* a Quinto Fabio Massimo - era noto che a quel tempo era lui il pretore* della Sicilia - dal quale trasportati con sicurezza a Roma, furono chiusi tutti insieme nell'arsenale delle navi (Polibio 36, 5).
La pratica degli ostaggi era consueta a Roma e garantiva piena sicurezza a chi li inviava. Eppure in questo caso, come osserva John Thornton nell'edizione di Polibio curata da Domenico Musti, la richiesta da parte romana suona come ricattatoria, per non dire terroristica, e la descrizione che Polibio fa del dolore delle donne cartaginesi, presumibilmente le madri degli ostaggi, ricorda quello delle donne romane quando erano venute a sapere della marcia di Annibale su Roma.
Cartagine assediata dai romani (da W. Huss, Geschichte der Karthager, Mnchen 1985).
Ma Roma, presi gli ostaggi, non accett, decisa com'era ormai a distruggere la citt una volta per tutte e al contempo a liberarsi del problema rappresentato dalle mire espansionistiche di Massinissa. Fu cos che a Cartagine ebbe luogo quello che pass alla storia come il massacro degli Italici, un gesto voluto dalla frangia indipendentista che non voleva al potere n Massinissa n i Romani, ma i Punici. Gli Italici furono oggetto dell'odio che a Cartagine si provava verso il senato romano. L'episodio ricorda quanto sarebbe avvenuto nell'autunno del 147 a.C. a Corinto. Qui Lucio Aurelio Oreste fece sapere che i patres* pretendevano che Sparta, Eraclea dell'Eta, Orcomeno d'Arcadia, Argo e Corinto lasciassero la Lega Achea. La folla corinzia pun gli Italici presenti in citt, ritenendoli responsabili di avere offerto al senato la scusa per intervenire nelle questioni della Lega.
Si pass quindi alla liberazione degli schiavi, altro gesto di rottura con l'lite romana. A quel punto si venne alle mura: furono poste delle massicce barricate a difesa della citt, pronta alla guerra, e all'interno delle mura oro e argento vennero fusi per realizzare armi:
Le donne cartaginesi contribuivano con l'offerta dei loro gioielli d'oro. Dal momento che la loro vita era sull'orlo di un precipizio, era chiaro a tutti come in questo modo non andassero perdute le loro ricchezze, ma donandole le donne pensavano di ottenere una qualche speranza di salvezza (Diodoro Siculo 32, 9).
Le donne, poi, offrirono persino i capelli per fabbricare le corde degli archi.
Era la guerra. Correva l'anno 149 a.C.
All'inizio del conflitto i Romani puntarono subito su Cartagine e la misero sotto assedio. Le mura misuravano diciotto metri in altezza e dieci in larghezza. Non era un gioco da ragazzi espugnarle, anche perch a condurre la difesa della citt c'era Asdrubale, richiamato per l'occasione. Anche se le fonti romane lo presentano come un vile inetto, non doveva essere cos per i Cartaginesi, se avevano scelto proprio lui in un simile, delicatissimo, frangente. Asdrubale doveva combattere su ben due fronti: la terra e il mare. I consoli* infatti si erano separati per cingere il nemico in un abbraccio fatale. Al loro seguito un giovane destinato a rivestire un ruolo cruciale nella guerra: Scipione Emiliano, figlio naturale del trionfatore di Pidna, passato per adozione nella gens Cornelia, lui che era un Emilio di origine (il padre aveva tenuto per s due figli che morirono prestissimo e dato via due che invece gli sopravvissero, segnando cos la fine del ramo degli Emili Paoli).
L'Emiliano riport una vittoria significativa su Imilcone, generale cartaginese che riusc a catturare insieme a mille suoi cavalieri. Che il romano fosse un uomo capace lo pensava anche Catone, che sembra di lui avesse detto: Solo lui ha mente saggia: gli altri, invece, fluttuano come vaghe ombre (Polibio 36, 8). D'altra parte, l'Emiliano godeva della stima, pare, anche dei nemici. Un episodio che lo proverebbe  riportato dallo storico Diodoro Siculo. Tre soldati romani erano caduti in battaglia. All'accampamento li si piangeva due volte, una prima perch erano morti e una seconda perch non avevano ricevuto sepoltura, dato che i loro corpi si trovavano in mano nemica. La sepoltura, previa cremazione, era un rito irrinunciabile per un antico, in quanto permetteva all'anima del defunto di lasciare la terra e recarsi, finalmente in pace, negli Inferi. L'Emiliano, allora, dopo aver ricevuto il permesso del console*, scrisse ad Asdrubale per chiedergli la restituzione delle salme. Il generale acconsent e rese grandi onori funebri ai caduti, per inviarne quindi le ceneri ai Romani. Il rispetto dimostrato dai Cartaginesi nei confronti dei tre soldati e dell'Emiliano che ne aveva reclamato le giuste esequie proverebbe la stima di cui lo Scipione godeva presso di loro (e, aggiungeremmo noi, anche l'umanit del nemico, in genere dalle fonti filoromane presentato come un vile).
L'anno pass cos: i Romani fuori le mura, i Cartaginesi dentro. Nel 148 a.C. Roma invi i due nuovi consoli* che per si rivelarono persino peggiori dei precedenti. Asdrubale, sicuro di s, fece esporre i cadaveri dei Romani sulle mura, ma l'atto di spavalderia non fece che peggiorare le cose, perch gli assedianti inasprirono l'assedio, decisi a espugnare la citt e a non concedere tregue.
Per i Romani la svolta fu nel 147 a.C. Uno dei due consoli* di quell'anno era l'Emiliano. Tornato a Roma nel 148 a.C. per candidarsi all'edilit, venne eletto console* anche se non aveva raggiunto l'et per la magistratura. Tuttavia, era figlio naturale del vincitore di Perseo di Macedonia e figlio adottivo del vincitore di Annibale: i Romani dovevano aver fatto uno strappo alla regola proprio per questo motivo.
Giunto a Cartagine egli si diresse verso l'istmo e inizi i lavori di trinceramento. Era chiaro che la citt poteva resistere grazie agli approvvigionamenti che riceveva dalle navi. L'unico modo per piegarla era dunque isolarla. Ma a difesa trov Asdrubale. L'Emiliano lo batt e lo costrinse alla fuga, quindi procedette alla realizzazione di un diga con la quale sempre meno navi puniche riuscivano a raggiungere la costa. Tuttavia, qualcosa continuava ad arrivare tramite un tunnel scavato sotto di essa e gli assediati resistevano. La fame si fece sentire comunque e proprio secondo il piano del console* la citt si affam. La caduta di Nafari, sua alleata, espugnata da Golussa, figlio del re Massinissa, e dall'altro console* Lelio, signific per Cartagine la perdita di un fondamentale supporto. La fine si apprestava.
Certamente Cartagine ignorava il suo destino: quel fiore di giovane [l'Emiliano] era nutrito dal favore di uomini e di per la rovina della citt, affinch vinta una prima volta desse il soprannome di Africano a Scipione, e distrutta una seconda volta lo conferisse alla famiglia dei Corneli (Valerio Massimo 2, 10, 4).
L'assedio continu per tutto l'inverno. All'interno delle mura si ricorse al cannibalismo, pur di far fronte alla fame che non cessava di dare tregua. Una pestilenza, esplosa per le ormai pessime condizioni igieniche nelle quali si sopravviveva a fatica, diede il colpo di grazia agli assediati. I Romani riuscirono cos a fare irruzione e tuttavia la guerra non fin. Per le strade della citt, infatti, si scaten una guerriglia che dur ben due settimane, una lotta disperata e senza quartiere, alla quale presero parte tutti gli abitanti. Gli ultimi a cadere, insieme a dei disertori romani, finirono bruciati nell'incendio che i Romani appiccarono al tempio sull'Acropoli. Il dio che vi dimorava, l'equivalente del romano Esculapio, non li salv. Secondo una diversa versione, l'incendio sarebbe stato appiccato dalla moglie di Asdrubale. La donna, appreso che il marito aveva negoziato la propria salvezza ma non quella sua e dei figli, sal sull'acropoli, incendi il tempio con quanti vi si erano rinchiusi, quindi uccise i figli e si gett sulle fiamme come Didone aveva fatto secondo la leggenda. Una versione, converremo, tragica e di dubbia storicit, ma che parte da un assunto storiograficamente plausibile. Infatti Asdrubale viene rappresentato dalle fonti filoromane come un vigliacco, un cialtrone buono solo a parole, di fatto un incapace terrorizzato dai Romani.
A parole era un uomo coraggioso, ma alla prova dei fatti si scopr che era un vigliacco. I suoi concittadini morivano di fame e lui, aggiungendo al danno la beffa, andava in giro con una veste purpurea e un mantello prezioso, come se fosse preda di un folle giubilo nel mezzo della catastrofe della sua patria (Diodoro Siculo 32, 22).
L'Emiliano, vedendolo supplice ai suoi piedi, comment che era quello l'uomo che fino a poco prima rifiutava le condizioni di resa imposte da Roma e che la sua stessa fine dimostra quanto la Fortuna sia una dea volubile, capace di buttare gi e piegare anche gli uomini eccellenti.
L'aratro passa sulle rovine di Cartagine. Incisione ottocentesca.
Emiliano procedette quindi al saccheggio, che lasci ai suoi uomini, proprio come aveva fatto suo padre a Pidna nel 168 a.C.
Prima, per, si impossess di alcune opere d'arte di estremo valore. In particolare, molti ritratti di uomini illustri, statue di splendida fattura, oggetti votivi magnifici, sia in oro che in argento. Fra queste spoglie di guerra, c'era anche il toro di Akragas per il tiranno Falaride, realizzato da Perilao il quale, per provarne l'efficacia, ci si mise dentro e mor. Si trattava, lo ricordiamo, di uno strumento di tortura in bronzo sottratto dai Cartaginesi alla citt di Akragas quando la conquistarono nel 406 a.C.
La citt fu distrutta e l'Emiliano giur che non vi sarebbe pi sorta citt alcuna, ma che quelle terre sarebbero state solo pascolo per sempre (del celebre spargimento di sale non c' traccia nelle fonti antiche, trattandosi forse di un'invenzione moderna).
 passata alla Storia una scena in particolare:
Quando Cartagine fu data alle fiamme, mentre quelle distruggevano terribilmente tutta la citt, Scipione [l'Emiliano] scoppi in un pianto sincero. Il suo maestro Polibio gli chiese perch soffrisse in quel modo e lui rispose: Perch penso alla mutevolezza della Fortuna. Forse verr un tempo in cui una cosa del genere toccher anche a Roma. E aggiunse questi versi del poeta [Omero, Iliade 6, 448-449]:
Verr giorno che perir la sacra Ilio
e Priamo e il popolo (Diodoro Siculo 32, 24).
Polibio, che dell'Emiliano era stato un amico personale e che dunque rappresenta per noi una fonte di parte (pur non aderendo completamente alla concezione imperialistica romana), commenta cos lo sfogo del console*:
 difficile parlare con una forza maggiore e una tale saggezza. Infatti, riuscire a farsi un'idea della propria situazione e di quella contraria di fronte ai pi grandi trionfi e disastri dei nemici, e pi in generale tenere presente nei successi la volubilit della fortuna  proprio degli uomini grandi di animo e perfetti e degni di essere ricordati (Polibio 38, 21).
Lo storico dunque esalta l'acume e la profondit dell'amico, anche se gli storici di oggi non credono al pianto dell'Emiliano. Per Domenico Musti, infatti, le lacrime sembrerebbero pi prese in prestito da Polibio che autentiche e somiglierebbero pi a una momentanea reazione che all'espressione di un atteggiamento di fondo sui problemi dell'impero. Per Arnaldo Momigliano, invece, l'Emiliano non piangeva per le sorti future del suo impero, ma per lo spettacolo offerto dalle donne di corte, mogli e figlie dei vinti, trascinate in catene e destinate alla schiavit. Il modello del pianto del vincitore  antico e risale a Erodoto (7, 45-46). La sua descrizione delle lacrime di Serse alla vista delle proprie forze armate pronte ad assalire l'Ellesponto, lacrime nate da una considerazione (amara) sulla caducit dell'uomo, fece scuola, diffondendosi sino agli autori latini. Ecco da dove nasce la scena del pianto dell'Emiliano.
La guerra era finita. Le terre di Cartagine divennero ager publicus e furono assegnate ai coloni romani. I superstiti, per lo pi donne e bambini, furono venduti come schiavi. Massinissa non ottenne le terre dei Cartaginesi, come sperava. I Romani, avendone compreso le intenzioni, posero una linea di demarcazione fra quelle e la Numidia, chiamata fossa regia. Ma Cartagine non fin cos. Sul suo sito sorse una nuova Cartagine, Carthago Nova, la capitale della Provincia d'Africa che Roma dedusse in quella regione al termine della guerra. L'anno 146 a.C. segn dunque la fine del dominio cartaginese nel Mediterraneo, ma non solo quello. Lo stesso anno anche la Grecia fin nelle mani dei Romani con la caduta di Corinto.
Si chiudeva la fase meglio nota come imperialismo romano. Roma, al culmine della sua espansione, territorialmente un impero, si preparava a divenirlo anche sul piano istituzionale con Augusto e il principato (vedi Capitolo vi). Si sarebbe trattato di un passaggio graduale nel quale giocarono un ruolo decisivo i generalissimi, quei signori della guerra del calibro di Mario, Silla, Cesare.  infatti con loro che si afferma il culto carismatico dei leader, che il potere militare si concentra nelle mani di pochi e che sconfina in quello politico, assediando i senatori proprio come l'Emiliano aveva assediato Cartagine. Il suo pianto, proprio della clementia degli Scipioni (seppure, nel suo caso, d'adozione!), si sarebbe rivelato profetico. Anche Roma un giorno sarebbe caduta, dopo una durissima fase segnata da saccheggi e colpi di mano (vedi Capitolo x), e cos mille anni dopo anche la sua figlia prediletta, Costantinopoli (vedi Capitolo ix), sotto i colpi di cannone dei Turchi Ottomani.  dopotutto quello il destino degli imperi: crescere e morire. Giganti dai piedi di argilla.
Alcuni anni dopo Gaio Gracco e il tribuno della plebe Fulvio Flacco si recarono in Africa. Facevano parte di una delegazione incaricata dal senato di individuare il sito destinato a una nuova colonia. In seguito ad alcuni sopralluoghi proposero di porla dove un tempo sorgeva Cartagine, attratti dalla fertilit del suolo e dimentichi, volutamente, del giuramento prestato dall'Emiliano di lasciarla a semplice pascolo. Fecero cos ritorno a Roma, ma qui, proprio mentre stavano nominando i seimila uomini che vi si sarebbero trasferiti, ricevettero una lettera dai membri della delegazione rimasti laggi, nella quale si diceva che:
i lupi avevano buttato gi e divelto i cippi [per delimitare l'estensione della futura colonia] posti da Gracco e da Fulvio. Gli auguri*, allora, dichiararono che la colonia si trovava sotto auspici cattivi e il Senato convoc una riunione per abrogare la legge con cui si era deciso di dedurre la colonia. Gracco e Fulvio, adirati per la delusione anche in questa circostanza, dissero che i senatori mentivano a proposito della storia dei lupi (Appiano, Le guerre civili 1, 102-105).
Molto probabilmente si tratt di una menzogna, i tribuni avevano ragione. La politica, specialmente quella romana,  una sostanza torbida, tutt'altro che cristallina, dove le false testimonianze sono in fondo i mali minori. Gracco e Fulvio non erano sostenuti dall'ordo e la fondazione di una nuova colonia avrebbe potuto rappresentare un'occasione preziosa per accattivarsi il favore della plebe e risalire la china in un periodo di fortissime tensioni sociali, specialmente attorno alla questione agraria che aveva visto protagonisti i fratelli Gracchi.  tuttavia anche vero che l'Emiliano aveva fatto un giuramento sulle rovine della citt e che i iusiuranda a Roma avevano ancora valore, tanto pi se a farli era il figlio naturale del vincitore di Pidna e quello adottivo del vincitore di Zama, nonch il conquistatore di Cartagine. Alla fine, dunque, anche questo tentativo di rifondare Cartagine fall.
Ma l'Emiliano venne comunque punito dagli di cartaginesi, che diversamente dalla loro citt, infatti, esistevano ancora. Nel 129 a.C. il grande Emiliano moriva e a lui, che pure aveva messo termine alle guerre contro i Cartaginesi e che aveva ricevuto tanta gloria in vita, il senato non decret il funerale pubblico, sommo onore per sommi uomini. La sua ultima ora trascorse cos, nell'ombra, quasi sotto silenzio, e alla memoria del generale non fu accordato riconoscimento alcuno.
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5. Un tradimento, il cesaricidio (anno 44 a.C.).
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Serpeggiava in citt un male infinito.
(Cicerone, Filippiche 1, 5)
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La storia romana  costellata di crimini efferati. Crimini che spesso rimasero insoluti, veri e propri misteri, come la fine del celebre Publio Cornelio Scipione Africano, al mattino rinvenuto morto nella sua stanza da letto. Ma il pi celebre assassinio, certo dopo quello di Romolo (vedi Capitolo i),  forse quello di Gaio Giulio Cesare. Anche se se ne conoscono i responsabili, la sua efferatezza e l'impatto che ebbe sulla politica e su Roma ne fanno uno dei momenti cruciali della nostra storia. Fosse anche solo perch Cesare fu l'ultimo leader della res publica e, di fatto, il primo principe, l'anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo mondo, punto di arrivo di una politica carismatica e individualistica avviata dal dittatore Silla, e punto di partenza del nuovo assetto socio-politico, il principato.
Il cesaricidio ebbe luogo il 15 marzo del 44 a.C. nel pieno centro di Roma. Parenti, amici e colleghi inflissero a Cesare, pare, ben ventitr coltellate. A ucciderlo ne sarebbe bastata una, al massimo una seconda, come qualche storico non ha mancato di notare, ma quel numero esagerato aveva un significato preciso. Infliggendo una pugnalata, anche se su un corpo ormai esanime, quanti avevano preso parte al delitto avevano voluto lasciare la propria firma, la prova della loro fedelt alla libert della res publica. Dei resoconti che ci sono pervenuti, uno dei pi appassionanti  quello di Plutarco di Cheronea:
Quando ogni congiurato ebbe sfoderato il pugnale, Cesare, circondato, e dovunque guardasse vedendo solamente affondi e le lame sollevate sul suo viso e sui suoi occhi, braccato come un animale, si ritrov irretito nelle loro mani. Era necessario che tutti prendessero parte al massacro e gustassero il suo sangue (Plutarco, Vita di Cesare 66, 10-11).
Ventitr colpi, dunque, per dire io c'ero e per liberare Roma e il suo impero da un tiranno. Questa, almeno, la storia che si erano raccontati, il movente nobile di un delitto perpetrato per ben altri fini, come vedremo. Ma Cesare fu davvero un tiranno? E la sua morte serv a qualcosa? Ma, soprattutto, bastano ventitr pugnalate per uccidere un uomo? Partiamo con il rispondere all'ultima domanda: dipende dall'uomo.
Intendiamoci: Cesare mor. Nessuno pu affermare il contrario. Possediamo molte fonti che ce ne descrivono le esequie per filo e per segno. Tuttavia, la sua morte fisica non comport certo anche quella del ricordo che l'uomo lasciava di s o delle sue imprese.  Cicerone a fare una considerazione proprio sull'immortalit, quando scrive che Gaio Mario, leader della fazione dei popolari, era pi pericoloso da morto che da vivo. Questo perch la morte ammanta l'assassinato di un'aura di sacralit, di inviolabilit e superiorit, soprattutto se la vittima  caduta per mano di un despota spietato, come nel caso di Mario (stando a come parte degli storici ha dipinto Lucio Cornelio Silla Felix), o di un gruppo di congiurati, come appunto Giulio Cesare, anch'egli leader della fazione dei popolari ed erede della politica mariana. Insomma, se il (presunto) disgraziato  caduto vittima delle trame di (presunti) loschi individui.
Basti a tale proposito anticipare che per Cesare ormai defunto da tempo si spalancarono le porte dell'Olimpo due anni dopo la sua triste fine. Egli divenne quello che tecnicamente si chiama divus* e come tale venne adorato e pregato. Bench dietro quell'altissimo riconoscimento ci fossero le abili manovre politiche del figlio adottivo Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, il nome di Cesare giunse fino alle stelle e si tramut persino in un titolo che a partire da Augusto gli imperatori avrebbero portato. Dunque, no: non bastano neppure ventitr pugnalate per uccidere un uomo come lui.
La questione  un'altra: perch un gruppo di senatori, parenti, amici e colleghi di Cesare si spinse a tanto? Perch i cesaricidi ritenevano che Cesare fosse un tiranno e volevano restituire la libert alla res publica. Ma fu davvero un tiranno? E il movente del delitto fu solo questo? Ucciderlo serv a qualcosa? Per tentare di rispondere, occorre tornare al dicembre del 45 a.C.
Incisione ottocentesca di F. Perrier, raffigurante una statua di Giulio Cesare.
Sul finire dell'anno prima il senato aveva onorato Cesare in un modo mai visto prima. Con un decreto aveva stabilito che la sua data di nascita fosse festeggiata durante i giochi in onore di Apollo, il mese in cui era nato fosse ribattezzato Iulius (dal nome che aveva gi, Quintilis), che gli fosse dato un carro da processione per la sfilata al Circo Massimo, che sopra la sua casa fosse posto un fastigio di quelli che si pongono sopra ai templi degli di; che ci fossero un sacerdote addetto al suo proprio culto, il flamen* Caesaris, e ben due sue statue nei templi, di cui una accanto alla dea Salus - cosa che il caustico Cicerone comment con l'amico Attico, dicendo che avrebbe preferito vederla accanto a quella di Quirino (perch Quirino altri non era che Romolo e Romolo, lo sapevano tutti, era stato fatto a pezzi dai senatori: una coincidenza?). Dunque sul finire del 45 a.C. Cesare riceveva gli attribuiti di una divinit, al termine di una carriera lampo che lo aveva portato ai vertici della politica.
Cesare non os rifiutare tanti onori, poich non intendeva dare l'idea di disprezzarli, ma nell'accettarli non rimase immune da colpa. Infatti elogi e onori spropositati sempre rendono eccessivamente vanitosi gli uomini, persino i pi saggi, anche se sono accordati in modo sincero (Cassio Dione 44, 3, 3).
Come se gi tutto questo non bastasse, dopo avergli offerto nel 46 a.C. la dittatura per dieci anni, nel 44 a.C. il senato gliela estese addirittura a vita (una cosa che aveva dell'incredibile!), e gli confer pieni poteri per tutte le questioni di politica interna ed estera, compresa, va da s, l'elezione dei magistrati superiori quali consoli* e pretori*. Per tradizione, infatti, la magistratura della dittatura durava soltanto sei mesi, il tempo perch l'uomo messo temporaneamente a capo della res publica risolvesse il problema gravissimo per il quale era stato appunto scelto e tornasse alla sua vita (la leggenda di Cincinnato ne  esemplificativa). Questo perch non potesse diventare un monarca. A Roma, ricordiamo, dalla cacciata dell'ultimo re, Tarquinio il Superbo, la monarchia era stata definitivamente bandita (vedi Capitolo ii). Anzi, chiunque fosse sospettato di cupere regnum, vale a dire di ambire a instaurare un proprio dominio monarchico, poteva essere condannato a morte. Quando poi Augusto, inventandosi il principato, di fatto riporter la monarchia a Roma, lo far per sotto le mentite spoglie di una restaurazione dell'antica res publica, proprio perch consapevole dell'inveterata ostilit nei confronti dei re (astuzia sottilissima, la sua). Con ci si comprende bene, allora, il senso di una durata tanto circoscritta. Il senato aveva letteralmente inondato Cesare di onorificenze senza precedenti, dunque, anche per accontentare la plebe che reclamava per lui le pi alte gratificazioni, ma nel frattempo covava un disprezzo feroce, disprezzo che si sarebbe presto tradotto in un crimine altrettanto feroce. Questo perch Cesare era arrogante nei confronti della fazione degli ottimati, gruppo politico conservatore opposto a quello cui il dittatore afferiva, i popolari. Sono diversi i casi in cui, leggendo le fonti, si ha l'impressione che Cesare disprezzasse quei senatori e che ambisse a una posizione politica di assoluta superiorit su di loro.
A tale proposito, un episodio di particolare rilevanza si verific nel febbraio del 44. Il mese di febbraio a Roma era un mese particolarmente significativo sul piano della religione e della tradizione; in una parola, del mos maiorum*.  il poeta augusteo Ovidio a fornircene nei suoi Fasti la pi accurata descrizione, partendo proprio dalle feste che lo scandivano. Tra le tante che vi si tenevano, dal 13 al 21 figurava quella dei Parentalia, una festa di nove giorni dedicata ai Di Parentes, vale a dire ai morti bene, che si chiudeva con il giorno chiamato Feralia, quello vero e proprio dedicato ai defunti (il nostro 2 novembre, per intenderci). A quelli morti male, invece, erano consacrati tre giorni a maggio, i Lemuria o Remuria, le cui radici affondavano nella morte di Remo (vedi Capitolo i).
Nel mezzo della novena funebre, il giorno 15, cadeva un'altra festa, anch'essa antichissima, connessa con la fondazione della citt di Roma. I Lupercalia - questo il nome che essa traeva dalla grotta (Lupercal) nella quale i divini gemelli Romolo e Remo erano stati allevati dalla lupa, dopo essere sfuggiti alle correnti del Tevere - raccoglievano tutto il popolo romano. Ogni volta due schiere, ciascuna di dodici ragazzi della nobilt romana, detti luperci, si riunivano nel Lupercal e iniziavano due neofiti con i sacrifici di due capre e un cane, il cui sangue era cosparso con una lama sulle loro fronti, quindi asciugato con della lana; i due allora dovevano ridere. Un rito senz'altro bizzarro, ma che pare connesso con la purificazione: la morte era infatti simboleggiata dal sangue e la rinascita implicita dalla lana intrisa di latte e dalla risata finale. A quel punto i luperci indossavano le pelli delle capre sacrificate e correvano lungo le pendici del colle Palatino, frustando con le pelli quanti incontravano. Le donne desiderose di avere un figlio offrivano mani e ventre, perch si credeva che i colpetti di frusta dei luperci portassero bene. La corsa attorno al colle simboleggiava la duplice natura dei sacerdoti, uomini-capra e al contempo uomini-lupo: della capra essi infatti avevano il potere di donare la fertilit, dei lupi ripetevano il percorso ai margini del colle dove in origine i primi Romani, dei pastori, tenevano le greggi.
Cesare amava molto i Lupercalia. Basti pensare che aveva aggiunto alle due antiche schiere dei luperci una terza a suo nome, quella dei Iulii, i Giuli (la sua famiglia). Il 15 febbraio 44 a.C. ai Lupercalia presiedeva Giulio Cesare. Marco Antonio, nelle vesti di un sacerdote luperco, correva attorno alle pendici del Palatino. In quell'occasione le fonti riportano che Antonio, terminati i suoi giri, avesse tentato per tre volte di porre sul capo di Cesare un diadema in segno onorifico, ma che Cesare si fosse rifiutato. Forse era stato lo stesso dittatore a pianificare quel gesto, ma vedendo il dissenso generale tra la folla prefer fare un passo indietro. Se la folla lo avesse acclamato, si sarebbe lasciato incoronare? Non  dato saperlo con certezza, ma parrebbe una ipotesi verisimile, anche se non  escluso che il tentato incoronamento fosse stato una libera iniziativa di Antonio deciso a mettere l'altro in imbarazzo. Di certo, per, se Cesare avesse accettato il diadema, di fatto una corona, avrebbe ammesso di essere un rex e dunque, stando alla logica romana, firmato la sua condanna a morte, una condanna pienamente legittima. Ma Cesare si rifiut di fronte alla reazione della plebe e i senatori, che speravano che accettasse per mostrare alla gente chi era in realt l'uomo che tanto acclamava, dovettero trovare un pretesto diverso per giustificare il suo assassinio. Non si deve infatti ascrivere a una coincidenza il fatto che Cesare sarebbe stato ucciso il 15 marzo, a un mese esatto dai Lupercalia. Era un modo di chiudere il cerchio, di mettere un punto rituale al suo regno, perch dal punto di vista dei congiurati Cesare era un rex, anche se aveva rifiutato il diadema. Quanto a noi, preferiamo sospendere un giudizio sulle reali intenzioni di Cesare.  infatti impossibile stabilire cosa egli avesse in mente e come intendesse il suo potere, se pensasse a s come a un padre autoritario o a un re.
Sarebbe lungo e in buona sostanza inutile fornire una lista di quanti aderirono al complotto. Ci limiteremo pertanto a pochi ma significativi nomi. Pare che uno dei principali fautori fosse Bruto, il figlio di una delle matrone pi intriganti dell'epoca, Servilia, e di Cesare, che della donna era stato amante. A Bruto venivano recapitati biglietti anonimi nei quali lo si accusava di dormire, anzich agire in nome di quel suo omonimo antenato che aveva cacciato Tarquinio il Superbo da Roma (vedi Capitolo ii). Lo stalking (di questo si tratt) si spinse ben oltre i semplici messaggi che gli venivano recapitati in forma anonima. Sotto la statua del Bruto di et monarchica fu inciso: Piacque agli di che tu vivessi!, evidentemente alludendo al fatto che il Bruto di Servilia fosse (paradossalmente) lo stesso uomo, o ancora: Che meraviglia sarebbe se Bruto fosse vivo ancora oggi! o, sotto la tribuna da cui il Bruto futuro cesaricida parlava al popolo, fu scritto: Tu non sei davvero il discendente di quel Bruto!. D'altra parte era scritto nel suo sangue, oggi diremmo nel suo DNA, che spettava a lui e a nessun altro rovesciare il tiranno Cesare. Discendeva (o pretendeva di discendere), infatti, da Lucio Giunio Bruto, l'uomo che cacci il Superbo, e la gens di sua madre vantava fra i suoi antenati tale Gaio Servilio Ahala (o Axilla), l'uomo che nelle vesti di magister equitum* nel 439 a.C. aveva ucciso il tiranno Spurio Melio. I Giuni Bruti erano, dunque, i cacciatori di tiranni. Facile dunque immaginare come per un romano non potesse che essere il figliastro di questi, Bruto, l'uomo destinato a liberare la citt da Cesare. Anche se la congiura era stata fomentata da Cassio Longino, Bruto doveva esserne il portavoce, il simbolo. Attico, l'amico di Cicerone, si era fatto carico persino di (improbabili) indagini genealogiche tese a provare la discendenza di Bruto da quel Bruto che aveva messo fine al regno di Tarquinio il Superbo. Fin cos che Bruto il giovane si ritrov prigioniero di quella nobile leggenda che pure aveva costruito con le sue mani per farsi largo nella politica e che lo legava adesso a doppio filo con le vicende di Bruto il vecchio. Fuggire era ormai impossibile.
Alla congiura ader anche Cicerone, ma alla sua solita maniera ambigua: stando a guardare pi che agendo, cos come Cassio - che con Bruto avrebbe condiviso la triste fine nella battaglia di Filippi del 42 a.C. - e Ligario. Ma a riempire le file dei congiurati furono soprattutto altri senatori, tutti con un comune denominatore: l'odio per Cesare. L'ideale repubblicano che li animava, il sogno di restituire la libertas a Roma, era solo un nobile pretesto dietro il quale celare ben altre ragioni: la difesa dei propri interessi politici ed economici. E Cesare li disprezzava proprio per questo, ne detestava la corruzione e la miopia, quel loro modo di pensare solo alle proprie tasche a danno del paese. Erano loro, in particolare, quanti afferivano alla fazione ottimate, a impoverire e a indebolire un impero che avrebbe potuto crescere a dismisura. Cesare, al fianco della fazione avversa, quella dei popolari, non perdeva occasione per esprimere il suo pi profondo disprezzo per quella gente. Se fece un errore, allora, forse fu peccare di arroganza e in questo modo legittimare quei propositi criminali che i suoi nemici accarezzavano sempre di pi giorno dopo giorno. Si pensi che nel 44 a.C. ricevette il senato che veniva a offrirgli gli onori di cui si  detto, facendosi trovare seduto di fronte al tempio di Venere Genitrice, sua antenata, come un dio. Certamente, segno di arroganza e di superiorit nei confronti dei patres*.
Un altro episodio in cui il dittatore diede prova di un simile atteggiamento avvenne sul monte Cavo, il monte Albano, dove ogni anno si tenevano le ferie Latine. Il popolo lo acclam re, porgendogli la corona, ma i tribuni della plebe intervennero per impedirlo e Cesare li fece rimuovere dall'incarico (avrebbe voluto essere incoronato, dunque?). Cos facendo, tutti sospettarono che volesse ambire alla monarchia. Da allora, e per fugare da s ogni (legittimo) sospetto, Cesare andava ripetendo il mio nome  Cesare, non re (Svetonio, Vita del divo Giulio 79). Ancora, tratt male il tribuno della plebe Ponzio Aquila che al suo passaggio durante il trionfo non si era alzato in piedi e aveva manifestato cos il suo pi profondo dissenso nei confronti del dittatore, che gli avrebbe detto: Allora, tribuno Aquila, vuoi indietro da me la repubblica? e ripetuto nei giorni seguenti, a chi gli chiedeva di fare una data cosa: La far se il tribuno Aquila mi dar il suo permesso (Svetonio, Vita del divo Giulio 78). Infine, cosa non da poco, Cesare avrebbe speso dure parole sul conto del defunto Lucio Cornelio Silla Felix: a suo avviso l'uomo era da ritenersi un analfabeta, perch aveva spontaneamente rinunciato alla dittatura (Svetonio, Vita del divo Giulio 77).
Nel complesso, le fonti, di difficile interpretazione, restituiscono l'immagine di un Cesare arrogante e superbo che si era inimicato tanto una frangia del senato, quella ottimate, quanto anche i tribuni della plebe. Un Cesare, dunque, potente ma isolato. Pericolosamente isolato. Ma che non doveva disdegnare tanti onori umani e divini (e che, forse, cercava in tutti i modi di accrescerli ulteriormente) non solo sul finire della sua vita, ma da lunga data. Ricordiamo, a tale proposito, l'elogio funebre che nel 69 a.C. egli aveva reso alla zia Giulia (la vedova del fu Gaio Mario) o agli onori per la figlia Giulia nel 54 a.C.: in entrambe le occasioni egli aveva insistito sulla discendenza della propria famiglia dagli di.
Marco Tullio Cicerone. Incisione tratta dall'Illustrium imagines.
Dunque Cesare aveva molti nemici che, puntualmente, cospirarono. Come molti furono i prodigi* che ne annunciarono la morte, secondo almeno la tradizione romana costellata di questo genere di fascinazioni. Ogni volta che un uomo potente moriva, nel mondo romano l'evento veniva annunciato da avvenimenti di forte impatto detti prodigia*. Per Cesare ci furono mandrie di cavalli che al passaggio del Rubicone piansero disperate, un uccellino - detto regale (attenzione all'aggettivo...) - che intrufolatosi nella Curia di Pompeo con un rametto d'alloro nel becco venne fatto a pezzi da altri volatili sopraggiunti da un bosco vicino, o la moglie Calpurnia, che aveva sognato che il fastigio apposto sopra la loro casa crollava e che il marito le veniva ucciso tra le braccia. Altri prodigi* si verificarono allo stesso Cesare: la notte prima di venire ucciso egli avrebbe sognato di volare in cielo e di sedere alla destra di Giove oppure una volta, durante un sacrificio, non trov il cuore della vittima. Quella stessa notte, poi, ud le armi di Marte, armi che teneva in casa propria in quanto pontefice massimo*, fare un gran chiasso. Per quanto gi questi eventi potessero atterrire un romano, il prodigio* forse pi famoso  per quello dell'aruspice etrusco Spurinna. Costui, sacrificando, avrebbe predetto a Cesare di guardarsi dalle Idi di Marzo. Cesare, incontrandolo nell'ultima mattina della sua vita, gli avrebbe detto che si era sbagliato, perch le Idi erano arrivate e lui stava benone. Ma non sono ancora finite, gli avrebbe ribattuto Spurinna (passando alla storia come il pi grande dei menagrami). E aveva ragione.
Scortato dal congiunto Decimo Bruto, Cesare raggiunse cos la Curia di Pompeo, dove i congiurati lo attendevano con i pugnali sotto le toghe e i sorrisi sulle facce, e varc la soglia per andare incontro al suo destino. Chi poteva salvarlo? Marco Antonio, seppure sempre lievemente ostile nei suoi riguardi, era di fondo un suo leale seguace. Avrebbe potuto e, forse, anche voluto. Alto, robusto, Antonio sapeva maneggiare la spada. Ma Decimo Bruto, come lo vide, lo intrattenne con falsi discorsi, impedendogli, dunque, di intervenire.
Cesare, entrato nella curia che portava il nome del suo antico nemico Pompeo, prese posto. I congiurati gli si avvicinarono, pronti a lanciarsi su di lui al segnale convenuto. Quel segnale, che avrebbe cambiato la storia di Roma e che sarebbe stato dato da un tale Tillio Cimbro, consisteva nel rivolgere una supplica a Cesare. Cimbro lo fece e quando Cesare gli disse che non poteva proprio accontentarlo, Cimbro lo afferr per la toga. In un attimo, tutti si guardarono: era giunto il momento. Casca colp Cesare per primo. Quindi gli altri. Lasciandosi cadere sul pavimento gelido, sotto lo sguardo crudele della statua di Pompeo Magno (al quale quel delitto politico - ma, si  detto, anche rituale - era dedicato), si copr il volto con il mantello e li lasci finire non prima di aver pronunciato una frase divenuta celeberrima. Nel riconoscere tra costoro anche il proprio figliastro Bruto, disse: Anche tu, Bruto, figlio mio?. Cos la vita di Cesare si chiudeva con una domanda della quale il dittatore, purtroppo, conosceva la risposta.
Morte di Giulio Cesare alle idi di marzo (44 a.C.) nella Curia di Pompeo (incisione di Fulvia Bertocchi da B. Pinelli).
Due giorni dopo, il 17 marzo, il senato si riun. Di notte e neppure nella consueta sede, bens nel tempio di Tellus, la dea Terra. Anche i templi erano luoghi nei quali l'ordo poteva incontrarsi, poich essi erano inaugurati. La questione  perch proprio quello di Tellus e non un tempio utilizzato pi spesso come sede per quelle riunioni, ad esempio quello della Concordia (peraltro di maggior valore simbolico, data la tematica), nel quale il senato si era gi riunito quell'anno, il 9 febbraio, in occasione dell'arrivo a Roma, di ambasciatori giudei, e dove si sarebbe ancora riunito l'11 aprile e il 19 settembre (in questo caso, tra l'altro, Antonio pronunci un discorso contro Cicerone). Una spiegazione pu tuttavia essere tentata.
Il tempio di Tellus sorgeva nel quartiere delle Carinae (attuale Esquilino meridionale), luogo di memoria pompeiana e dunque idealmente connesso con la lotta alla tirannide (si ricordi che, per Cicerone, Pompeo Magno era il martire repubblicano per eccellenza, perch si era opposto a Cesare venendone sconfitto). Marco Antonio aveva casa proprio vicino al tempio:  la domus rostrata che un tempo apparteneva al Magno. Un altro elemento che pu aiutare a spiegare la scelta del tempio come luogo per quella riunione  la sua vicinanza alla prefettura urbana, sede di processi e condanne, riportata in auge da Marco Antonio nel 47 a.C. dopo quasi tre secoli di oblio. Infine, l'accezione ctonia del culto di Tellus, nella duplice componente funeraria e di devotio militare. Presi insieme tali elementi porterebbero a cogliere i reali motivi dietro alla scelta (originale) del tempio di Tellus: Marco Antonio, che in qualit di consul* unicus aveva preso in mano la situazione, avrebbe voluto quel luogo per ragioni di sicurezza, in quanto vicino casa sua (Appiano in La guerra civile 2, 126 dice che in quei giorni Antonio non si sentiva per niente tranquillo), ma anche per il valore antitirannico del quartiere dove il tempio sorgeva (Cesare era stato ucciso da dei novelli Trasibuli, i tirannicidi ateniesi del 403 a.C.), giudiziario (e di giustizia si doveva parlare a proposito dell'assassinato Cesare!) e infine infero (la dea Tellus bene si sposava con il tema dell'omicidio). Dunque, Tellus.
All'interno del tempio c'erano i senatori (quelli che, va da s, non avevano ucciso il dittatore, perch i responsabili o se ne stavano barricati nelle proprie dimore o avevano tagliato la corda da un paio di giorni), all'esterno la plebe assiepata tendeva le orecchie nella speranza di cogliere le parole dei potenti. Protagonisti dell'incontro furono Cicerone, Lucio Marco Pisone Cesonino (genero del defunto) e Marco Antonio, il console* unico. Scrive Augusto Fraschetti, con la rara chiarezza della sua penna:
In questa seduta, a proposito di Cesare, il tipo di onori funebri o la drastica privazione anche di semplici funerali furono subito messi in rapporto ad altri due problemi: da un lato, il riconoscimento della validit dei suoi atti; d'altro lato, il riconoscimento della validit del suo testamento [...] Da questo giudizio [quello che il senato doveva esprimere] non solo sarebbero dipesi la validit dei suoi atti e del suo testamento e il destino da riservare al cadavere, ma anche (almeno implicitamente) lo stesso giudizio che doveva essere espresso sui cesaricidi: ancora una volta in connessione solidale con lo statuto di Cesare, assassini del pi alto magistrato cittadino oppure al contrario liberatori della patria (A. Fraschetti, Roma e il principe, Laterza, Bari-Roma 2005, pp. 44-56).
L'ordine del giorno era dunque di cruciale importanza: stabilire se Cesare era stato un tiranno. Perch dei senatori, all'indomani di quanto avvenuto nella Curia di Pompeo, si ponevano una simile questione anzich pensare a punire i colpevoli? Una ragione c'era. Occorreva infatti capire se Cesare era stato davvero quel rex e nemico della res publica che i cesaricidi credevano, prima di procedere alle condanne. La ragione  tanto semplice quanto della massima delicatezza: se Cesare era stato un tiranno, allora tutto quello che aveva fatto e che aveva stabilito per gli anni a venire non aveva pi valore e il suo corpo finiva nel Tevere, abbandonato alle correnti. Se invece non lo era stato, allora si potevano ritenere ancora valide tutte le decisioni da lui prese per il futuro e il suo corpo poteva essere pubblicamente cremato alla presenza del popolo. Una questione non da poco, appena si pensi che Cesare aveva attribuito persino magistrature per i successivi cinque anni. Dunque, i senatori riuniti nel tempio avevano ogni interesse a riconoscere come validi quelli che le fonti antiche chiamano acta Caesaris: buona parte di loro, infatti, rischiava di perdere posizioni di prestigio e magistrature se per caso il defunto fosse stato riconosciuto rex. Ma era anche vero che molti patres* avevano parenti e amici tra i cesaricidi; se Cesare non fosse stato riconosciuto come un tiranno, allora i suoi assassini avrebbero dovuto rispondere di fronte alla giustizia per il crimine che avevano commesso. Dunque, per farla breve, quella notte i senatori avevano una bella gatta da pelare.
Nell'operetta di Cornelio Nepote De viris illustribus, Sugli uomini illustri, si menziona un'eclissi di sole avvenuta durante l'esposizione della salma di Cesare, un evento astronomico funesto secondo gli Antichi perch annunciava, in genere, la morte di un sovrano (78, 10). Non sappiamo se la notizia sia fededegna o meno, ma il solo fatto che la morte di Cesare vi sia stata associata lascia intendere come essa dovesse apparire. Per una parte della tradizione, con Cesare moriva un re. Il che, se si pensa all'invenzione del principato a opera del figlio adottivo Ottaviano, non deve stupire (dietro quel nome si celava infatti lo spettro della monarchia).
Fu cos che quella notte del 17 marzo 44 a.C. Marco Tullio Cicerone ebbe un'idea. Ecco come ne parla lui stesso:
Fu in quel tempio che appunto gettai, per quanto mi fu possibile, le fondamenta della pace degli spiriti: desiderai rinnovare l'esempio antico degli Ateniesi e dunque parlai di amnistia, ricorrendo cio al termine greco che in quella occasione avevano impiegato per placare le guerre civili e reputai opportuno seppellire ogni ricordo di discordia sotto un oblio eterno (Cicerone, Filippiche 1, 1).
Quello che egli propose ai colleghi fu di proclamare un'amnistia, una dimenticanza, di quanto era accaduto, calare il sipario dell'oblio sull'assassinio, fare come se Cesare fosse morto di morte naturale e, di conseguenza, mantenere validi i suoi acta e salvare i cesaricidi. Ancora una volta Cicerone guardava al mondo greco, all'amnistia votata ad Atene nel 403 a.C., quando Trasibulo aveva cacciato i Trenta Tiranni ed era rientrato nella citt dal Pireo. Nella sostanza, si trattava di una delle tipiche trovate ciceroniane con le quali si accontentava tutti. Ma invocando un'amnistia sull'esempio di quella greca, Cicerone non sembrava forse riconoscere implicitamente la possibile condanna dei congiurati (tanto quanto l'illegalit del potere detenuto da Cesare in vita?), attraverso il parallelismo fra Trasibulo e i cesaricidi da una parte e Cesare e i Trenta dall'altra? Altrimenti, che bisogno ci sarebbe stato di amnistiarli?
Sull'amnistia sembrarono essere tutti d'accordo, o quasi. Marco Antonio, infatti, che di Cesare era stato congiunto, amico e collega e, soprattutto, che sperava di divenirne anche il successore, non poteva certo accettare una simile proposta, non se intendeva mostrarsi alla plebe come il continuatore del suo beniamino. Fu cos che rilanci una diversa soluzione: accettare l'amnistia dei cesaricidi in cambio della validit degli acta e, di conseguenza, dell'inviolabilit del corpo di Cesare (che cos sfuggiva ai flutti del Tevere e poteva ricevere un funerale pubblico) e della legittimit del suo testamento. Gli assassini potevano dunque essere perdonati (pi propriamente, amnistiati), ma non perch il dittatore era stato un tiranno.
Certo, Marco Emilio Lepido avrebbe preferito procedere con le maniere forti, vendicare subito il defunto e cos, in grazia dell'esercito che da magister equitum* controllava, occupare il posto lasciato vacante dal Giulio. Ma Antonio questo lo sapeva bene; ecco perch prefer accettare l'amnistia di Cicerone e la (temporanea) rinuncia alla vendetta di Cesare. Era pronto a tutto pur di impedire al collega di strappargli quella successione politica che ancora credeva essergli stata lasciata in eredit dal defunto. Dunque, niente ultio quella notte tra il 17 e il 18 marzo, ma soltanto una soluzione pacifica. La presenza in senato di parenti e amici di Cesare (basti ricordare Lucio Aurelio Cotta, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Marco Emilio Lepido) permise quindi al console* unico Antonio di avere la meglio e di ottenere quanto richiesto. Cicerone accett quanto Antonio chiedeva in cambio (cos'altro poteva fare, d'altra parte?) e la seduta si sciolse con il decreto del funerale pubblico per Cesare. Un funerale che Marco Antonio e Lucio Calpurnio Pisone Cesonino volevano, mentre altri scongiuravano di evitare (e, si badi, a buon diritto). Basti pensare che al termine della seduta alcuni senatori avevano circondato Cesonino per consigliargli persino di seppellire Cesare di nascosto e di non rivelare il contenuto del testamento per evitare disordini. Davvero la fragilit del compromesso raggiunto era evidente a chiunque. D'altra parte, per riprendere Augusto Fraschetti, l'amnistia fu un espediente eminentemente intellettuale proposto da un intellettuale, un espediente avulso dalla reale situazione in cui versava Roma e dunque, aggiungeremmo noi, destinato a fallire.
Ma Marco Antonio, che a un primo sguardo potrebbe sembrare insieme a Cicerone l'autore di una soluzione pacifica, gett invece il seme della violenza.
Dei giorni che separarono la seduta notturna nel tempio di Tellus e il funerale di Cesare si sa poco e niente. Di fondo, in citt si respirava un'aria carica di tensione. Quando sorse il sole del 20 marzo 44 a.C., la storia si apprestava a cambiare. E di quel 20 marzo le fonti antiche parlano, eccome.
In seguito alla seduta del 17 il senato aveva dunque decretato un funerale pubblico. Fu cos che Gaio Giulio Cesare ricevette quello che nel mondo romano si chiamava funus publicum, qualcosa di molto simile al nostro funerale di Stato, destinato alle personalit pi in vista della politica. Si trattava di funerali interamente a spese della res publica e soprattutto onorifici, perch le massime autorit civili, militari e religiose vi prendevano parte in modo ordinato, divise in gruppi e vestite solennemente.
A occuparsi dell'organizzazione fu il suocero del defunto, Cesonino, e molto probabilmente anche la pronipote Azia, la madre del futuro imperatore Augusto, anche se la sua partecipazione  documentata dal solo Nicolao di Damasco. Si pu immaginare che in un primo momento Cesare avesse pensato a lei (anche per il tradizionale ruolo delle donne nelle esequie) ma che dopo il suo assassinio, in considerazione della situazione che si era prodotta, l'organizzazione fosse stata affidata a Cesonino, un ex console* e, pertanto, figura pi autorevole. Con ci non si vuole escludere la partecipazione di Azia, partecipazione che Nicolao, da autore di corte, potrebbe aver enfatizzato per mettere in evidenza la continuit dinastica tra Cesare e Gaio Ottavio. Azia rappresentava infatti un prezioso anello di congiunzione tra i due uomini e, dunque, era una figura fondamentale per la continuit tra i nobilissimi Giuli e i pi modesti Ottavi (leitmotiv del primo periodo politico del giovane Ottaviano, quello triumvirale, nel quale si era ritrovato a competere con il ben pi potente Marco Antonio in una vera e propria guerra mediatica a colpi di gossip e diffamazioni).
Secondo la tradizione la salma venne esposta nell'atrio di casa, ma solo cinque giorni in luogo dei consueti sette. Un'ipotesi plausibile, avanzata dallo storico Geoffrey S. Sumi, sembra attribuire tale riduzione della durata alle cattive condizioni nelle quali il corpo versava; secondo altri, come Jean Maurin, questa anomalia sarebbe da ricondursi alla delicata situazione politica del post cesaricidio (nel senso: prima si cremava il cadavere, meglio era). Quindi inizi il funerale vero e proprio.
Testimone indiretto, ma per noi prezioso,  il biografo Svetonio (Vita del Divo Giulio 84).  lui a consegnarci un racconto non lungo (la sintesi  uno dei suoi doni), ma articolato e ricco di informazioni utili alla ricostruzione storica delle esequie. Svetonio d cos notizia prima della pira eretta nel Foro proprio accanto al tumulo dove dal 54 a.C. riposava la defunta figlia del dittatore, Giulia, la moglie di Pompeo Magno; quindi di un tempietto dorato realizzato sul modello di quello di Venere Genitrice, la progenitrice della gens del defunto, del letto d'avorio coperto di oro e porpora con, appesa a un lato, la veste insanguinata indossata da Cesare al momento dell'uccisione; infine, dei doni offerti dalla plebe e deposti in Campo Marzio. Ma non  tutto: Svetonio ricorda anche gli spettacoli teatrali dati in suo onore sempre, parrebbe, ai funerali. Dunque onori inusitati per delle esequie.
Lucio Cornelio Silla. Disegno tratto da una moneta d'argento del 55 a.C.
La plebe era riunita nel Foro e assisteva al funerale in quanto esonerata da qualsiasi attivit commerciale e forense per mezzo di uno speciale decreto, il iustitium*. Il iustitium veniva decretato dal senato e prevedeva che quanto normalmente si svolgeva nella citt venisse sospeso: niente pi attivit forensi n di mercato, n giochi o altro. Non si trattava di semplice rispetto per la perdita di una persona importante per la comunit, semmai di una misura precauzionale mirata a evitare l'insorgere di disordini. La gente veniva divisa, o meglio venivano proibite tutte quelle occasioni di aggregazione che potevano dare origine a sommosse. Naturalmente, il iustitium* non veniva decretato per qualsiasi funerale e neppure, si badi, per i funerali pubblici, ma solo nei casi in cui le esequie potevano rappresentare un problema al mantenimento dell'ordine. Prima di Cesare un iustitium* era stato decretato alla morte del dittatore Lucio Cornelio Silla Felix, personalit discussa e capo della fazione ottimate avversa a Gaio Mario, leader della popolare. Anche se Silla non rivestiva pi la posizione di dittatore, perch pochi anni prima di morire vi aveva rinunciato per potersi ritirare in campagna e finalmente riposare, restava per una personalit di primissimo piano, l'uomo le cui liste di proscrizione (vale a dire le liste nere dei nemici destinati a morire e a perdere ogni bene e propriet) sarebbero passate alla storia. Silla faceva discutere anche dopo la sua morte:  Appiano, storico di et antonina, che scrive come durante il suo funerale ci fosse gente che ancora lo temeva. D'altra parte, un uomo poteva detenere il potere anche da morto.
Ai funerali di Cesare ci fu dunque iustitium*, segno del rischio di tumulto al quale il defunto (o, meglio, la sua memoria) esponeva l'intera citt. Questo per un semplice motivo: la plebe amava Cesare. Si pensi, a tale proposito, a quanto scrive Svetonio, che racconta come il senato avesse ordinato alla plebe di portare le offerte per il defunto nel Campo Marzio, anzich nel Foro (luogo del funerale), e che un solo giorno non fosse bastato, tante erano. Una testimonianza preziosa, perch da una parte proverebbe l'affetto che legava la plebe al defunto, dall'altra la necessit di gestire la folla, ripartendola tra Campo Marzio e Foro vero e proprio. Dunque, il iustitium* non fu la sola misura di sicurezza adottata quel giorno, ma quella ufficiale.
L'amore per Cesare fu un problema spinoso per i cesaricidi. Bruto, Cassio e i loro amici di pugnale avevano fatto una scelta, si  detto, ma una scelta ideologica (all'apparenza soltanto, ma su questo torneremo pi avanti). Vedendo in Cesare l'uomo che stava soffocando la res publica - l'antico assetto che poggiava sul senato e che affondava le radici nel lontano anno 509 a.C., quando essa era nata dalle ceneri dei re - Bruto e Cassio credevano che con il suo omicidio avrebbero salvato Roma. Ma erano uomini colti ed espressione di quel ceto agiatissimo di senatori, non certo uomini del popolo.  sorprendente il passo di Appiano, in cui si descrive lo stupore di Bruto e degli altri cesaricidi di fronte alla reazione della plebe, quando uscirono dalla Curia di Pompeo grondanti del sangue del Giulio. La folla, terrorizzata, fuggiva da quello che avevano fatto e temeva per s e per Roma. I cesaricidi avevano commesso un delitto efferato in nome di un ideale e senza tenere conto di quello che la gente voleva.
Dunque la plebe fin con il detestare i cesaricidi. Se per costoro riuscirono temporaneamente a fuggire (il loro destino si sarebbe compiuto a Filippi nel 42 a.C., in Macedonia, dove caddero su una terra che profumava di mare), i semi del loro gesto scriteriato diedero i primi frutti gi quel 20 marzo: un tumulto di proporzioni inaudite destinato a passare alla storia e a imprimersi nelle coscienze dei Romani, tanto che il morente Augusto nel 14 d.C. chiedeva dal suo letto di morte se fuori andasse tutto bene, temendo un tumulto simile a quello che aveva avuto luogo per Cesare; o ancora, il neo imperatore Tiberio, che mentre si apprestava a organizzare i funerali per il padre adottivo Augusto, faceva presentare dal senato un decreto con cui ogni manifestazione di lutto fosse contenuta (cosa che i suoi detrattori, come lo storico Tacito, utilizzarono per presentare il controverso principe come un figlio, e dunque un imperatore, degenere). In entrambi i casi doveva essere vivo il ricordo di quello che si era verificato durante i funerali di Cesare.
 ancora una volta Svetonio e raccontarci cosa avvenne (Vita del Divo Giulio 85). Subito dopo la prima parte del suo resoconto incentrata sugli onori resi al defunto quel lontano 20 marzo 44 a.C., il biografo porta la nostra attenzione sull'altra grande protagonista di quella giornata: la plebe. La gente accorse in massa armata di fiaccole alle ville dei cesaricidi, decisa a incendiarle. Non sappiamo se effettivamente ci riusc e nemmeno se dei cesaricidi vi perirono. Alcune fonti, infatti, dicono che gli assassini di Cesare se ne erano gi andati, altre che alcuni rimasero sino a met aprile, barricati nelle proprie abitazioni. Fu tuttavia proprio durante questo assalto che si verific una tragedia nella tragedia. Il poeta Gaio Elvio Cinna, amico di Cesare, venne linciato dalla folla che lo fece letteralmente a pezzi. Era stato scambiato per il pretore* Lucio Cornelio Cinna, anticesariano convinto, che proprio pochi giorni prima aveva speso durissime parole contro il defunto. Un caso di omonimia dei pi infelici. Fu allora che, temendo di essere scambiato per il fratello cesaricida Publio Casca Longo e fare la stessa fine del povero poeta, il tribuno della plebe Gaio Servilio Casca dichiar pubblicamente di avere in comune con quello solo il nome, come ci racconta lo storico Cassio Dione. Dopo quel massacro, la plebe fece pure alzare in Foro una colonna in marmo numidico destinata a onorare Cesare, con iscritto: parenti patriae, al padre della patria, e prese a adorarlo lungo le vie, contravvenendo cos a un'ordinanza con cui il culto di Cesare era vietato. Insomma, quel giorno la plebe diede il peggio di s.
Al solito rappresentata come turbolenta e divisa, la plebe torn alla salma. Parte di essa avrebbe voluto che non fosse cremata su quella (pur bella) pira realizzata ad hoc accanto al tumulo di Giulia, bens nella cella del tempio di Giove Ottimo Massimo, divinit sovrana della Triade Capitolina insieme a Giunone e a Minerva, secondo una logica che non esiteremmo a definire blasfema, dal momento che morti e divinit devono restare distinti secondo la religione romana. Un'altra parte della plebe, invece, diceva di cremarlo nella Curia di Pompeo ai piedi della statua del Magno, sotto i cui occhi superbi Cesare era stato assassinato. I sacerdoti riuscirono a tenere la multitudo lontana dal tempio e cos la salma, gi malridotta, venne cremata alla bell'e meglio con legni sottratti ai banchi del mercato in mezzo ai tanti edifici sacri del Foro, come non manca di sottolineare Plutarco, mettendo bene in evidenza l'empiet di quella iniziativa (Vita di Bruto 20, 4). A dare fuoco al cadavere sarebbero stati, scrive Svetonio, due giovani alti e con gladi alla vita, figure che fanno pensare ai dioscuri, simbolo per eccellenza della libert (i loro copricapo, i pillei, erano donati agli schiavi affrancati). Dunque anche gli di presero parte al funerale, almeno secondo una qualche fonte recepita da Svetonio, che indefesso raccoglitore di informazioni di ogni sorta non si lasci sfuggire neanche questa, seppure di dubbia fondatezza. D'altra parte, non si tratterebbe di una novit, perch al funerale di Lucio Cornelio Silla Felix avevano preso parte anche i fenomeni atmosferici, segno che la natura, e dunque gli di, erano l a omaggiare l'ex dittatore.
Tutti gettarono allora sul rogo quello che avevano di pi prezioso, segno dell'attaccamento a Cesare. I flautisti e gli attori le proprie vesti, i soldati veterani le armi, le matrone i gioielli e le preteste dei figli - come gi ai funerali di Bruto, Publicola e Lanato, gli antichi padri della res publica. Ma le fiamme divampavamo pericolose e Lepido, capo della cavalleria (il magister equitum*), ordin ai soldati di intervenire e di spegnere il fuoco che rischiava di incendiare i templi vicini. Fu cos che il Foro scamp all'incendio, ma il corpo di Cesare rimase cremato solo a met, o per dirla con Cicerone semustilatus (Filippiche 2, 91), un termine dispregiativo impiegato dallo stesso Arpinate (e certo non a caso) anche per il cadavere del tribuno Clodio nell'orazione Pro Milone (33), In difesa di Milone. Il corpo di Cesare, massacrato da ventitr colpi di pugnale, subiva adesso pure l'offesa di una mezza cremazione. Schiavi e liberti* dei Giuli raccolsero i miseri resti e li portarono nella tomba di famiglia, probabilmente da identificarsi con quella di Giulia nel Campo Marzio. Nei giorni successivi, furono in molti ad andare a pregare su quel luogo, specialmente i Giudei, grati a Cesare per aver ricostruito le mura di Gerusalemme abbattute da Pompeo Magno nel 63 a.C. A ordine ristabilito, il senato proclam il luctus publicus, il lutto pubblico.
Sono stati Stefan Weinstock e Augusto Fraschetti a mettere bene in luce le analogie tra i funerali di Cesare e quelli di Silla e Clodio, partendo proprio dai disordini che vi si verificarono - o che, nel caso di Silla, avrebbero potuto verificarsi. Si tratt, per Cesare e Silla, dei primi funerali pubblici di et storica (quelli datati al v secolo a.C. sono da intendersi retroproiezioni di et repubblicana) e in entrambi i casi ci fu iustitium*. Per Cesare serv a poco, dal momento che il tumulto si verific ugualmente; per Silla, invece, la misura preventiva sembr funzionare, perch non si ebbero disordini. Forse, per, la ragione sarebbe da ricercarsi non tanto nel iustitium*, quanto in un altro fatto: Silla non era amato dalla plebe quanto Cesare. Semmai, era temuto.  Plutarco a dire che persino al suo funerale c'era gente che ancora lo temeva (giusto per dare l'idea della paura che l'ex dittatore suscitava).
Molte di pi sono le analogie tra il funerale di Cesare e quello del controverso tribuno Clodio. In entrambi i casi si ebbe l'esposizione sui rostri delle salme insanguinate: quella vera di Clodio (che era finito ucciso durante uno scontro tra bande armate lungo la via Appia) e il manichino che riproduceva la salma di Cesare. Poi la cremazione dei corpi in luoghi improvvisati e con legni inadatti (con le conseguenze del caso: rimasero entrambi bruciacchiati), quindi l'assalto alle dimore degli assassini. In entrambi i casi si tratt dunque di funerali sediziosi, di preziose occasioni per celebrare i gruppi politici cui i defunti afferivano e attaccare i propri avversari.
Se tuttavia durante il funerale la plebe esplose, non fu solo perch era affettivamente legata al defunto Cesare. Una parte della responsabilit la ebbero le stesse esequie. Quelle di Cesare, infatti, non furono comuni, e non tanto perch erano state sovvenzionate pubblicamente, quanto per alcuni elementi (particolarissimi) che non ritroviamo in nessun altro funerale. Elementi di matrice teatrale, che contribuirono allo scatenarsi del tumulto.
Dire dunque che il funerale di Cesare fu anche il pi grandioso e pericoloso spettacolo di sempre non  sbagliato. Lo fu. Ogni dettaglio era stato (criminalmente?) pensato a tavolino al fine di tramutare la plebe in una folla inferocita. In questo  Appiano la nostra fonte prodiga di informazioni (in La guerra civile 2, 37).  infatti lui a menzionare la presenza alle esequie di una statua del defunto, una effigies con riprodotte le ventitr ferite dei colpi di pugnale. Questa statua venne accompagnata sul cataletto, il letto d'avorio al cui lato pendeva la veste insanguinata di Cesare, e fu ruotata grazie a un meccanismo, perch tutti potessero vedere in quali condizioni era stato ridotto il defunto dai cesaricidi. Marco Antonio l'avrebbe persino afferrata, suscitando nei presenti dei lamenti come in un coro teatrale (Appiano, La guerra civile 2, 37). Lo stesso luogo inizialmente destinato alla cremazione, accanto al tumulo di Giulia, non era che una voluta scelta della fazione cesariana, che giocava sul ricordo della bella e buona figlia di Cesare scomparsa nel 54 a.C. (personaggio amatissimo dalla gente), per commuovere le masse. Il tempietto aureo nel Foro di fronte ai Rostri e all'interno del quale era stato posto il letto funebre con la veste e la effigies costituisce un altro esempio di teatralit. Il tempietto, come si  detto, era una copia di quello di Venere Genitrice, la mitica antenata della gens Iulia, la famiglia di Cesare. Un modo per ricordare che a essere stato ucciso non era un uomo, ma il discendente di una dea. Un crimine, dunque, che aveva il sapore del sacrilegio. Ancora, il letto funebre contenuto nel tempietto era coperto di oro e porpora, colori che rievocavano la veste e i gioielli che Cesare indossava negli ultimi tempi, nonch quella da lui portata quando lo avevano ucciso (dunque, squarciata dai colpi di pugnale). Infine, durante le esequie ci furono anche dei ludi scaenici, vale a dire degli spettacoli teatrali. In uno, un attore che recitava nelle vesti di Cesare cit un verso dell'Armorum iudicium di Pacuvio contenente una frecciata ai cesaricidi; in un altro, tratto dall'Electra di Sofocle, l'attore chiamava per nome quanti credeva amici e che invece lo avevano ucciso. Scrive Appiano che sembrava che lo stesso defunto parlasse, lasciando cos intendere il grande impatto che lo spettacolo scenico dovette avere sulla folla. Non si tratt, tuttavia, di un evento isolato. Sappiamo, infatti, che anche il 20 luglio di quello stesso anno furono allestiti altri spettacoli per i ludi Veneris Genitricis, in onore della capostipite della famiglia di Cesare - un'abile strategia di Ottaviano che, da figlio adottivo del defunto, raccoglieva attorno a s i consensi della fazione popolare e preparava la guerra ai cesaricidi.
Per quanto Appiano ritenga che a scatenare la plebe sia stata proprio la vista del manichino, occorre far presente che di ogni funerale (pubblico o gentilizio) uno dei momenti pi significativi era il discorso in onore del defunto. Immancabilmente, un elogio fu pronunciato anche durante il funerale di Cesare e a occuparsene fu il console* unico Marco Antonio.  impossibile non tenerne conto, se si vogliono rintracciare le cause del tumulto.
Una prima domanda sorge spontanea: perch a pronunciarlo non fu Lepido? In quanto magister equitum*, comandante della cavalleria e dunque braccio destro del dittatore Cesare, era in una posizione di preminenza rispetto ad Antonio, solamente consul* unicus. La risposta  semplice, appena si conosca un poco il diritto romano: una volta morto Cesare, il dictator, Lepido, decadeva dalla carica di magister equitum*, all'altra saldamente ancorata, perch vi poteva rimanere soltanto quoad dict(ator) Caesar esset, finch Cesare fosse stato dittatore, stando a quanto si legge su un frammento dei Fasti di Privernum (in F. Zevi, Fasti di Privernum, ZPE 197, 2016, pp. 295-297). Venuto meno Cesare, decadeva dalla sua posizione anche Lepido, e Antonio rimaneva la figura istituzionalmente di spicco. Ma qui c' un altro problema.
Secondo Polibio a Roma era il figlio del defunto o un membro della famiglia a pronunciare l'elogio (6, 53, 2). Marco Antonio era s parente di Cesare (infatti Appiano lo definisce amico, parente e collega del dittatore in La guerra civile 2, 36), ma anche Cesonino lo era (in quanto padre di Calpurnia, vedova del dittatore) o ancora lo stesso Gaio Ottavio (figlio di Azia, una nipote del defunto) e Lucio Pinario Scarpo o Quinto Pedio (personaggi senz'altro minori della storia ma che figuravano nel testamento di Cesare ed erano cugini di Gaio Ottavio: Svetonio, Vita del Divino Giulio 83). Gaio Ottavio non si trovava a Roma in quel momento, perch era ad Apollonia (e la notizia della morte di Cesare gli sarebbe giunta per la fine del mese), ma Cesonino c'era (aveva custodito lui il testamento, molto probabilmente organizzato le esequie e senz'altro condotto la processione funebre), cos come Pinario e Pedio (Pedio sarebbe stato console* nel 43 a.C. e dunque l'anno prima doveva essere a Roma per porre la candidatura). Esistevano allora parenti di Cesare pi stretti di Antonio.
Se Antonio pot recitare l'elogio che gli permise di condurre le danze quel 20 marzo non  tanto perch era un parente del defunto, dunque, ma probabilmente perch era il console*, vale a dire il magistrato con la carica pi alta. Nel caso delle esequie di Cesare la politica venne ad assumere un peso maggiore del sangue. La tradizione appare rovesciata e il mos maiorum*, fossile culturale intoccabile, risulta violato, seppure per un motivo preciso: perch a morire non era stato un uomo o un padre di famiglia o un senatore, ma un uomo di Stato, un leader. Basti pensare al caso di Silla: pare che fosse stato Quinto Ortensio Ortalo a recitare l'elogio funebre (o, comunque, il pi abile oratore del tempo), ma ancora una volta non un suo congiunto. Anche allora non era stato il sangue a stabilire il laudator, per riprendere Polibio (il figlioletto di Silla, Fausto, era troppo piccolo, d'accordo; ma  possibile che non ci fossero altri parenti?). In conclusione, sarei pi propenso a credere che per Silla, come per Cesare, l'individuo venisse superato dal ruolo pubblico che aveva rivestito e, di conseguenza, il figlio o il congiunto a cui sarebbe dovuto spettare l'elogio fosse rimpiazzato dal figlio politico o dal congiunto politico.
Cicerone, nel fornirci una (sua) spiegazione dei disordini esplosi al funerale di Cesare, punta il dito contro Antonio. In una lettera indirizzata all'amico Attico (Ad Attico 14, 10, 1), l'Arpinate scrive che la causa dei disordini non fu certo la festa di Bacco (dio del vino e del disordine), che cadeva in quei giorni, ma del console*:
Quando gli altri ti [Antonio] ritenevano il migliore, mentre io non ero d'accordo, hai presieduto nel modo pi scellerato al funerale del tiranno [Cesare], sempre che lo si possa definire un funerale (Cicerone, Filippiche 2, 90).
Molti conoscono il discorso di Marco Antonio grazie a William Shakespeare, che nel suo Giulio Cesare ne restituisce una versione indimenticabile. Ma pochi sanno che Shakespeare si ispir (anzi, attinse a piene mani) alla tradizione classica, e pi precisamente a quanto riportato da Cassio Dione.  infatti lo storico di et severiana a costruire un discorso bellissimo e potente, ma anche lunghissimo e, pertanto, decisamente poco verisimile. Laddove Appiano ne fornisce una versione ridotta (e aderente al vero secondo uno dei massimi studiosi di elogi funebri, Wilhelm Kierdorf) e Svetonio addirittura non lo riporta (limitandosi a dire che Antonio pronunci pauca verba, poche parole), Cassio Dione dedica alla laudatio un'ampia porzione della sua opera (44, 36-49), secondo quella tendenza tucididea che consisteva nell'invenzione di discorsi corposi al fine di raccontare la storia in modo drammatico, pi coinvolgente e chiaro.  Cassio Dione a dare una caustica definizione di quell'elogio: Molto bello ma certo inadatto alle circostanze (44, 35). Perch, stando almeno alla versione che lo stesso Dione ci riporta, bello lo fu davvero, ma anche inopportuno, considerata la situazione del momento che richiedeva un elogio dai toni smorzati e meno sedizioso. Stando dunque a Cassio Dione,  Marco Antonio il principale responsabile del tumulto, proprio come scrive Cicerone.
Marco Antonio. Incisione tratta dall'Illustrium imagines di Andrea Fulvio (1517).
Antonio non poteva non esserne consapevole. Anche se parte della critica moderna ha tacciato Antonio di leggerezza e ingenuit politica, in quanto non avrebbe pensato alle conseguenze delle sue parole, noi crediamo che il console* sapesse cosa stava facendo. Basti ricordare che il 17 marzo, fuori dal tempio di Tellus dove l'ordo si era riunito, egli aveva fatto quelle che Appiano definisce le prove generali del discorso pronunciato il 20. Vi avrebbe cio testato gli effetti della laudatio sulla plebe assiepata e in attesa di notizie. Antonio dunque non era stato ingenuo, anzi: la drammaticit del suo elogio serviva proprio a raccogliere consensi attorno alla propria persona. Pi la plebe restava commossa dalla fine del suo beniamino, pi si legava affettivamente all'uomo che ne pronunciava un discorso cos bello e che le si presentava come continuatore politico del defunto. L'errore di Antonio fu, semmai, un altro. Egli non poteva prevedere che Cesare aveva designato come proprio successore politico il pronipote Gaio Ottavio, anzich lui. Ogni sforzo si rivel dunque vano. Per quanto Antonio fosse riuscito a infiammare gli animi della plebe e a commuoverla, come si seppe che Cesare aveva adottato il pronipote e che costui aveva il diritto di portare il nome del defunto, la discesa del console* si tramut in salita, la speranza in disperazione. Antonio aveva perso. La guerra mediatica degli anni dal 44 al 31 a.C. avrebbe portato alla sua definitiva sconfitta. Gaio Ottavio aveva dunque avuto fortuna, ma sapeva giocare bene le sue carte. Benissimo, per la verit. Una delle sue mosse meglio riuscite sarebbe stata di un paio di anni dopo: assicurare al defunto l'onore funebre pi grande, la divinizzazione (la consecratio*).
Se tuttavia, come vedremo, Ottaviano riusc a fargliela decretare, quello fu solo il punto di arrivo di una politica attuata da Cesare e imperniata sul culto della propria persona. Per la plebe era naturale adorarlo, perch sapeva che discendeva da una dea. Fu inevitabile, allora, che gi all'indomani del funerale ci fosse chi si abbandonasse al suo culto, anche se esso non era stato autorizzato. Per quanto, per, Cesare discendesse da Venere Genitrice e fosse adorato dalla plebe, ci non bastava a farne un dio. Quando attorno alla met di aprile del 44 a.C. un capopopolo di nome Amatius, un uomo che pretendeva di essere figlio del celebre Gaio Mario (il leader popolare di cui Cesare aveva ereditato la fazione politica) e, di conseguenza, parente dello stesso Cesare - che della moglie di Mario era nipote -, venne fatto uccidere dal console* Antonio perch alimentava i disordini anzich sedarli (anche lui per acquisire popolarit, nella speranza di guidare la fazione rimasta senza capo?), i suoi seguaci eressero una colonna a Cesare con la dedica parenti patriae, al padre della patria. Doveva trattarsi, piuttosto, di un complesso cultuale dotato di una statua del dittatore, proprio come la colonna di Minucio. Tale era la gravit di quello che aveva fatto, che il capopopolo fu condannato a morte senza regolare processo. Giustiziato, il corpo venne trascinato con un uncino per le vie di Roma, quindi presumibilmente gettato nel Tevere. Gi alla fine dello stesso mese la colonna fu abbattuta da Publio Cornelio Lentulo Dolabella insieme alla statua di Cesare e si provvide all'appalto per una nuova ripavimentazione dell'area.
Questo complesso cultuale venne ricostruito in un momento successivo e in forma diversa. Le fonti antiche, purtroppo, non sono d'aiuto: parlano ora di un altare, ora di una colonna o di un bustum (rogo, o anche semplicemente monumento sepolcrale). Indipendentemente dalla sua natura, la prima installazione doveva sorgere sul luogo in cui Cesare era stato assassinato, a memoria di quanto vi era avvenuto. Se dunque Cesare venne adorato come un dio gi all'indomani delle esequie  senz'altro per la sua (presunta) discendenza da Venere, ma non solo. Gi infatti lo stesso funerale conteneva alcuni elementi che lasciavano immaginare quello che sarebbe avvenuto: Marco Antonio ne aveva ricordato le origini divine e la sua nuova condizione di dio (ma senza che essa fosse stata ancora riconosciuta ufficialmente), la forma del letto funebre modellato come un baldacchino a simbolo della consecratio* (officiosa) era stato posto dentro la riproduzione di un tempio; ancora, facendo un passo indietro nel tempo, il senatoconsulto del dicembre 45 a.C. - gennaio 44 a.C., costituiva il punto di arrivo di privilegi incredibili accordati gi dall'estate del 46 a.C., di cui si  detto. Stando a tutto ci, non deve meravigliarci se Cesare pensasse alla propria divinizzazione quando era ancora in vita, anche se, a onor del vero, non se ne ha esplicita traccia nelle fonti pervenute. Un indizio in questo senso, guardando alle esequie, si potrebbe scorgere nella sede dove era stata posta la pira per decreto del senato: il Campo Marzio, il luogo dove Romolo era asceso al cielo durante una tempesta, passando da uomo a dio Quirino. Nella plebe il richiamo non poteva passare inosservato, tanto pi dopo il funerale di Silla avvenuto nella primavera del 78, esequie che non comportarono una divinizzazione dell'ex dittatore ma che erano state concertate proprio a quel fine, come abbiamo dimostrato in una diversa sede. Anche l, il Campo Marzio, pi precisamente l'area vicina alla Palude della Capra, era stato scelto per la cremazione.
Cos, quando Ottaviano organizz dei ludi funebri - o almeno tali sembrerebbero sulla base di un passo di Servio, Commento all'Eneide 8, 681 - in memoria di Cesare il 20 luglio 44 a.C., a tutti sembr logico divinizzarlo. Anzi, dovuto. Il futuro imperatore gioc d'astuzia in quell'occasione: Antonio infatti aveva vietato l'adorazione del defunto, proprio per non accrescere la popolarit del rivale, che in quanto figlio adottivo di Cesare ne avrebbe tratto grandi vantaggi. Eppure, quei ludi non rappresentavano in alcun modo una violazione al divieto del console*, in quanto non prevedevano forme di culto di Cesare, ma certamente ne ricordavano le origini divine e per il giovane Ottaviano costituivano un'occasione per sfoggiare la pietas, la devozione filiale (una virt a Roma sempre bene accetta).
Il culto ufficiale di Cesare, di cui dunque le premesse gi c'erano, dovr aspettare per ancora un paio d'anni. Solamente tra la fine del 43 e l'inizio del 42 a.C. il senato lo riconoscer in un momento storico di grande significato: alle porte della partenza di Ottaviano per Filippi, per mettere un punto a quella guerra civile e vendicare il padre adottivo. Un momento, verrebbe da dire, forse non casuale, quando la divinizzazione di Cesare doveva essere vista come beneaugurante per la campagna militare (che, infatti, si concluse con la morte di Bruto e Cassio e la sconfitta dei cesaricidi). A richiederla al senato furono i triumviri Antonio, Lepido e Ottaviano, insieme all'edificazione di un tempio di Marte Ultore (da ultor, in latino vendicatore) sul luogo in cui Cesare era stato (semi)cremato dalla folla il 20 marzo 44, stabilendo un nesso strettissimo tra morte e consacrazione, un nesso che risaliva, come si  detto, a Romolo, ma che in et storica torn solo con Cesare e continu per tutto l'impero, quando gli ustrina dei principi (le loro pire) sarebbero sorti accanto ai sepolcri. In questo senso (e non solo) Cesare dunque stabil una linea di continuit tra Romolo e gli imperatori.
Il tempio sarebbe stato inaugurato da Ottaviano il 19 agosto del 29 a.C. Le guerre civili erano finalmente concluse e di l a due anni sarebbe nato il principato. Augusto, questo il nome di Ottaviano dal 27 a.C., aveva assunto il controllo totale dell'impero e Cesare, che pure gli era stato utilissimo nella scalata al potere assoluto, non gli serviva pi. Ecco come deve essere interpretata la chiusura dell'esedra del tempio del Divo Giulio, dopo la battaglia di Azio e la presa di Alessandria d'Egitto, a conclusione delle guerre civili. Tale chiusura comport l'occultamento di quell'altare innalzato dai seguaci di Cesare e Amatius sul luogo in cui il dittatore era stato cremato. Un occultamento, un oblio, che Augusto volle calare sul ricordo che l'altare rievocava: un segmento agitatissimo di storia urbana che spaventava e che si faticava a dimenticare, come l'editto di Tiberio del 14 d.C. sul contenimento delle manifestazioni di lutto pubblico per il defunto Augusto sembrava provare. Scrive Cicerone, con la prosa efficace che lo contraddistingue:
Serpeggiava in citt un male infinito che cresceva di giorno in giorno [...] Ogni giorno in un continuo crescendo uomini facinorosi insieme a schiavi scellerati andavano in giro a minacciare case e templi della citt (Cicerone, Filippiche 1, 5).
 tempo di tentare di rispondere alla domanda iniziale, se uccidere Cesare fosse servito realmente a qualcosa. La risposta  no. Alla fine i congiurati, che in nome di parole quali libert e giustizia, repubblica e dignit, avevano affilato i loro pugnali, ma che in verit pensavano solamente a salvare s stessi e i propri interessi, sentendosi (a buon diritto) minacciati da un uomo mosso da ideali filopopolari e ostile alla loro fazione ottimate, non ottennero nulla. Se infatti Cesare mor il 15 marzo 44, loro lo erano da tempo. Quantomeno dai tempi dei nobili Gracchi, da quando cio l'oligarchia senatoria sbagliava una mossa dopo l'altra, troppo presa com'era a badare solo al proprio orticello. Sar la storia ad assestare loro il colpo definitivo. Quando alla morte di Cesare ascese Ottaviano Augusto, l'ordo fu aperto anche ai cavalieri, individui che a uomini come Cicerone sarebbero parsi dei miserabili parvenu. Ma furono loro a divorare la vecchia oligarchia senatoria. Anche Cicerone, di l a poco, avrebbe finito i suoi giorni e, si ricordi, per volere di Ottaviano. Di fondo, dunque, il cesaricidio era stato un delitto inutile. Inutile, almeno, per i senatori. Era servito soltanto alla storia.
E a Napoleone. Fu infatti l'imperatore francese a riportare in auge (ma era poi mai stata messa in ombra davvero?) la figura di Gaio Giulio Cesare. Nel 1799 Bonaparte veniva pubblicamente associato al dittatore in un opuscolo a opera di Lucien Bonaparte dal titolo Parallelo tra Cesare, Cromwell, Monck e Bonaparte. Ancora, il 3 ottobre 1809 lo stesso Napoleone, nel rifiutare i titoli di Augusto e di Germanico che l'Institut gli voleva conferire, scrisse:
L'unico uomo - e non si tratta di un imperatore - che risplendette per carattere e per le molte imprese illustri,  Cesare. Se ci fosse un titolo che l'Imperatore desidera, quello sarebbe Cesare. Ma tanti piccoli principi hanno talmente disonorato questo titolo (sempre che ci sia possibile), che esso non si ricollega pi alla memoria del grande Cesare, ma a quella dei molti principi tedeschi tanto deboli quanto ignoranti e fra i quali nessuno ha lasciato un segno nella storia dell'umanit (Correspondance de Napolon ier publie par ordre de l'impereur Napolon iii, vol. xix, Imprimerie Impriale, Paris 1865, n. 15.894, pp. 637-638).
Napoleone adorava Cesare. Sembra che trascorresse molte notti (insonni) a leggere la sua Guerra gallica e che a Sant'Elena ne avesse composto una sintesi, peraltro noiosa, dal titolo Compendio delle guerre di Cesare, alla cui fine Napoleone si spinge ad affermare che il Giulio non mirava a instaurare un regime monarchico (quanta fantasia, ci verrebbe da dire!). Anche Napoleone iii torn sui passi del i e si lanci nell'elogio di Giulio Cesare, dedicandogli una Storia erudita e apprezzata anche dagli addetti ai lavori (di fatto arriv sino all'anno 49 a.C., lasciando l'ultima parte della biografia a Eugne Stoffel). Avvi anche dei grandi scavi archeologici ad Alise-Sainte-Reine, l'antica Alesia dove Cesare e Vercingetorige si erano affrontati nel lontano 52 a.C., scavi che l'imperatore stesso aveva sovvenzionato, prendendovi parte lui stesso, una fedele copia de La guerra gallica alla mano.
L'ultimo, autentico e grande ammiratore di Giulio Cesare fu Benito Mussolini, che disse di lui:
L'uccisione di Cesare fu una disgrazia per l'umanit [...] Io amo Cesare. Egli solo riuniva in s la volont del guerriero con l'ingegno del saggio. In fondo era un filosofo, che contemplava tutto sub specie aeternitatis. S, egli amava la gloria, ma il suo orgoglio non lo divideva dalla umanit (E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Mondadori, Milano 2000, pp. 47-48).
Ferma  la condanna di Bruto e di quanti parteciparono alla congiura delle Idi di marzo del 44 a.C. Sotto un tiranno come Napoleone l'eroe era dunque Cesare e non pi, come pochi anni prima, Bruto, paladino dei giacobini. Ogni epoca ha i suoi eroi.
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6. Un gioco di prestigio, il principato (anno 27 a.C.).
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Da allora fui superiore a tutti per auctoritas.
(Augusto, Imprese del Divino Augusto 34)
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Sono di Augusto le parole che meglio rendono l'idea della profonda rivoluzione da lui attuata e che port al nuovo assetto politico destinato a durare millecinquecento anni, il principato:
Dopo che ebbi messo un punto alle guerre fratricide grazie al pieno potere per il consenso di tutti gli uomini, durante il mio sesto e settimo consolato trasferii la repubblica dal mio potere alle mani del senato e del popolo romano. Per questo mio merito, il senato decret di chiamarmi Augusto [...] Da allora fui superiore a tutti per auctoritas, mentre non lo fui per potestas rispetto a quanti furono miei colleghi in ogni magistratura (Augusto, Imprese del Divino Augusto 34).
Ma sono parole scritte con un inchiostro ambiguo e di difficile leggibilit. Di certo, Augusto menziona una auctoritas che lo rendeva superiore a tutti, ma una potestas nella quale invece egli era pari agli altri magistrati, entrambe derivategli da un gesto all'apparenza semplice, eppure difficile da spiegare: Trasferii la repubblica dal mio potere alle mani del senato e del popolo romano. La domanda : perch dal 27 a.C., anno a cui si riferisce l'imperatore, prima con una seduta senatoria del 13 e poi con una del 16 gennaio, nella quale Augusto ricevette onori straordinari (tra cui l'attribuzione del titolo di Augustus da quello assunto come cognomen), la repubblica era nelle sue mani? Come era caduto nelle mani di un solo uomo quanto era pubblico per eccellenza e per definizione? E perch pochi anni dopo, nel 23 a.C., Augusto ricevette la tribunicia potestas in perpetuum, la potest tribunizia in perpetuo, dei cui benefici godeva gi dal 36 e dal 30 (cio di inviolabilit della sua persona e di diritto a soccorrere un cittadino accusato dai consoli*)? Un'ambiguit dunque profondissima in un testo, Le imprese del Divino Augusto (in latino Res Gestae Divi Augusti, d'ora in avanti rgda) che si proponeva di essere ufficiale, tradotto in tre lingue, manifesto della legittimazione di un potere e di un assetto che, forse, legittimi non lo erano affatto.
 questa l'idea geniale che Augusto, quando era ancora un ambizioso ragazzotto, nipotino del grande dittatore Giulio Cesare, aveva avuto: rivoluzionare Roma di modo da tenerla in pugno. La genialit non sta tanto, forse, nel progetto autocratico dal sapore monarchico, quanto nel gioco di prestigio con cui far passare un gesto esecrabile per i Romani, nemici dei re dal tempo della cacciata di Tarquinio il Superbo, per un atto meritorio (Per questo mio merito il Senato decret di chiamarmi Augusto...). Un gioco di prestigio che non avrebbe avuto senso se la manovra non fosse stata intrisa dell'ambiguit emersa nel brano riportato. La sua fu, per dirla con lo storico Aldo Schiavone, una rivoluzione nella conservazione.
Nella mente di Augusto, cos come in quella del popolo e, forse, di molti senatori, il problema non sussisteva: o meglio, grazie a un'abilissima mossa quello che poteva sembrare illegittimo, e che di fatto lo era (vale a dire possedere la repubblica), era quanto di pi logico e naturale. Lo scrive Augusto stesso nel capitolo delle sue rgda: Per il consenso di tutti gli uomini.  appunto questo consenso di tutti a costituire la base del gesto meritorio con cui Augusto trasfer una cosa che non gli apparteneva nelle mani del senato e del popolo che invece gi la possedevano. Un abilissimo gioco di prestigio, come quelli con i quali si fa apparire nelle mani di un ignaro spettatore un oggetto che, per, era sempre rimasto nelle mani di quello, lasciando credere di avergli dunque consegnato qualcosa che non gli era mai stato tolto. E come a un abile illusionista, cos anche ad Augusto si credette, con buona pace di una repubblica che per un gesto di apparente generosit ricevette invece un colpo con il quale mor, l'ultimo di una serie iniziata da Lucio Cornelio Silla Felix e portata avanti da Giulio Cesare. E cos tutti pensarono che quel ragazzo cos brillante aveva restituito al senato e al popolo il bene pi prezioso di Roma, la res publica, dopo anni di sanguinose guerre civili, ma pochi si accorsero che cos facendo quello stesso ragazzo l'aveva definitivamente uccisa. Scrive lo storico Santo Mazzarino:
Augusto aveva la potestas immanente in quelle magistrature repubblicane, ma potenziata attraverso la sua auctoritas. La forma repubblicana era conservata, la attualit monarchica era assicurata (S. Mazzarino, L'impero romano, vol. 1, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 74).
Qualcuno, per, era stato pi attento degli altri, aveva seguito con lo sguardo il movimento di entrambe le mani e non soltanto di una, cogliendo l'inganno. Non mancarono infatti quanti chiamavano Augusto Romolo, chiedendo di attribuirgli il nome del primo re di Roma. Un'offerta, questa, che Augusto declin con fermezza, consapevole di ci che essa nascondeva, vale a dire l'accusa di petere regnum, ambire al regno, al potere monarchico. Qualcosa che sapeva di aver messo in atto, ma con tutta l'ipocrisia necessaria di cui era maestro.
A conti fatti, ad Augusto non servivano titoli regali per essere re. A bastargli era infatti la auctoritas, concetto chiave dalla potente valenza religiosa espresso dall'imperatore stesso nel brano che abbiamo citato poco sopra. Una parola pregna di significato, etimologicamente connessa con il verbo latino augeo, accresco, e con il titolo di Augustus, l'accresciuto, perch Augusto aveva un potere (sacrale) maggiore di quello degli altri, ai quali era pari per potestas. L'autorit che egli deteneva era la stessa dei senatori, dunque antichissima. Grazie a essa, Augusto poteva ratificare (o meno) qualunque decisione. Di fatto, era l'auctoritas a conferirgli un potere assoluto, monarchico. A cosa poteva dunque servirgli l'appellativo di Romolo, se non a danneggiarlo nel momento in cui rivelava la reale natura del potere di cui godeva? A celare abilmente questa sua indiscussa superiorit rispetto a tutti gli altri, era che la potestas, la potest che egli possedeva, fosse la stessa posseduta dagli altri magistrati di cui si trovava a essere collega. Se era console*, Augusto non aveva pi potere del collega, assolutamente no. Ma aveva pi auctoritas e di fronte a questa il collega doveva abbassare il capo. Un contentino, potremmo dire. Senz'altro la carota, dal momento che l'auctoritas era il bastone.
Se l'illusione che Augusto aveva messo in scena aveva ingannato le masse, salvo alcune eccezioni, di certo non aveva ingannato i senatori, vale a dire quegli uomini che prima di lui avevano governato Roma. Uno di loro, che scrisse nel iii secolo d.C., nel tentare di spiegare l'origine del principato aveva, diremmo noi con grande naturalezza e disinvoltura, affermato che Augusto accarezzava l'idea di un ritorno della monarchia a Roma, per quanto fosse consapevole di non poterla realizzare dall'oggi al domani, ma gradualmente e attraverso delle riforme di segno, queste s, monarchico. Con Augusto iniziava quello che lo scrittore Svetonio definiva Saeculum Augustum, proprio a sottolineare la valenza epocale attribuita al suo regno e alla sua persona:
Un altro propose che l'intero arco di tempo compreso tra la sua nascita e la sua morte prendesse il nome di Tempo Augusteo e che come tale fosse registrato nei fasti (Svetonio, Vita di Augusto 100, 3).
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Un progetto, quello della restaurazione della monarchia, che alcuni storici, evidentemente pi scaltri e attenti delle masse, riconoscevano senza dubbi ad Augusto. Cassio Dione, per esempio, mette in scena in un lungo passo della sua Storia di Roma un (immaginario) dibattito fra Agrippa e Mecenate, amici storici del principe, ambientato fra il 30 e il 29 a.C., su quale forma di governo sia pi adatta a Roma, se l'oligarchia (vale a dire il regime di pochi) o la monarchia. Ottaviano avrebbe scelto la seconda (Cassio Dione 52, 1-40). Dunque agli addetti ai lavori era chiara la natura del potere che Augusto deteneva.
La repubblica era morta. Le sopravviveva una mummia in perfetto stato di conservazione con un custode d'eccellenza, pronto a spolverarla, sistemarla, renderla presentabile come se fosse ancora in vita: Augusto. Il suo rispetto assolutamente formale delle istituzioni repubblicane pu far sorridere i lettori pi smaliziati, ma dovette ingannare ad arte quanti allora non seguivano entrambe le mani del prestigiatore, per tornare alla similitudine iniziale. In questo, il principe era bravissimo a sottolineare, anche enfaticamente, la sua devozione per la res publica e il suo intento di riformarla nel pieno rispetto del mos, la tradizione.
Una questione per noi storici di oggi : quando smise di battere il cuore della disgraziata? Alcuni sono propensi a collocare la morte della repubblica, e dunque la nascita del principato, nel 31 a.C., all'indomani della battaglia di Azio nella quale Antonio e Cleopatra furono sconfitti; altri, invece, nel 29 a.C., anno del rientro di Ottaviano a Roma e del suo trionfo agostano. Non pochi pensano che il principato sia nato nel 27 a.C., in seguito a diverse (e significative) riforme, altrettanti nel 23 a.C., quando Augusto ridefin i fondamenti istituzionali alla base del suo potere di capo della repubblica. Non manca chi fa scendere la nascita del nuovo assetto politico sino al 17 a.C., in occasione dei giochi secolari celebrati a Roma, nel 12 a.C., quando Augusto divenne pontefice massimo* o addirittura nel 14 d.C., data della sua morte. Il problema di fondo risiede negli occhi con cui noi moderni guardiamo al passato: un cambiamento cos radicale della societ non pu essere connesso solamente con uno degli eventi suddetti. Scrive lo storico Franois Hinard: L'opera costituzionale di Augusto ha trovato solo molto tardi una coerenza che la storiografia ha significativamente amplificato e in modo retrospettivo (F. Hinard, Entre Rpublique et Principat. Pouvoir et urbanit, in Th. Hantos, Laurea internationalis. Festschrift fr Jochen Bleicken zum 75. Geburstag, F. Steiner, Stuttgart 2003, p. 331). Dovendo scegliere una data, noi adotteremo il 27 a.C., vedendo in questo anno il punto di arrivo di una serie di riforme significative per il passaggio dalla vecchia repubblica al nuovo principato.  forse il caso di ripercorrere le fasi che portarono Ottaviano a diventare prima Cesare figlio, quindi Augusto, perch proprio l'evoluzione della sua figura ci permetter di cogliere meglio quella della sua creatura: il principato.
La battaglia di Azio.
LEGENDA: (2) campi di Antonio; (3) squadre di Antonio; (4) squadre di Cleopatra; (5) campo di Ottaviano; (6) flotta di Ottaviano (ricostruzione tratta da I. Fellowes-Gordon, 100 Great Events That Changed The World).
Tutto inizi quando Cesare figlio, questo il nome di Augusto tra il 44 e il 27 a.C., torn a Roma dall'Egitto dove aveva sconfitto Antonio e Cleopatra. Il suo rientro venne abilmente presentato come la fine delle guerre civili che avvelenavano la res publica da oltre un ventennio. Per sottolineare proprio la rilevanza della vittoria aziatica del 31, quando appunto l'esercito romano aveva battuto Marco Antonio, e la sua portata, il futuro principe fece chiudere le porte del tempio di Giano. Un gesto pregno di significato, come tutti i suoi gesti.  un autore imperiale di et tiberiana a spiegarci il valore di quell'atto: Le guerre civili ebbero fine dopo vent'anni, le guerre esterne si spensero, la pace venne ristabilita, dappertutto il furore delle armi si acquiet (Velleio Patercolo 2, 89, 3).
Un atto, tuttavia, che aveva il sapore della promessa impossibile da mantenere. Infatti Augusto ripet la stessa operazione ben altre due volte, nel 25 e nel 13 a.C. Ma questo, nel 29 a.C., nessuno poteva immaginarlo e l'allora (ancora) Cesare figlio pot celebrare grandemente la vittoria con un trionfo a Roma della durata di tre giorni (13-15 agosto), un evento nel quale venivano riuniti tre successi, uno sull'Illirico e due su Cleopatra. E Antonio? Cesare figlio pens bene di passarne sotto silenzio la morte, spostando l'attenzione sull'infida regina orientale (sempre meglio tacere del sangue versato dei concittadini...). E lui, l'uomo delle stelle, aveva salvato la res publica, che grazie al suo operato risultava servata, vale a dire conservata, mantenuta, secondo quanto attestato in una iscrizione che forse era apposta sull'arco che commemorava la vittoria romana di Actium, Azio (edr 103046). Dunque la repubblica era salva, ma ormai c'era un solo uomo a governarla; il che, se vogliamo,  un controsenso, perch non era certo pi publica. Per il futuro imperatore, che ne era ben consapevole, non si trattava certo di un dettaglio, ma di un aspetto che andava inquadrato accuratamente, per non dare l'idea che nella realt dei fatti la res publica fosse conservata nel senso di mummificata (e, dunque, tutt'altro che viva).
Come spiega lo storico Frdric Hurlet, il passo successivo di Cesare figlio fu allora rompere con le innovazioni di et triumvirale e puntare a una effettiva restaurazione della res publica: restaur, cos, tra le tante cose, l'autorit consolare, passata in secondo piano di fronte ai poteri speciali dei triumviri, e fece dell'imperium* consulare la base dei suoi poteri civili in patria (imperium* domi) e militari all'estero (imperium* militiae). Questa (strategicissima) restaurazione dur poco: dal 28 al 27 a.C., data con la quale, convenzionalmente, si pone la nascita del principato. I due consoli* in carica, appunto Cesare figlio e l'amico Agrippa, marcarono questo ritorno al passato con l'alternanza dei fasci consolari, che accompagnavano a mesi alterni ora l'uno, ora l'altro. L'equilibrio, la vecchia diarchia, il comando dei due, erano ristabiliti. Lo spettro della monarchia tornava a confondersi nei giochi d'ombra abilmente messi in scena da Cesare figlio.
Fu dunque in questo clima di res publica restaurata e pax riportata, che in una seduta senatoria del 16 gennaio 27 a.C. Cesare figlio rinunci ufficialmente all'imperium* militiae, a quei poteri assoluti che lo rendevano il capo militare dell'impero. D'altra parte, se aveva chiuso le porte del tempio di Giano e messo fine alle guerre civili, cosa se ne faceva di quel potere? Il senato (forse pilotato da senatori augustei?) gli confer comunque il controllo di alcune province, tra le quali l'Egitto, e molti altri onori, per esempio il titolo di Augustus. Cos nacque il principato.
Un altro passaggio cruciale per comprendere la struttura politica creata dal principe avvenne nel 23 a.C. Dopo una lunga malattia, che lo fece pensare a cosa ne sarebbe stato di Roma e della sua creatura una volta che fosse morto, Augusto prese una decisione che rappresent un punto di svolta del suo progetto monarchico di lunga data: abbandon il consolato (che ricopriva ininterrottamente dal 31 e che lasci a tale Lucio Sestio, un cesaricida, in segno di aver perdonato il senato) e ricevette, quasi a compensazione da parte di un ordo commosso dalla sua generosit (manifestata anche attraverso la nomina di Sestio...), la potest tribunizia (in latino, tribunicia potestas), che gli dava l'autorit di opporre il suo veto alle decisioni dei consoli*, riunire popolo e senato, soccorrere un cittadino persino dinnanzi ai sommi magistrati, essere considerato inviolabile ( questa la sacrosanctitas, una specie di nostra immunit diplomatica). Verrebbe da pensare che Augusto ci guadagn. Tra le varie altre cosine che egli riusc a ottenere dal senato, ci fu anche quella di attraversare il pomerium, il limite sacro della citt che risaliva a Romolo, senza dovere ogni volta abbandonare l'imperium* che deteneva e farselo riapprovare. Questo perch egli, in qualit di detentore del comando di alcune province cos come del potere supremo dentro Roma, era costretto a partire spesso e, altrettanto spesso, a fare ritorno. Un imperium* che, grazie a una seduta senatoria, egli pot esercitare anche sulle province gestite sino a quel momento dai senatori. Non si prendeva niente, ma ancora una volta riceveva. Ad Augusto bastava tendere le mani, ormai, per avere ci che desiderava.
Un ulteriore passo verso la restaurazione monarchica risale al 19 a.C.  questo l'anno in cui Augusto complet il potere consolare che deteneva fuori da Roma con quello all'interno di Roma:
Assunse a vita il potere dei consoli*, di modo che avesse sempre e ovunque i dodici fasci e che potesse sedere sul seggio curule tra i due uomini che erano consoli* in quel momento (Cassio Dione 54, 10, 5).
Al solito, egli non era console* ma ne possedeva i poteri e quella magistratura sarebbe stata ricoperta da altri, per a questo punto risultando svuotata del suo senso.
I Ludi saeculares*, giochi secolari, che vennero celebrati a Roma dal 31 maggio al 2 giugno del 17 a.C. rappresentarono un'altra abilissima mossa del principe, che legava il suo nome al proprio operato, dunque la pace che aveva ristabilito al ritorno dell'et dell'oro portata dagli di e ricordata nella festa. Di qualche anno dopo (6 marzo del 12 a.C.), a seguito della morte dell'allora pontefice, Lepido, fu invece la sua elezione a pontifex maximus*. Egli dunque complet il suo potere (ormai) assoluto, aggiungendo all'auctoritas con cui primeggiava sul piano magistratuale anche il sacerdozio che gli permetteva di primeggiare sul piano religioso. In quel piovoso giorno di marzo, furono in pochi a rendersi conto che la storia era cambiata: per la prima volta dal tempo dei re i due poteri, quello civile e quello religioso, tornavano nelle mani di una sola persona. Dunque Augusto, che tanto aveva brigato per nascondere le sue reali intenzioni di riportare la monarchia a Roma, aveva gettato la maschera. Ma sempre in un modo cos misurato e discreto, al termine di una ventina d'anni di riforme, che in pochi se ne accorsero. Per tutti, infatti, il pontificato massimo era il naturale punto di arrivo di un percorso che di naturale non aveva proprio niente, tanto era stato artificiosamente calcolato. A chi gli chiese come mai volesse proprio il pontificato massimo, Augusto si dimostr al solito attento e abilissimo. Non rispose certo che lo voleva perch anche suo padre adottivo, Gaio Giulio Cesare, lo aveva avuto (il tempo di rifarsi al dittatore era passato; Cesare non serviva pi alla scalata del principe), ma perch la sua famiglia discendeva da Enea, il quale aveva portato in salvo a Roma dalla citt di Troia la dea Vesta, in greco Hestia, dea del focolare dei Romani, insieme ai Penati*, di protettori di Ilio prima, di Roma poi. Era dunque logico per lui candidarsi al posto di pontefice massimo* e doveroso per tutti eleggerlo. Chi pi del discendente della dea Vesta aveva diritto a rivestire la carica religiosa suprema? Canta il poeta augusteo Ovidio: Un sacerdote che discende da Enea tocca numi suoi parenti: / tu, o Vesta, proteggi la vita di chi  tuo congiunto! (Fasti 3, 425-426).
Augusto, in un'incisione tratta da una medaglia dell'epoca.
Non possiamo certo dire se Augusto credesse davvero a quello che raccontava, ma molto probabilmente sapeva una cosa: di essere bravissimo a trovare sempre la formula giusta per il suo pubblico. In questo fu senz'altro uno dei pi geniali comunicatori del mondo antico.
Ora che il principe era anche pontefice massimo* non poteva continuare ad abitare nella sua sfarzosa dimora sul Palatino, perch per lui esisteva una casa nel Foro, una casa edificata su suolo pubblico e consacrata. Ma Augusto aggir il problema: rese pubblica una parte della propria abitazione palatina, aprendola al culto di Vesta e dei Penati*. Una mossa che evidentemente non trova la sua ragione nella pigrizia di Augusto di fronte a un trasloco (senz'altro impegnativo), ma in quella politica familistica che egli portava avanti indefessamente. Aprendo parte della sua casa a delle divinit pubbliche, egli elevava s stesso e la propria famiglia a figure eminentemente pubbliche, fondendo due sfere e rafforzando ancora di pi il legame tra la sua gens e la citt. Augusto e la propria casa si sovrapponevano a Roma e ai suoi culti in un processo di identificazione potentissimo e senza precedenti.
Dunque Augusto (e chi lo conosceva davvero) non dovette meravigliarsi quando qualche anno dopo il popolo gli confer l'ultimo titolo di prestigio che mancava alla sua collezione, quello di pater patriae, padre della patria. Correva l'anno 2 a.C.:
Che ci sia benaugurale a te e alla tua casa, Cesare Augusto! In questo modo noi tutti vogliamo invocare una eterna felicit alla repubblica e a Roma: il senato, in pieno accordo con il popolo romano, ti saluta padre della patria! (Svetonio, Vita di Augusto 58).
Come osserva giustamente Augusto Fraschetti, si trattava di un titolo che faceva leva sul timore per i padri, timore tradizionale nella cultura romana:
Augusto nell'accoglierlo aveva dichiarato che sua aspirazione suprema era conservare fino alla fine della vita un consenso che allora, nel 2 a.C., sentiva unanime e profondo: obiettivo, in una citt come Roma, n facile n scontato (A. Fraschetti, Augusto, Laterza, Bari-Roma 2002).
Quell'ultimo titolo, in passato gi di Romolo, rivelava, possiamo dire, l'illusione che tanto abilmente Augusto aveva creato, smascherava il mago e il suo gioco di prestigio di far passare il proprio governo per un governo della repubblica, anzich per una monarchia, quello che di fatto era. Il principato, il nuovo assetto politico e istituzionale che ruotava attorno alla figura del principe, un autocrate mascherato da padre amorevole e amico della repubblica, rappresentava forse il pi grande progetto a lungo termine di sempre. E questo perch Augusto non aveva certo fatto tanto per lasciare che tutto finisse alla sua morte. Quello che aveva costruito, lo aveva costruito anche per la famiglia, secondo un vero e proprio familismo, vale a dire un'ottica dinastica incentrata sulla propria gens e che aveva per oggetto un suo vero e proprio culto. Ma come avviare una dinastia se non si dispone di figli maschi? Accontentandosi dell'unica figlia femmina, peraltro nata da Scribonia, la donna che aveva ripudiato per unirsi a Livia, l'Augusta che gli sopravvivr.
Augusto fece dunque della figlia Giulia una pedina dall'alto valore strategico. La spost, letteralmente, da un letto a un altro, nel disperato tentativo di compensare l'assenza di figli maschi con nipoti che la ragazza gli avrebbe dovuto dare, secondo quello che non fu solo familismo, ma familismo amorale, l'uso cio di membri della propria casa senza riguardo alcuno per l'ethos pubblico. Giulia and dunque in sposa a diversi uomini perch il padre potesse garantire un futuro a quel figlio che amava pi di lei, al principato. Il primo matrimonio di Giulia fu con un nipote di Augusto, il figlio di sua sorella Ottavia. Si chiamava Marcello e a lui Augusto dedic il teatro che ne porta il nome e che ancora oggi si pu vedere alle pendici del Campidoglio. Per quanto il giovane fosse bello e aitante, l'unione si rivel infelice. Una rapida malattia stronc il ragazzo nel 23 a.C. (non aveva neppure vent'anni), e Giulia, appena vedova, fu passata in sposa ad Agrippa, lo storico amico dell'imperatore. Nonostante la significativa differenza d'et, il loro sembr essere un matrimonio felice da cui nacquero due fanciulli, Gaio e Lucio. Felice per poco, tuttavia, perch quei nipoti maschi che Augusto tanto desiderava per la successione morirono rispettivamente nel 2 (Lucio di malattia a Massilia, oggi Marsiglia) e nel 4 d.C. (Gaio per una ferita riportata in Oriente). Giulia rimase vedova di Agrippa nell'11 a.C. e fu data in sposa a Tiberio, il figlio di primo letto della moglie di Augusto, Livia, e figlio di sangue di Tiberio Claudio Nerone, un repubblicano che aveva attraversato mezzo Mediterraneo insieme alla famiglia per sfuggire a Cesare. Ma dato che Giulia - peraltro mandata in esilio nel 6 a.C. perch sospettata di congiurare contro il padre (per quanto si tenda ad assolverla, a noi pare che avesse le sue buone ragioni) - non aveva dato ad Augusto un discendente, fu a tutti chiaro chi sarebbe salito sul trono di Roma dopo Augusto: Tiberio, un giovane introverso, dal carattere criptico e lo sguardo sfuggente, oppresso da una madre ambiziosa e invadente e per nulla interessato alla politica, che forse sognava di vivere una vita felice con la sua amata Vipsania, una figlia di Agrippa, di viaggiare e godere le gioie di una esistenza appartata. Tiberio venne fatto divorziare e dato in sposo a Giulia, che disprezzava e mal tollerava, fatto sedere su un trono bollente che non gli si addiceva e costretto a governare secondo un regime che andava contro gli ideali repubblicani del padre e molto probabilmente anche suoi. Una vita distrutta in nome del sogno di Augusto di garantire un futuro sempre a quel figlio prediletto per il quale aveva calpestato le esistenze dei suoi cari: il principato. Un'applicazione di familismo amorale in piena regola. A dirigere le danze di nuove adozioni e nuovi matrimoni fu Livia, la moglie di Augusto, la donna che, si dice, avesse trafficato per far salire al trono il figlio Tiberio. Tiberio allora, che pure aveva gi un proprio figlio di primo letto, Druso minore, dovette adottare il nipote Germanico, figlio del fratello Druso maggiore, e Germanico e Druso minore furono fatti sposare con Giulia Livilla e Vipsania Agrippina, due figlie di Giulia e di Agrippa. In questo modo la dinastia era stata finalmente avviata e il principato aveva un futuro garantito. Ma quanta infelicit era costata?
La nascita del principato comport profondi cambiamenti anche nella vita della citt di Roma. L'urbe, una delle pi grandi del mondo antico, necessitava di uno svecchiamento generale, di un rinnovamento delle sue infrastrutture e, soprattutto, della sua classe amministrativa. Il principe deteneva l'imperium* , il potere, per eccellenza, si  visto; doveva allora essere in grado anche di controllare la capitale del suo impero. Il che, sia detto, era tutt'altro che semplice. Fu cos che egli cre, poco per volta, dei dicasteri, propriamente delle curatele, vale a dire uffici affidati a impiegati addetti a diversi aspetti della vita urbana. La particolarit stava nel fatto che a soprintendere a questi nuovi uffici non fossero i magistrati, ma uomini scelti personalmente dal principe o persino lui stesso.
Se da un lato, dunque, Augusto aveva riorganizzato la citt, dall'altra ne aveva ridefinito il tessuto urbano, la civitas. Una delle sue pi astute trovate fu l'istituzione dei magistri vicorum, dei caporioni preposti al controllo di quanto accadeva nei vici, nei rioni di Roma che formavano le regiones, ovvero i quartieri: una riforma rivoluzionaria, perch era dai tempi del re Servio Tullio che non veniva messa mano all'ordinamento dello spazio urbano. Plinio il Vecchio chiama i vici compita Larum, dal nome dei Lari che vi erano adorati (divinit protettrici dei luoghi, pubblici o privati che fossero), e dice che erano moltissimi, ben duecentosessantacinque (Plinio il Vecchio, Storia naturale 3, 66). Augusto Fraschetti ha giustamente paragonato questi magistri ai portieri di et fascista, perch si trattava di uomini scelti dall'imperatore tra gli ex schiavi, i liberti*, e legati al principe da una profonda gratitudine per tanta considerazione. Tra i loro compiti, oltre a quello di tenere d'occhio quanto accadeva per le strade, figurava anche quello di amministrare il culto dei Lari di Augusto e del suo Genius, almeno dal 12 a.C., quando appunto i Lari di Augusto divennero quelli di tutta Roma e protessero la citt con nume quieto e pacato, per citare Apuleio (Sul genio di Socrate 15). In alcuni giorni, quando cio nei vici si tenevano degli spettacoli, veniva concesso ai magistri vicorum nientemeno che il privilegio di usare, nei luoghi cui erano preposti, l'abito dei magistrati e due littori, e di avvalersi anche di schiavi, ministri, per le operazioni necessarie. Di fronte ai Lari di Augusto, gli antichi Lari che vegliavano su Roma da tempo immemore sono costretti a fare un passo indietro. Scrive il poeta Ovidio:
Io cercavo le due statue degli di gemelli,
divenute fragili per via della forza della vetust:
oggigiorno la Citt ha mille Lari e il Genio del Principe,
che ce li ha dati, e i quartieri pregano tre divinit (Ovidio, Fasti 5, 143-146).
Ricordiamo che a Roma non si poteva venerare una persona viva e vegeta come se fosse una divinit; Augusto, pertanto, lasci che adorassero i suoi Lari, vale a dire gli di della sua famiglia, e il suo genio, una specie di angelo custode, aggirando cos l'inveterato divieto. Ecco che questi magistri vicorum venivano a essere i suoi sacerdoti di strada, diremmo. Nel momento in cui lungo le vie era autorizzato il culto, seppure indiretto, di Augusto, ne conseguiva che il culto dei Lari della famiglia del principe non veniva praticato nella sua dimora sul Palatino, come sarebbe stato logico (ciascuno adorava i Lari di casa propria, a casa propria!), ma ovunque. La casa del principe era la citt, i suoi Lari erano i Lari di tutti. Ci che era privato diveniva pubblico.
La ragione della scelta di creare dei vicomagistri non nasceva solamente dalla necessit di riunire attorno alla propria persona e famiglia il consenso dei cittadini o di entrare, diremmo oggi, nelle case degli italiani (progetto familistico, per tornare su un concetto gi espresso e strettamente connesso con il principato), quanto anche da una realt precisa: i vici rappresentavano da sempre i luoghi per eccellenza di aggregazioni pericolose, come era stato con Clodio, l'agitato tribuno della plebe che aveva dichiarato guerra agli ottimati per cadere vittima lungo la via Appia durante uno scontro armato con Milone nel 52 a.C. Era nei vici che aveva raccolto la sua banda. La memoria di quell'evento, memoria a Roma pi che altrove vividissima, aveva spinto Augusto a ridurre al massimo le occasioni di aggregazione cos tipiche delle strade di Roma. Una citt, dunque, pi sicura e pi leale al sovrano. Uno sponsor continuo, aggiungeremmo, della domus regnante, accresciuto da mirati interventi di edilizia, opera altamente propagandistica, per usare un termine moderno sulle cui applicazioni in antico non pochi storici storcono il naso.
In una citt antica, ricordiamo, non era possibile avvalersi dei mezzi di comunicazione di oggi. Ci non significa, tuttavia, che concetti come comunicazione, sponsor e marketing non esistessero, seppure con evidenti limiti rispetto a una societ globalizzata come quella di oggi (e ancora di globalizzazione si pu parlare anche per il mondo antico, pensiamo ai rapporti tra Fenici, Greci e Romani, ma quel che anche in questo caso cambia  la dimensione dei soggetti coinvolti). Augusto fu un maestro in questo. Non deve sorprendere allora l'attenzione che egli rivolse all'edilizia, oggetto di un costante e incredibile piano che egli seppe realizzare in modo mirabile. Un testimone, seppure indiretto,  Svetonio:
Abbell la Citt, non adorna come avrebbe richiesto la grandezza dell'Impero ed esposta a incendi e inondazioni, al punto che a buon diritto pot gloriarsi di averla ricevuta in mattoni ma lasciata di marmo (Svetonio, Vita di Augusto 28, 3).
Dunque Augusto fece di Roma, gi bella, una citt degna della maest dell'impero. E mise un po' ovunque la sua firma. Infatti provvide a una serie di costruzioni e restauri dall'alta valenza simbolica, specialmente per la sua famiglia. Il progetto dinastico cui si  accennato, connesso con la stessa idea del principato, trovava allora un'ulteriore espressione nella pietra, oltre che nei matrimoni strategici. Sempre di strategie si trattava.
Ara Pacis, fregio del lato sud con processione (particolare).
L'opera pi grandiosa fu, non a caso, il Foro di Augusto. Addossato a quello di Giulio Cesare, misurava 15.000 mq, era chiuso da un portico su due livelli e alle spalle presentava il tempio di Marte Ultore (dal termine latino ultor, vendicatore), votato prima della battaglia di Filippi (42 a.C.), nella quale i cesaricidi furono spediti ai Mani della terra. Ad abbellire il foro, le statue dei grandi Romani, sia trionfatori (viri triumphales) che membri della casa del principe. Passeggiarvi equivaleva a passeggiare nella storia della famiglia di Augusto, ammirarne la grandezza, la gloria, ricordare il legame profondissimo che teneva insieme Augusto, Cesare e la gens Iulia.
A celebrare, invece, la pace che Augusto aveva finalmente riportato a Roma e nell'impero era un altro monumento che il principe fece innalzare, l'altare della pace augusta. L'Ara Pacis Augustae, questo il nome latino, consacrata nel 13 a.C. e ancora oggi visibile, costituiva un'ennesima occasione per esaltare la famiglia di Augusto e la pace che quello aveva donato all'impero dal 29 a.C., al termine delle lunghe guerre civili, sancita con la chiusura del tempio di Giano. L'Ara Pacis  forse il monumento pi significativo del tempo, il manifesto programmatico dell'et dell'oro che Augusto pretendeva di riportare con s attraverso i concetti di rinascita e riconciliazione, concetti chiave del principato stesso. Decretata al rientro di Augusto dalla Spagna il 4 luglio 13 a.C.,  costituita da un recinto di forma quadrata contenente un altare per sacrifici. Il recinto  decorato da ghirlande e da vasi votivi ma, soprattutto, da quattro rilievi ai lati delle porte, dei quali due a tema mitologico e due con la rappresentazione di Roma in armi e di una dea, Tellus (la Dea Terra). Sui lati lunghi, invece, si possono ammirare due fregi dall'altissimo valore politico: su di essi  infatti rappresentata una processione dei membri della Domus Augusta, la casa di Augusto, nel cui centro si distingue lo stesso imperatore nelle vesti di pontefice massimo* nell'atto di sacrificare.  la stessa aura di sacralit che avvolge la famiglia di Augusto e Augusto stesso a darci l'idea del profondo mutamento dei tempi caratterizzato dal nuovo assetto politico, il principato: imperatore e congiunti sono il centro del mondo, un nuovo mondo, in un ordine che lascia presagire l'intenzione di assicurare continuit, successione, in una parola dinastia, l'unica soluzione possibile di fronte alla mortalit e alla naturale fine di ogni cosa. Siamo dunque ben lontani dalla raffigurazione storica, per esempio, della colonna Traiana: l'Ara Pacis offre, piuttosto, una raffigurazione allegorica della famiglia imperiale, ma una raffigurazione proprio per questo assai pi preziosa per noi che tentiamo di cogliere il senso profondo della rivoluzione augustea, per dirla con Sir Ronald Syme. Questo monumento esprimeva l'idea del ritorno dell'Et dell'Oro, del tempo della felicit che riprendeva a scorrere con i Ludi saeculares* del 17 a.C., ottimismo assoluto, promessa di quella pax che Augusto aveva annunciato ponendo fine alle guerre civili e chiudendo il tempio di Giano.
 Augusto stesso a parlarci delle opere di edilizia avviate sotto di lui, nel capitoli 19 e 20 delle sue rgda. Dopo la Curia e il Calcidico, menzionava la costruzione di ben tredici templi (anche del Lupercale, per il quale rinviamo al Capitolo i del presente volume) e la restaurazione di altri ottantadue. Alcune sue opere furono strettamente connesse con la propaganda del principe e della sua famiglia, come il tempio di Apollo sul Palatino, dedicato nel 28 a.C., e il tempio per il patrigno Cesare, Divo dal 42 a.C., ma anche il Foro di Augusto (12-11 a.C.) o il tempio della Concordia Augusta (10 a.C.).
Gli interventi non si fermano certo ai monumenti maggiori. Fu lui a volere un tempio di Giove Tonante sul Campidoglio o a restaurare quello di Giove Feretrio, uno dei pi antichi, dove secondo la tradizione Romolo aveva deposto le spoglie opime di Acron, re di Caenina. Nel Campo Marzio settentrionale, ancora deserto, Augusto pose invece il Mausoleo della sua gens, racchiudendolo con boschetti. Nel Campo Marzio centrale complet i saepta avviati da Cesare (vale a dire i recinti per le votazioni dei cittadini in armi durante i comizi centuriati), il diribitorium (dove cio si raccoglievano i voti destinati allo scrutinio), ed edific il Pantheon (l'edificio a pianta circolare ancora oggi visibile, sorto nel luogo dove, si pensava, Romolo era asceso al cielo divenendo il dio Quirino), il cui ingresso era in asse con quello del Mausoleo, stabilendo una connessione altamente simbolica tra la casa del principe e gli di. Il settore occidentale del Campo Marzio fu invece oggetto di una vera e propria bonifica. Vi fu realizzato un canale che univa il laghetto artificiale di Agrippa, lo stagnum Agrippae, al Tevere, nella cornice edificante delle tombe dei grandi Romani, come quelle dei buoni consoli* Irzio e Pansa - deceduti nel 43 a.C. nella battaglia di Mutina, oggi Modena, in difesa della libera res publica -; quelle del padre e dello zio dell'Africano, anch'essi eroi di guerra; e dei sepolcri dei dittatori Silla e Cesare. Tra il Pantheon e il Mausoleo nel 10-9 a.C. Augusto fece innalzare un obelisco di Heliopolis in Egitto, che funse da gnomone di una meridiana. Ma Augusto don a Roma anche altri importanti monumenti, sempre mettendoli abilmente in connessione con il nome della sua gens o con i membri della propria famiglia, nel quadro dell'esaltazione della grandezza della propria dinastia.  questo il caso della Porticus Liviae, il portico chiamato come la moglie del principe, sull'Esquilino, o del Macellum Liviae.
Ma il monumento che pi di ogni altro esprimeva l'ideologia augustea alla base del principato era il Mausoleo di Augusto, la tomba di famiglia di Augusto e dei suoi (degni) congiunti. Laddove la vita terrena sembrava finire iniziava invece la gloria eterna dell'impero. Proprio il culto delle ceneri del principe e dei suoi congiunti segnava la svolta storica che Augusto era stato capace di attuare. Il suo Mausoleo, ancora oggi visibile, rappresentava l'apice architettonico dell'ideologia augustea: era la tomba dell'uomo che aveva salvato e reso libera la repubblica, almeno a parole, e il segno distintivo dell'esclusivit della sua persona e della sua famiglia. Solo il principe e alcuni suoi congiunti potevano trovarvi posto dopo la morte e, aggiungeremmo, dopo un rituale funebre del tutto nuovo per l'epoca, il funus publicum (o funerale pubblico). Per citare uno specialista di Augusto e della sua famiglia: In effetti Augusto innov donando alla parentela con la sua persona una consistenza e una visibilit assolutamente eccezionali e sforzandosi di fare, possiamo dire, di una categoria (appunto la parentela) un gruppo di cui egli era come il pater per la famiglia (Ph. Moreau, La Domus Augusta et les formations des parents  Rome, in Cahiers du Centre Gustave Glotz, 16, 2005, p. 21).
In quest'ottica non deve per nulla sorprendere se ogni intervento edilizio portava il nome del principe o di un suo congiunto. Ancora una volta, nel costruire il principato e la sua continuazione, Augusto metteva in relazione lo spazio e il tempo pubblici con la propria famiglia. La sua persona e la sua stessa gens erano Roma.
L'Italia aveva giurato fedelt ad Augusto quando era ancora Cesare figlio, vale a dire quando non aveva ancora assunto il titolo onorifico di Augusto e avviato il principato. Accadeva nel 32 a.C. La guerra contro Antonio e Cleopatra non poteva pi essere evitata e l'Italia incaric il figlio di Cesare di vincerla. Fu in quell'occasione, quando Cesare figlio si accingeva a partire alla volta dell'Egitto, che venne pronunciato questo giuramento, la coniuratio Italiae, spia del cambiamento dei tempi e della prossima fine della repubblica. In segno di gratitudine, il futuro Augusto avrebbe donato la corona d'oro del peso di 35.000 libbre che gli era stata offerta dalle citt d'Italia in occasione del triplice trionfo del 29 a.C. Non si tratt solamente di un giuramento (ammesso e non concesso che un giuramento sia poca cosa), ma di un atto sentito, un'espressione autentica di fiducia. A provarlo sarebbe stato quanto avvenuto qualche anno dopo, nel 12 a.C., quando a Roma furono tenuti i comizi per l'elezione di Augusto al pontificato massimo: [a Roma giunse da tutta l'Italia] una massa di gente cos grande, quanta mai si racconta che ce ne fosse stata in passato (Augusto, rgda 10, 2). Tenuto conto che a quel tempo era complicato spostarsi da una citt all'altra, tale affluenza prova l'attaccamento degli italiani ad Augusto. Un sentimento sicuramente ricambiato, appena si considerino gli interventi di Augusto a favore della penisola. Augusto suddivise l'Italia in undici distretti (tanto per darne un'idea, il primo comprendeva Lazio, Campania e agro picentino, dunque ben di pi di una attuale regione) e li mostr su una Carta del Mondo, comprensiva anche del resto dell'impero, che fu esposta pubblicamente nel Portico di Agrippa. Era infatti importante per Augusto che la gente fosse consapevole del potere di Roma, un potere che egli e il suo amico Agrippa avevano contribuito ad accrescere e che poteva essere toccato con mano grazie proprio a quella Carta. A titolo di completezza, vi erano indicati anche i nomi delle singole citt, per avere un controllo sul territorio, controllo prezioso anche ai fini delle imposte e dei censimenti.
Inoltre, sempre a riprova del rispetto che aveva per la penisola, Augusto provvide a rifare le grandi arterie, le vie consolari, qualcosa di paragonabile alle moderne autostrade. Egli fece dunque rimettere in sesto la via Appia e la via Flaminia, per esempio, affidandone i lavori ai generali che avevano riportato una vittoria significativa e disponevano del bottino sottratto ai nemici.  con esso che potevano essere finanziate opere di queste proporzioni. Non che gli italiani non avessero nulla da pagare. Per quanti utilizzavano le autostrade c'era una tassa sui trasporti: chi utilizzava le vie consolari per lavoro doveva pagarla (qualcosa di simile al nostro pedaggio, ma senza il Telepass!).
Un'ultima, indicativa prova del legame dell'imperatore con l'Italia sta nelle colonie che egli dedusse. Si trattava di citt destinate, inizialmente, ai veterani, cio ai soldati che avevano combattuto in nome di Roma e che avevano terminato il lungo servizio militare. Secondo la stessa logica seguita a Roma per i monumenti, anche in questo caso le colonie portavano il nome di Augusto, un modo con cui il principe faceva propaganda di s e della propria famiglia. Le colonie erano ventotto e alcune di loro divennero citt che esistono ancora oggi: Augusta Taurinorum (Torino), Iulia Felix (Luceria in Puglia) o Colonia Opsequens Iulia Pisana (Pisa), quest'ultima la pi leale, tanto che alla morte dei nipoti di Augusto, Lucio e Gaio, la colonia assunse il lutto pubblico e sospese qualsiasi attivit, come testimonia uno dei documenti antichi pi significativi di sempre, i Decreta Pisana. Un altro esempio di lealismo nei confronti della Domus regnante ci viene da Cuma in Campania, il cui calendario riporta riti e cerimonie connesse con il principe e i suoi congiunti. Al 23 settembre, data di nascita di Augusto, si legge che veniva immolata una vittima alla sua persona (come se fosse stato un dio). La creazione di dieci centurie dedicate ai due fanciulli, i principes iuventutis (principi della giovent), nelle quali per sorteggio, dunque per volere divino, venivano estratti i nomi dei consoli* e dei pretori* (dunque, dei supremi magistrati) che potevano essere eletti, costituiva un altissimo riconoscimento alla casa di Augusto e, al contempo, un colpo durissimo alla procedura tradizionale, secondo la quale i nomi dei candidati venivano scelti dalla gente.
Le Province alla morte di Augusto.
Furono istituiti allora dei sacerdoti addetti al culto dell'imperatore, o meglio dei suoi Lari e del suo Genio (come si  detto), i seviri Augustales, sei uomini (in latino sex viri) di condizione libertina (ex schiavi), uno strato sociale cui Augusto diede sempre particolare importanza (e a buon diritto: per governare senza problemi occorreva il consenso di tutti).
Come la Carta del Mondo mostrava, Augusto aveva riorganizzato non solo Roma e l'Italia, ma appunto anche il resto del mondo: le province.  un autore antico, il geografo Strabone, a spiegare in un celebre passo come il principe le aveva riorganizzate:
[Augusto] attribu a s le province dove occorrono avamposti militari - la parte selvaggia e prossima a popoli non ancora domati, oppure sterile e di difficile coltivazione [...] - al popolo invece quelle pacificate e governabili senza soldati [...]. Le prime sono chiamate di Cesare, le seconde del popolo. In quelle cesariane Augusto manda generali e amministratori [...], nelle altre pretori* e consoli* sono inviati dal popolo (Strabone, Geografia 17, 3, 25).
Gli storici preferiscono chiamare le prime imperiali, perch di pertinenza dell'imperatore, le seconde senatorie, perch  il senato a presenziarvi. Tra le prime annoveriamo la Siria, la Pannonia, l'Illirico, l'Egitto. Tutte province vicine ai barbari oppure, come nel caso di quest'ultima, di importanza vitale per la sopravvivenza di Roma. L'Egitto, infatti, produceva il grano che sfamava la citt e l'impero, tanto da essere definito dagli Antichi il granaio di Roma. Se fosse caduto nelle mani sbagliate, l'Urbe e parte del mondo di allora sarebbero stati piegati dai morsi della fame.  per questo che per il solo Egitto, Augusto, che pure sceglieva quali senatori di fiducia preporre a queste province agitate, voleva solo cavalieri, la classe, ricordiamo, a lui pi devota e della quale poteva fidarsi (molto pi dei patres*). Il primo prefetto d'Egitto, il poeta Cornelio Gallo, fu un amico intimo del principe, a riprova della delicatezza dell'incarico. Ma Gallo deluse Augusto e, anche se le cause non sono chiare, venne destituito e mandato in esilio e si suicid (26 a.C.). Tra le seconde, invece, ricordiamo l'Africa Proconsolare, la Narbonense in Gallia, la Betica in Spagna, la Sicilia.
Fu nel 23 a.C. che (anche) la politica amministrativa delle province mut: Augusto, come abbiamo ricordato, lasci il consolato che teneva, ininterrottamente, dal 31, a favore di Lucio Sestio, nientemeno che uno dei cesaricidi. Questo gesto, cos profondamente repubblicano (o, almeno, presentato come tale), affondava in verit le sue radici in una serie di tentate congiure ai danni dell'imperatore, e i senatori, in segno di gratitudine per la prova di fiducia che Augusto accordava al loro ordo, decretarono per lui la potest tribunizia (tribunicia potestas) a vita e, quanto alle province, il comando supremo su tutte, dunque anche su quelle del popolo, cio le senatorie. Come interpretare questo gesto da parte del senato, un gesto che di fatto ne ledeva gli interessi? Come un atto inevitabile, una finta concessione, perch dal 27 a.C. Augusto era superiore a tutti in auctoritas: dunque, il senato finse di concedere qualcosa che, di fatto, Augusto possedeva gi. Tuttavia, la forma  estremamente importante per Augusto. Il suo regno  come un giro di valzer: tutti ne conoscono i passi, e li prevedono anche, ma  importante non pestarsi i piedi.  lontana, oggi, l'interpretazione che Theodor Mommsen diede del governo di Augusto, una diarchia, un governo a due suo e del senato. Della diarchia non c'era nemmeno l'ombra.
Anche la morte di Augusto rappresenta un aspetto significativo per meglio comprendere il principato. Essa avvenne il 19 agosto 14 d.C., in un giorno caldissimo che venne inciso sul freddissimo marmo dei calendari del tempo con la dicitura: dies tristissimus, giorno tristissimo. Vi presero parte tutti gli ordini - civili, religiosi e militari - in segno di rispetto per l'uomo che era entrato nelle vite di tutti. Un uomo la cui grandezza veniva sottolineata ancora una volta con la sfilata delle maschere degli antenati, l'agmen imaginum, la processione funebre nel corso della quale gli amici e i congiunti del defunto indossavano le maschere di cera dei suoi parenti defunti per accompagnare l'estinto alla tomba di famiglia. Essi tornavano simbolicamente sulla terra per prendersi il nuovo morto dalla loro casa. Durante questa sfilata ci furono anche i grandi Romani del passato glorioso, mitistorico diremmo (cio tra il Mito e la Storia), di Roma; mancava solo Romolo, che asceso al cielo come dio Quirino non faceva pi parte del regno dei morti. E tutto questo per sottolineare la grandezza di Augusto, le sue radici antichissime che affondavano sino al frigio Enea, la storia che egli incarnava, la memoria culturale (per dirla con Jan Assmann) di cui si faceva portatore. Di conseguenza, la grandezza stessa della sua creatura, il principato, legittimata anche in un giorno di lutto potenzialmente pericoloso perch, venuto a mancare il suo ideatore, tutto il sistema rischiava di crollare. Ma cos non fu. Il principato tenne duro, protetto ancora dal carisma del suo creatore, un effetto destinato a esaurirsi nel tempo, ma ancora efficace.
Paura, tuttavia, la ebbe anche Augusto, ma non per questo stesso motivo. Dal suo letto di morte, circondato dall'affetto dei cari, ripensava a Cesare e a quello che era accaduto per le strade di Roma durante i suoi funerali, e chiedeva se fuori fossero gi scoppiati i disordini. Un timore condiviso anche da Tiberio, lo svogliato erede al trono, che promulg un editto con il quale veniva moderato il lutto per il compianto Augusto, contro i nimia studia (vale a dire le eccessive preoccupazioni) che avevano agitato le esequie di Cesare, nella speranza di limitare le occasioni di aggregazione (pericolose!) in cui la plebe organizzava i suoi noti tiri mancini.
Ancora una volta, come abbiamo gi visto, un evento connesso con la casa regnante coinvolse la vita dell'intera comunit, persino il suo tempo, tanto che figura sui calendari, e prova il rapporto simbiotico tra principe e Urbe, rapporto costruito a regola d'arte proprio da Augusto. Non solo, per. Esso prova l'attaccamento, l'affetto della citt per il suo imperatore e la partecipazione, anche emotiva, al lutto che aveva colpito la sua domus. Una naturale conseguenza, se pensiamo alla costruzione di quel lealismo che Augusto seppe cos bene raccogliere attorno alla propria persona.
Ricostruzione ideale del mausoleo di Augusto, di Peter Schenk.
In Augusto rivivevano, dunque, la citt di Roma e il suo antico passato. Durante il suo regno  continuamente presente la rievocazione di forme antiche, politiche, religiose, istituzionali. In una parola, la cultura. Tutta l'et augustea  rievocazione gioiosa. Quello che Santo Mazzarino ha a buon diritto definito Umanesimo augusteo, testimoniato ovunque: nei calendari, negli elogia epigrafici disseminati per l'Italia, nell'Eneide di Virgilio, l'opera forse pi rappresentativa dell'epoca insieme ai Fasti di Ovidio, nell'edificazione dell'Ara Pacis Augustae. Un Umanesimo dunque radicato nel passato che, pure, stravolgeva, rendendo l'antica repubblica un nuovo principato. In comune, il peso incredibile delle armi, perch il principato di Augusto ebbe anche il merito di tentare la realizzazione di quella che oggi potremmo chiamare Europa unita, un progetto tuttavia destinato a fallire (allora come oggi?). E questo, Augusto - che non era solo un freddo politico ma un sognatore e un uomo che pensava in grande - non poteva certo immaginarlo.
Come non poteva immaginare la fortuna che la sua figura ebbe nei secoli a venire. In Europa sino al xx secolo la figura di Augusto  infatti rimasta legata a circoli di specialisti. In Italia le cose cambiano (per Augusto, ma non solo per lui...) dal 1920, quando il principe viene liberato, diremmo, dall'ombra di Cesare. Mussolini, soggiogato dal fascino potentissimo dell'antica Roma, dedic ampio spazio ai lavori di ristrutturazione (anche selvaggia, se pensiamo alla povera meta sudans abbattuta per realizzare la via dell'Impero, oggi via dei Fori Imperiali) della citt nel segno della rivalutazione dell'antico. Fu cos la volta del Foro di Augusto, quindi dal 1934 del Mausoleo, davanti al quale, pala in mano, il Duce fu ritratto in una fotografia. Poi Mussolini fece restaurare e chiudere in una teca di vetro l'Ara Pacis, dotata di una copia delle Res Gestae Divi Augusti, le Imprese del Divino Augusto, per poi inaugurare il complesso proprio il 23 settembre (del 1938), genetliaco del principe. Fu persino edificato un quartiere all'intorno, per via della connessione ideologica tra Augusto e il fascismo. Iniziarono a essere realizzate delle copie bronzee dell'Augusto di Prima Porta: a Roma una fu esposta di fronte al Foro di Augusto e in altre citt del Nord e del Sud, da Napoli ad Aosta, Augusto torn fra la gente e questo non tanto per un effettivo sentimento di affetto per il padre dell'impero, ma per la nuova valenza fascista da quello, a sua insaputa, assunta. Naturalmente, questa risemantizzazione della figura di Augusto non fu del tutto casuale. Tra Augusto e Mussolini furono infatti rintracciate alcune, significative, analogie. Entrambi avevano marciato su Roma (l'uno nel 43 a.C., l'altro nel 1936), affrontato una crisi politica ed economica, fondato un nuovo sistema politico di stampo monarchico e rimesso al centro della legislazione corrente la famiglia e la morale. La conquista (modestissima) dell'Etiopia e la conseguente inaugurazione del (nuovo) impero romano (fascista) resero indissolubile il legame (artificiosissimo) tra i due leader. L'identificazione tra Roma augustea e Roma fascista fu dunque completa. Ad annunciarla al mondo, una mostra del 1937 nel Palazzo delle Esposizioni, dal titolo: Mostra Augustea della Romanit. Si tratt di un vero successo, suggellato anche dall'elevatissimo numero di visitatori, oltre un milione. All'ingresso un'iscrizione: Le glorie del passato siano superate dalle glorie dell'avvenire, a un anno di distanza dalla proclamazione della nascita dell'impero (fascista) il 9 maggio 1936, giorno in cui il duce era salito sul Campidoglio per deporvi l'alloro dei fasci, sulle orme di Augusto che aveva fatto la stessa cosa nel 13 a.C. presso il tempio di Giove Capitolino.  Augusto stesso a dirlo: Deposi l'alloro dei fasci, sciogliendo in questo modo i voti che avevo fatto in ciascuna (Augusto, rgda 4, 1). La magnifica serie di monete emessa il 23 settembre 1937 (genetliaco di Augusto a duemila anni dalla sua nascita) e il francobollo da 75 centesimi con la testa dell'Augusto di Meroe servivano a enfatizzare questo legame (forzato) tra il duce e il principe. Vi si leggeva, infatti, in latino: Sotto il comando mio e il mio auspicio gli eserciti vennero condotti in Etiopia, parafrasando, quasi alla lettera, un altro passo delle Imprese del Divino Augusto. Lo stesso curatore della mostra, Giulio Quirino Giglioli, nel suo discorso di apertura tornava a citare, ma non proprio (e volutamente!) alla lettera quest'opera: Tutta l'Italia giur nelle mie parole e mi supplic di essere suo duce, eliminando il seguito, che era nella guerra che vinsi ad Azio (dettaglio, questo, non da poco e che Giglioli nascondeva per creare, ad hoc, un'altra somiglianza). Lo stesso concetto si ritrova sul francobollo fascista da 50 centesimi, dove davanti all'Augusto di Prima Porta si vedono levate diverse mani in segno di acclamazione. Il padiglione dell'architetto Vittorio Morpurgo, inaugurato il 23 settembre 1938 e destinato a contenere l'Ara Pacis Augustae in piazza Augusto Imperatore chiudeva la celebrazione della nascita del nuovo impero romano, nella sostanza un impero fascista.
Meno granitica l'immagine di Augusto nelle universit italiane. Tra gli studiosi, infatti, il principe non era solamente da elogiare, ma esistevano alcuni aspetti, oscuri, che lo rendevano oggetto di critiche (storiche) legittime. Basti pensare alla sua ascesa al potere, segnata da guerre civili e colpi di mano nei quali il giovane Augusto, ancora Cesare figlio, aveva avuto un ruolo chiave. Citeremo, a titolo di esempio, la guerra di Perusia del 40 a.C., al cui termine i nobilissimi decurioni della citt che avevano osato ribellarsi al senato di Roma finirono sacrificati sull'altare del Divo Cesare, al pari di animali. Duecento senatori pagarono con le proprie vite quella rivolta. Fatto forse ancora pi significativo  che tutto quel sangue fosse stato versato sull'ara del defunto Cesare, padre adottivo di Augusto che, abilmente, attraverso l'esaltazione del Giulio esaltava s stesso e le proprie (contestate dagli oppositori, perch in verit modeste) origini. Dunque non sembravano proprio infondate le critiche che alcuni intellettuali muovevano ad Augusto, non senza un velato (pi o meno) riferimento a Mussolini, che con il principe si era identificato. Gaetano de Sanctis si oppose alla ricostruzione dell'Ara Pacis Augustae perch Augusto stesso aveva insultato, diremmo, la libert stessa con la sua Pax, che tutto portava con s fuorch la pace, e mantenne la stessa linea di forte critica contro Augusto, sposando la visione negativa che Tacito ne forniva. Di segno opposto il ritratto positivo che lo storico Marco Attilio Levi tess del principe, per quanto fosse ebreo e avesse ben presente la vague politica di cui Mussolini ne sarebbe stato l'erede.
In Germania la questione di Augusto e del suo impero come fondamenti del potere di Hitler e del terzto Reich fu pi complessa. Un primo, grosso scoglio fu convincere che Romani e Tedeschi erano lo stesso popolo, impresa tanto pi complessa appena si pensi all'esaltazione teutonica di Arminio, l'uomo che aveva inflitto ai soldati di Varo la celeberrima disfatta di Teutoburgo del 9 d.C., esaltato con il Hermannsdenkmal, monumento opera dello scultore Ernst von Bandel, a Detmold. L'impresa venne spiegata dai nazisti con un'antichissima emigrazione dei Germani in Italia, che dal gelido Nord erano scesi in cerca di terre pi miti. Il resto fu semplice: tanto i Romani quanto i Tedeschi avevano mire espansionistiche e una politica militare decisamente aggressiva. Hitler, d'altra parte, sembrava essere un autentico ammiratore della romanit e, di conseguenza, di Augusto, il padre dell'impero. Nel 1938 il Fhrer intraprese un viaggio a Roma e tra i molti impegni riusc a inserire una seconda visita alla Mostra Augustea della Romanit. La prima volta, spieg, non era riuscito a vederla come avrebbe voluto. Non  certo un caso se Albert Speer realizz una sala del Popolo, la Volkshalle, sul modello del Pantheon di Agrippa. Anche in Germania gli intellettuali si dovettero confrontare con Augusto, o meglio con l'Augusto deformato dai nazisti (come in Italia era stato per i fascisti). Wilhelm Weber, che fu a torto ritenuto un nazista (quando non ader mai al partito), aveva solo una sincera adorazione per Augusto, in cui ritrovava quel monarca-messia che a suo avviso ai tedeschi serviva. Weber sosteneva la sua idea di Augusto salvatore del mondo con la propria concezione di Virgilio come poeta visionario che aveva predetto il ritorno dell'et dell'oro sotto Augusto, secondo quella concezione ciclica della storia che  propria degli antichi. Augusto, portatore del divino,  indubbiamente un modello per Weber e, tenuto conto dell'identificazione di Augusto con Hitler,  semplice comprendere perch lo storico tedesco sia stato ritenuto un nazista.
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7. Una missione, la predicazione di Paolo (anno 33 d.C.).
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Ogni potere deriva da Dio.
(Matteo, Lettera ai Romani 13, 1)
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L'impero romano non sarebbe stato lo stesso senza la nascita di Ges, un evento cronologicamente collocabile nel 6 a.C. Ma la diffusione della parola di Cristo e il successo che la sua setta, quella dei cristiani, conobbe non sarebbero stati possibili senza l'opera di Paolo di Tarso. Attraverso i viaggi Paolo si fece portatore (e interprete) della parola del figlio di Dio. Tuttavia, la predicazione di san Paolo non pu essere realmente compresa se non attraverso le vicende dell'impero che ne  stato il teatro e, pi precisamente, degli imperatori della dinastia giulio-claudia. Nell'impossibilit di ripercorrerle per intero, ci limiteremo a tracciare il profilo della storia imperiale del i secolo d.C., che  anche il profilo del primo Cristianesimo e, dunque, dell'opera di Paolo.
L'imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.) aveva dato vita al principato, vale a dire a una struttura socio-politica destinata a durare per millecinquecento anni. Al centro di essa, l'imperatore: un uomo dai poteri assoluti e solo all'apparenza affiancato dall'ordine senatorio, unico detentore delle redini di un territorio ormai vastissimo e, come la storia mostrer, ingestibile.  l'imperatore il punto di fuga cui ogni cosa converge e, per questo motivo,  oggetto di culto tanto da morto che da vivo. Il culto del princeps, questo il nome latino con cui si designava il sovrano,  uno dei tratti distintivi del principato. Il calendario cumano e l'ara di Narbona sono solo due noti documenti che illustrano l'ideologia augustea del culto imperiale: il primo attraverso i giorni di culto del principe accanto a quelli destinati alle divinit canoniche; il secondo con la raffigurazione degli ordini civili uniti nel rendergli sacrifici. Tutto cambi quando Augusto mor, anziano e sereno, circondato dall'affetto della moglie e dei congiunti. Nel momento in cui il suo cuore si ferm, quello della sua creatura, il Principato, continu invece a battere, seppure a un diverso ritmo.
 questo il momento cruciale in cui la storia dell'impero romano sub una brusca virata. Ges era gi nato, parrebbe, da diversi anni, ma  dopo la morte di Augusto che la sua presenza si fece maggiormente sentire e questo perch la scomparsa di un imperatore forte come Augusto aveva lasciato nelle coscienze dei sudditi una ferita presto destinata a infettarsi: la paura del domani. Senza un principe capace come Augusto il timore per l'avvenire si fece insostenibile, tanto pi di fronte a un uomo come il suo successore, Tiberio, un imperatore lontanissimo dall'altro sia per carattere sia per ideali.
Tiberio, il figliastro di Augusto, era nato da una donna intrigante, Livia, e da un repubblicano dalla sfortunata carriera, tale Nerone (non il futuro imperatore!). Pur essendo principe, egli detestava quel trono freddo e scomodo su cui sedeva ogni giorno. La vita che aveva sempre sognato per s era insieme a Vipsania, una nobile di cui era sinceramente innamorato. Il potere, invece, lo amava sua madre, l'Augusta Livia. Fu per lei (e forse anche grazie ai suoi intrighi) che dopo una sfilza di inaspettati e prematuri decessi Tiberio successe ad Augusto (con buona pace di quella vita tanto sognata insieme alla donna da cui era stato costretto a divorziare per ragion di stato, diremmo noi). Tiberio, repubblicano convinto e al contempo principe dell'impero inventato dal patrigno, schivo per carattere e disgustato dalla politica dell'Urbe, dovette farsi piacere un mestiere e una vita che non voleva e che mal si sposavano con la sua personale Weltanshaung. Da subito si intu che non sarebbe stato come Augusto, addirittura che non ne sarebbe stato all'altezza, come alcuni dissero (questione, ci sia permesso, di punti di vista). In termini di politica religiosa, e qui ci avviciniamo a Paolo di Tarso, non appena divenne principe, Tiberio ruppe con la tradizione augustea, mandando in frantumi il culto imperiale delineato dal suo predecessore. Nei calendari augustei, ricordiamo, la nascita del precedente imperatore era registrata al 23 settembre alla voce nascita di un dio e, per il mondo intero, vi si leggeva il principio degli evangeli, cio di ogni buona notizia (come leggiamo in una epigrafe bilingue, in cui si riporta una lettera del proconsole d'Asia Paullo Fabio Massimo). Tiberio cambi, per cos dire, le carte in tavola. Permise infatti che si continuasse a adorare i defunti Cesare e Augusto in quanto Divi, vale a dire uomini divinizzati, ma non gli imperatori ancora in vita, ai quali erano riservati onori propri dei viventi, in greco timai, ma nulla di pi.
L'imperatore Tiberio in un'incisione di F. Garzoli, 1833.
Questa logica dell'attesa di un imperatore-salvatore che segnasse l'inizio di un'et felice era condivisa da tutto l'impero, a eccezione di un popolo per il quale il messia non poteva semplicemente identificarsi con un sovrano: i Giudei. Anche loro attendevano un salvatore, ma per loro l'attesa del figlio di Dio, appunto il messia, sarebbe durata sino alla fine dei tempi e non poteva certo dirsi avvenuta con l'ascesa al trono di un principe. La riduzione dello stato giudaico a stato vassallo dei Romani nel 63 a.C. e l'abbattimento della monarchia dei Seleucidi erano stati due duri colpi.
 in questo contesto di angoscia e di bisogno disperato di salvezza che si intrecciarono a doppio filo messianismo e apocalittica, quest'ultima nata nel quarto secolo a.C. dai dubbi e dagli interrogativi esistenziali che il popolo dei Giudei si poneva in un'et di grande crisi (per via del sovrano Antioco quarto e della sua politica religiosa antigiudaica). Fra i tanti interrogativi, quello di Giobbe fu destinato a passare alla storia: Perch il giusto soffre e il malvagio gioisce?. Domanda alla quale era (ed ) difficile dare una risposta. Sino al secondo secolo d.C. si svilupp allora tutta una produzione letteraria di stampo apocalittico, ricca di visioni del futuro e di sogni premonitori, impregnata di una visione della storia concepita in due grandi fasi: una segnata dal prevalere del male sul bene e un'altra, invece, con il trionfo del regno di Dio su Satana dopo uno scontro cosmico. Era questa la sola risposta dei Giudei alla crisi che attraversavano.
Quando nacque Ges, in un anno forse da identificare con il 6 a.C., il terreno per la sua predicazione era ormai dissodato e pronto alla semina. Per capire perch, occorre fare un salto indietro. Nel 64 a.C. Pompeo Magno invase la Siria e quando la regina di Giudea, Alessandra, mor e i suoi due figli entrarono in conflitto per il trono, fu sempre Pompeo a intervenire in favore di uno di loro, Ircano ii. Nel 63 a.C. Pompeo lo mise a capo di Gerusalemme in qualit di sommo sacerdote e non si tratt di un cattivo investimento. Con i suoi Farisei, Ircano si mostr da subito (e ragionevolmente) alleato dell'impero, come anche il suo ministro Antipatro, filoromano tutto d'un pezzo. Quando l'altro figlio di Alessandra, Aristobulo, geloso della scelta di Pompeo, gli si oppose e si rinchiuse nella Citt Santa, il Magno fu costretto ad assediarla e a espugnarla, spingendosi a un gesto che pass alla storia per la sua violenza: penetr nel tempio di Dio e sparse il sangue dei sacerdoti.  Flavio Giuseppe, fonte per noi preziosa, a raccontare quello che accadde in un brano tanto succinto quanto intenso:
Neanche in occasione dell'espugnazione del tempio, pur essendo trucidati attorno all'altare, i giudei rinunciarono a osservare le prescrizioni di ogni giorno circa il culto. Molti sacerdoti, bench vedessero i nemici avanzare spada alla mano, continuarono tranquilli a celebrare i riti, e furono massacrati mentre compivano libagioni e bruciavano incenso, preferendo pensare al culto di Dio che alla propria salvezza (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica 1, 148-150).
Pompeo, curioso di quel luogo precluso ai pagani, vi entr. Ammir cos il tesoro di duemila talenti e gli arredi sacri. Quindi commise il vero sacrilegio, quando mise piede nella parte pi interna del tempio chiamata Santo dei Santi. Una stanza quadrata e vuota, senza luce. L stava Dio.
 per via di questo gesto, forse ingenuo, che la versione raccontata da Daniele sulla venuta del regno di Dio fu reinterpretata: era Roma il quarto impero premessianico e Pompeo il novello Antioco iv, nemico della vera fede! Nell'ottica giudaica, si pensi al Rotolo della Guerra, l'invasione di Pompeo assumeva i tratti di una punizione divina. Ma nella sua infinita misericordia Dio, che ora puniva i Giudei per le colpe degli Asmonei, li avrebbe perdonati per volgere la sua ira contro il romano. Un brano, celebre,  tratto dai Salmi di Salomone:
Non ho dovuto aspettare finch Dio mi ha mostrato il suo cadavere [di Pompeo] trafitto presso i canali d'Egitto.  stato ridotto a men che niente sulla terra e sul mare. Il corpo era violentemente sbattuto dalle onde, senza nessuno che lo seppellisse, perch non c'era pi niente da sotterrare. [Pompeo] non si era reso conto di essere un uomo e non aveva riflettuto sulla fine di ogni cosa. Aveva detto: Sar padrone della terra e del mare!, ma non aveva capito che Dio  grande, forte della sua forza (Salmi di Salomone 2, 22-25).
Altre (e inevitabili) sollevazioni ci furono negli anni a seguire. Una nel 54 a.C., quando il triumviro Crasso depred il tempio, e altre due con Pitolao ed Ezechia. Molte cose cambiarono quando sal al trono Erode, re filoromano (37-4 a.C.) e amico dei potenti Cesare, Antonio e Augusto. Convinto fautore della cultura ellenistica, fece di tutto per diffondere il paganesimo anche a scapito di durissime pressioni fiscali. Quando mor, gli successe il nipote Archelao, che mantenne il potere sino al 6 d.C., quando Giudea, Samaria e Idumea furono ridotte a province romane. L'evento, che a noi pu forse apparire secondario, ebbe invece un impatto violentissimo sui Giudei e ne condizion il pensiero religioso. Giuda, che una decina di anni prima aveva scatenato una rivolta in Galilea, dichiar che mai pi i Giudei avrebbero dovuto versare tributi ai Romani, agli invasori, e che era giunta l'ora di liberarsi dalla schiavit. La sommossa di Giuda venne presto soffocata nel sangue, come sempre nella storia delle sommosse, a conclusione di una lunga serie di disordini. La durezza del governatore Ponzio Pilato, prefetto romano, port l'imperatore Tiberio (14-37) a richiamarlo a Roma per non ritrovarsi ad affrontare altre sedizioni nate dal malcontento. Evidentemente, in Oriente le acque si erano calmate. A riprova Tacito scrisse che sotto Tiberio ci fu pace (Storie 5, 9). E finalmente era cos.
In questo complesso affresco di Giudei, pagani e un'amministrazione romana spesso e volentieri non esemplare, tuttavia, le tensioni tra la fazione romanofila e i seguaci di Ges che predicavano la Nuova Alleanza (tra Dio e la sua gente) non cessarono del tutto, specialmente nei territori della Galilea, quindi della Giudea, terre che Ges di Nazareth (o Nazoreno) in persona calc per portare la parola di Dio. Il punto di fuga, ci cui dobbiamo indirizzare il nostro sguardo per comprendere la crisi del tempo,  Ges. Era lui infatti a diffondere un evangelio del tutto nuovo rispetto a quelli classici: la sua buona novella consisteva nell'annunciare la venuta del regno di Dio. Un messaggio dunque non pi legato a un imperatore salito al trono, vale a dire a un uomo in carne e ossa, ma a un dio. Proprio questo aveva sconvolto la gente: si trattava, per la prima volta, di un evangelio potenzialmente pericoloso per la logica sottesa al culto imperiale tradizionale, che riconduceva ogni speranza di salvezza all'ascesa di nuovi (e si sperava capaci) imperatori. Ges venne cos, inevitabilmente, a scontrarsi con l'impero romano. Celebre  il suo logion, o discorso, attorno al denarius*. Il Nazareno si fece consegnare una moneta e nel rigirarsela tra le dita domand chi fosse l'uomo rappresentato. Come gli fu risposto che era l'imperatore Tiberio, Ges disse di restituirla al sovrano, perch a Cesare le cose di Cesare, e a Dio le cose di Dio (Matteo 22, 21). Questa risposta, erroneamente interpretata da Ethelbert Stauffer come il s di Ges all'impero romano, nel senso che il figlio di Dio riconosceva i poteri e i diritti del principe sul trono,  piuttosto da intendersi, con Santo Mazzarino, come un semplice riconoscimento del diritto di propriet che il sovrano aveva sulle monete emesse sotto di lui. Lui il principe, sua la moneta. Niente di pi.
Icona di san Paolo di Andrej Rublv, 1407 (Mosca, Galleria Tretjakov).
Tutta l'epoca segnata da Ges e, ancor pi, dalla sua morte,  dominata da una personalit di primissimo piano, forse messa in ombra dalle vicende del Nazareno: san Paolo. Come osserva Santo Mazzarino, anticamente n gli imperatori n gli storici hanno mai preso davvero sul serio Paolo, tanto che sono poche e silenziose le fonti sulla sua vita prima della conversione e sulla predicazione. Paolo era finito decisamente in secondo piano rispetto al suo diretto superiore. Di lui sappiamo solo che era nato a Tarso, una cittadina della Cilicia nell'attuale Turchia, nei primi dieci anni del i secolo d.C. Entrambi i genitori erano ebrei e lo avevano chiamato Saul (latinizzato Paulus). Paolo, sappiamo anche questo, godeva della cittadinanza romana, anche se non sono note le circostanze che lo portarono a ottenerla. Di fatto, in quanto civis Romanus non versava i tributi che invece corrispondevano i sudditi ed era immune tanto dalla militia quanto dai munera publica, vale a dire dal servizio militare e da incarichi pubblici spesso onerosi per chi li ricopriva. Essere cittadino romano non implicava la perdita della cittadinanza, diremmo, naturale, bens rappresentava un valore aggiunto, qualcosa di prezioso sul piano del diritto, tanto che alla sua civitas Romana Paolo si appell quando venne arrestato a Gerusalemme nel 58 d.C. Ebreo da Ebreo e fariseo secondo la legge, si era inizialmente mostrato ostile alla setta dei Nazorei, cio dei seguaci del Nazareno (di Ges), n pi n meno degli altri Ellenisti, i Giudei che parlavano greco. Ma un giorno tutto cambi:
Accadde che, durante un viaggio e ormai prossimo a Damasco, fosse avvolto da una luce celeste e, caduto in terra, udisse una voce che diceva: Saulo, Saulo, perch mi perseguiti?. Ed egli rispose: Chi sei, o Signore?. Io sono Ges, che tu perseguiti. Adesso alzati ed entra in citt e ti verr detto cosa fare. Gli uomini che viaggiavano con lui si erano azzittiti di colpo, poich avevano sentito quella voce senza per vedere nessuno. Cos, prendendolo per mano, lo accompagnarono a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere n mangiare o bere (Atti degli Apostoli 9, 1-9).
 questo il celebre brano nel quale si racconta della conversione di Paolo ( lui il Saulo delle parole di Ges), che da persecutore dei cristiani (cosa di cui, peraltro si dubita non poco) abbracci il pensiero di Ges, facendosene anzi uno dei principali promotori. Avvenne nel 33 d.C. e fu un'apocalissi, una rivelazione (dal greco apokalupto, sciolgo il segreto).  questo il momento cruciale della sua storia di predicatore e, possiamo dirlo, della storia del Cristianesimo (e, di riflesso, dello stesso impero romano).
Con ci Paolo non divenne un detrattore dell'impero romano. Ne era cittadino e ci credeva. Purtroppo dovette fare le spese di alcune scelte dell'imperatore Tiberio, la cui politica di opposizione all'Arabia, per esempio, aveva reso complicata la vita di Paolo che vi era malvisto, in quanto sospettato di afferire al giudaismo filoromano anzich a quello antiromano (come Paolo avrebbe dovuto in quanto ebreo da ebreo). Negli anni che vanno dal 34 al 36, dunque subito dopo l'apocalissi lungo la via di Damasco, non si pronunci mai contro Tiberio, seppure a scapito della propria incolumit. Quando Tiberio mor nel 37 e ci fu un altro evangelio, venne cio annunciata una nuova felice notizia (quella dell'ascesa al trono di Caligola), il destino di Paolo e della parola di Ges sub un'altra decisiva svolta.
Non si tratt, a conti fatti, di un evangelio. Non c'era nulla di buono nell'ascesa di Caligola, almeno non per i Giudei. La concezione che il nuovo principe aveva del potere imperiale e soprattutto del culto imperiale andavano nella direzione opposta a quella delineata dal predecessore Tiberio. Il vecchio (e vizioso) imperatore aveva infatti invertito la rotta stabilita da Augusto, autore del culto dell'imperatore vivente a consolidamento del nuovo sistema politico del principato, e dunque distinto tra l'adorazione resa al principe ancora in vita e che consisteva in semplici onori, o timai, e quella per l'imperatore deceduto e divinizzato, il divus*, che consisteva in una sentita religiosit (in greco eusebeia). Caligola riport quindi in auge il culto dell'imperatore vivente, caricandolo di tratti orientali, motivo, questo, della sua condanna da parte di una storiografia senatoria che mal ne sopportava la visione assolutistica del potere. Egli si presentava ai sudditi come un dominus, in greco kurios, signore e padrone. Pi precisamente, credeva di essere Giove Laziale, arcaica divinit latina, ma anche Nettuno (e molte altre). Inevitabilmente, tornava a essere il principe colui che assicurava gli evangeli. Si pensi che il padre del futuro imperatore Vitellio (69 d.C.), Lucio Vitellio,
fu il primo che ador Gaio [Caligola] come un dio una volta che, rientrato dalla Siria, gli si present con il capo velato, volgendosi e poi inchinandosi ai suoi piedi (Svetonio, Vita di Vitellio 2, 5).
Cosa, almeno secondo Cassio Dione, che Lucio avrebbe fatto per ingraziarsi il favore del principe, riottenere il posto di governatore della Siria e dimostrare al sovrano tutta la sua (pi affettata) devozione, spingendosi al punto da unire una pratica romana a una propria dell'Oriente ellenistico, vale a dire il velo sulla testa alla proscinesi (il bacio, cio, dei piedi del re). Ma Lucio non fu certamente il solo. Non mancarono senatori che chiamarono Caligola semidio o persino dio, sempre secondo quanto afferma Dione (59, 26) e che decretarono addirittura un tempio dove potesse essere pregato, con tanto di sacerdoti.  Svetonio a fornirci una (succosa) testimonianza: I cittadini pi ricchi si alternavano nella dignit di capo del sacerdozio [dedicato a Caligola], litigandosela con intrighi o acquistandola all'asta a cifre elevatissime (Svetonio, Vita di Caligola 22, 3).
Questo culto di Caligola e, in senso pi ampio, dell'imperatore vivente discendeva dalla Grecia antica dove si pensava che gli di agissero e si muovessero tra i mortali sotto mentite spoglie (insidiandone le donne pi belle!). Nulla di nuovo se i senatori romani abituati all'Oriente trovassero (tutto sommato) non poi cos strano adorare un principe come se fosse un dio. In sintesi, diremmo con Aloys Winterling che il cielo degli di antichi era pi basso di quello del cristianesimo (Caligola. Oltre la follia, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 133).
Ma a Roma era diverso. Da Augusto in poi (27 a.C.-14 d.C.) era vietato adorare un uomo in vita, perch Augusto, che pure mirava al potere assoluto, non intendeva arrivarvi all'orientale, bens nel rispetto di quella res publica che pretendeva di restaurare (lui che invece l'affoss), assestandole il colpo di grazia (vedi Capitolo vi). E nel rispetto dell'antica repubblica il rapporto fra imperatore e senato doveva essere paritario. Paritario almeno de nomine, certo non de facto. Ma Augusto non era Caligola. Laddove il primo, memore della fine di Cesare, temeva che farsi adorare allontanasse l'ordine senatorio anzich avvicinarlo, e dunque in cerca di appoggio rifiutava onori divini, Caligola non aveva alcun interesse a ingraziarsi i patres*. Fu anzi lui il primo principe a farsi adorare come un dio dall'aristocrazia romana, pur sapendo che qualsiasi forma di venerazione da parte di quella era falsissima e affettata, ma l'obiettivo era un altro: umiliare i patres* e dissanguarli con esborsi salatissimi. Dovevano piegarsi di fronte a lui, fingere di crederlo un dio (ma, d'altra parte, neppure lui molto probabilmente lo pensava, mentre piano piano la storia gli ricamava l'abito del folle). Cos, nel tempio innalzato alla sua natura divina figurava una statua d'oro con le sue fattezze, abbigliata ogni giorno con una veste simile a quella indossata da lui e vi si sacrificavano uccelli di ogni specie (Svetonio, Vita di Caligola 22, 3). Addirittura, Caligola un il suo palazzo al tempio dei Castori, per esservi adorato come loro pari.
Moneta di bronzo di Caligola.
I tempi erano cambiati da prima. L'esperienza di Tiberio, che aveva demitizzato l'imperatore per riportarlo fra gli uomini, nonch la fame soteriologica e messianica che mordevano gli spiriti di un impero in crisi dopo la scomparsa di Augusto e, infine, quello che chiameremmo buon senso (o logica?) misero un freno alle ambizioni di Caligola. Per un giudeo o un cristiano adorare un imperatore vivente non aveva senso, perch non era certo un uomo in carne e ossa a poter risolvere la crisi del tempo, ma un dio. E ormai le due sfere, quella umana e quella divina, erano separate. Una frattura insanabile, almeno per il momento.
Diversissimo il punto di vista di Caligola. Egli pretese che in tutto l'impero fossero realizzate e adorate statue di s. Pena per chi si fosse rifiutato: la morte. Una pretesa dopotutto legittima, vista la concezione che il neoimperatore aveva del culto imperiale, ma non solo: porre infatti statue di s nei templi delle province significava ribadire la lealt dei sudditi alla sua persona. Non si trattava dunque solamente di una questione di ego, ma anche di politica. In citt pagane il culto non rappresent un problema; ma in citt nelle quali la fede negli di non era l'unica a essere seguita le statue furono rimosse.  il caso di Alessandria d'Egitto. Qui i Giudei e i pagani si scontrarono, i primi chiedendone la rimozione e i secondi la loro introduzione nelle sinagoghe. A Gerusalemme Caligola avanz una pretesa estrema, inaccettabile per i Giudei: che una sua statua venisse posta anche all'interno del tempio della citt, il Tempio dei templi. Tale richiesta appariva tanto pi necessaria agli occhi del principe perch intorno al 40 nella citt di Iamnia, sempre in Giudea, gli ebrei avevano abbattuto un suo altare. In un primo tempo il re Agrippa dissuase Caligola dal proposito, poich ne immaginava le conseguenze, e Caligola lo ascolt, ritenendolo un amico sincero. Ma quando il legato di Siria gli scrisse per informarlo che gli ebrei di Gerusalemme minacciavano una rivolta, allora l'imperatore ordin di porre una sua statua nel tempio. Tuttavia il legato, di fronte alla resistenza giudaica si rese conto dell'infattibilit della cosa e disobbed. Per sua fortuna Caligola mor, altrimenti Petronio si sarebbe dovuto suicidare. Infatti a una sua lettera nella quale il legato spiegava all'imperatore la delicata situazione e l'impossibilit a costringere i Giudei a un atto per loro empio, Caligola aveva risposto con l'ordine di darsi la morte. Un atteggiamento, quello di Caligola, che lo port a passare per un imperatore folle, quando forse era solo estremo. A conti fatti, la sua era politica e l'uso che egli faceva della propria presunta divinit era anch'esso puramente politico. Nessuno ci credeva, ma tutti dovevano fingere per provargli la propria lealt. D'altra parte, basta leggere Filone e Flavio Giuseppe per rendersi conto che Caligola era semplicemente un aristocratico romano come tanti, messo a capo di un impero sul quale gravava il peso dei tempi che cambiavano e che, di l a poco, avrebbero travolto ogni cosa e minato le basi stesse della religione, e dunque (a Roma) della politica. Il fatto che Caligola, a ogni modo, non credesse di essere un dio non esclude due cose: che Augusto aveva operato affinch l'imperatore fosse adorato come tale e che per gli ebrei il gesto di Caligola rappresent una ferita profonda.
Claudio (41-54), l'imperatore zoppo e intellettuale, lasci cadere la questione e diede cos prova di saggezza. Lui, l'idiota (come almeno la maligna aristocrazia lo avrebbe bollato da morto, si pensi a Seneca), accord ai Giudei libert di culto. Ma Caligola, all'apparenza un povero folle, qualcuno di cui oggi sorridere, in realt aveva lasciato un segno indelebile nel popolo ebraico, perch spinse (certo involontariamente) i Giudei a compattarsi, diede loro (certo involontariamente) la coscienza di popolo saldo di fronte al nemico, aliment (certo involontariamente) uno dei temi che sarebbero stati al centro della predicazione di Paolo di Tarso e della religione cristiana: l'Anticristo e la sua venuta. Un punto, questo, su cui torneremo. Per adesso basti tenere a mente una cosa: nella storia anche i fatti all'apparenza meno rilevanti possono di colpo assumere ben altre proporzioni e cambiare il corso delle cose.
Abbiamo visto dunque cosa c'era dietro alla reintroduzione del culto dell'imperatore vivente da parte di Caligola e al suo fallimento. L'attesa soteriologica, l'attesa di un salvatore, non poteva veramente esaurirsi nell'ascesa al trono dell'ennesimo imperatore e dei suoi evangeli, ma serviva altro, qualcosa di pi potente e di maggiormente affidabile. Un'interpretazione della storia del tempo e di Caligola  data da Filone di Alessandria, filosofo del giudaismo stoico-platonico, che parla di un mondo dominato dalla provvidenza la quale, operando sulla terra anche attraverso figure come Caligola, finisce per rafforzare i Giudei e portare alla punizione dei malvagi e alla vittoria del bene. Filone spiegava cos, dunque, il breve regno di Caligola, come una prova mandata ai Giudei dalla provvidenza. La fine di Caligola e del suo sogno trovava una spiegazione nel fatto che la provvidenza aveva usato il principe per rendere i Giudei pi forti e compatti (il legato di Siria, ricordiamo, aveva fatto un passo indietro di fronte alla loro opposizione) e per aprire la strada alla vittoria (futura) dei giusti, appunto i Giudei. L'impero romano era, dunque, il contenitore storico-istituzionale necessario per salvarli. E senza la violazione del tempio di Gerusalemme, che a noi pu sembrare lontana nel tempo e di minore impatto sulla storia di allora (ma sbagliamo), Filone non avrebbe elaborato questa filosofia e, soprattutto, dato forza ulteriore a una convinzione che, nelle coscienze dei Giudei e dei cristiani, si era resa certezza: Dio esisteva e dimostrava di stare al loro fianco punendo Caligola.
 nel pieno di questo clima di attesa soteriologica, salvifica, sempre pi concreta e meno sognata, che Paolo si mise in viaggio. Al centro della sua predicazione stava il concetto di fede in Dio, in greco pistis theou, perch ora pi che mai si era ottenuta la prova dell'esistenza di Dio e del suo favore nei confronti del popolo ebraico. Ma nella predicazione Paolo, ebreo da ebreo, andava allontanandosi dai Giudei e avvicinandosi ai cristiani (che dei Giudei erano una setta, una hairesis), perch ammetteva una conversione senza circoncisione, idea che era gi stata di tale Ananias, commerciante giudeo che aveva convertito, ma appunto senza mutilazione, il sovrano dell'Adiabene. La scelta di Paolo nasceva da un fine preciso: mettere un punto all'opposizione tra circoncisi e non-circoncisi (i pagani), una cosa che divedeva gli uomini, anzich unirli. Nel 49 a Gerusalemme, dopo alcuni anni di viaggi, Paolo incontr Pietro-Cefa, un fratello di Ges, e Giovanni che lo ascoltarono e approvarono questa proposta. Non era per nulla scontato, dal momento che non esisteva piena concordia fra i discepoli di Ges, per quanto gli Atti degli Apostoli vogliano farci credere il contrario. In particolare, l'opposizione era fra quelli che concepivano il Cristianesimo come un movimento tutto interno al giudaismo e dunque sulle orme della legge giudaica e quelli che, invece, erano maggiormente aperti ai gentili. Lecito allora parlare di cristianesimi e non di cristianesimo, non almeno per i primi tempi, finch non ci fu una uniformazione totalizzante (ma lenta).
Paolo prese a viaggiare ancora per l'Asia Minore, quindi in Grecia, dove incontr tanto la pi ferma delle opposizioni ad Atene, quanto il pi inatteso dei successi a Corinto. Fu appunto qui che la conversione senza circoncisione piacque, specialmente ai liberti*, vale a dire quella piccola borghesia costituita da ex schiavi liberati maggiormente inclini alle novit.  in questa citt che nel 51 Paolo scrisse la Seconda Lettera ai Tessalonicesi, un documento per noi di fondamentale importanza per cogliere il senso della sua predicazione. Al centro della lettera era il tema dell'attesa messianica, la venuta del salvatore: gli uomini devono pregare, perch il regno di Ges verr. L'evangelio vero, autentico, non era dunque la venuta di un nuovo imperatore, in quanto mortale destinato a morire e fallibile (come la storia insegnava), ma quella del figlio di Dio. Un evangelio di ben altra potenza, di ben altro impatto. Ma quando si verificher? La risposta fornita da Paolo  semplice: prima ci sar la ribellione, durante la quale si mostrer al mondo il nemico di Dio, che si sieder nel tempio in segno di sfida, quindi verr Dio che metter fine a tale abominio. Il nemico di Dio  l'Anticristo. Difficile, se non impossibile, non cogliere nel messaggio di Paolo il riferimento a Caligola. Era stato lui a voler sedere nel tempio di Gerusalemme, seppure in forma di statua. Un altro segno di quanto il piano di Caligola di introdurre una sua effigie in quel luogo santo si fosse impresso a fuoco nelle coscienze del tempo. Ma la fine di Caligola, punito dalla provvidenza divina, per dirla con Filone di Alessandria, provava che non era lui l'Anticristo e che, dunque, la ribellione non era ancora avvenuta. Dunque, che la venuta del figlio di Dio non poteva ancora verificarsi, essendone l'arrivo dell'Anticristo la premessa. Cosa aveva impedito allora all'Anticristo di palesarsi, di sedersi nel tempio di Gerusalemme? Il popolo dei Giudei. Sono loro, con la fede e la resistenza, a ostacolarlo. Solo quando saranno sterminati e non avranno pi la forza di combattere per il loro Dio, allora l'Anticristo arriver e si sieder sul trono, per esserne cacciato una volta per tutte. L'avvento di Nerone nel 54 d.C., nuovo re di Gerusalemme, fece pensare che fosse giunto il momento tanto atteso, ma non fu cos.
Se nel 51 d.C. Paolo aveva esposto questo ragionamento sull'Anticristo, era perch due anni prima era successo qualcosa a Roma. Ancora una volta, la predicazione di Paolo si intrecciava a doppio filo con la storia dell'impero romano e non pi solo con quella dei Giudei. Stavolta l'imperatore che era entrato in conflitto con loro era Claudio, un principe saggio che subito aveva loro riconosciuto libert di culto in seguito alle inopportune pretese di Caligola. Claudio li rispettava, ma non voleva avere problemi a causa loro, specialmente per i loro leader, uomini capaci di agitare le masse di fedeli e scatenare conflitti civili. Nel 41 d.C. si era pronunciato sul loro conto, ritenendoli responsabili della diffusione delle idee nazoree e battiste a Roma. Ma, anzich punirli duramente, viet loro di radunarsi, evidentemente perch consapevole dei pericoli che tali gruppi potevano rappresentare per l'ordine della citt. Nel 49 d.C., per, cacci da Roma i giudei che erano sempre in tumulto sotto la spinta di Chrestus (Svetonio, Vita di Claudio 25, 4), che poi altri non sarebbe che Cristo. In nome suo si verificavano dunque troppi disordini per i gusti del buon vecchio Claudio, un uomo pacifico ma non sciocco come il filosofo Seneca lo avrebbe dipinto. I rapporti tra impero romano e Cristianesimo cambiarono da questo preciso momento.
La decapitazione di san Paolo in una stampa rinascimentale.
Nel 58 d.C., durante il suo terzto viaggio, Paolo and a Gerusalemme per venerarne il tempio ma venne visto, pare, con un pagano e, peggio ancora, qualcuno disse che lui, Paolo, lo aveva fatto entrare in quel luogo santo. Paolo venne cos aggredito, arrestato; disse che era ebreo ma non bast a fermare i suoi assalitori; aggiunse che era civis Romanus, ma ugualmente non fu sufficiente a placarli. Venne quindi inviato a Roma, dove Nerone lo avrebbe giudicato. L nel 61 d.C. il principe, poco pi che ventenne, si mostr clemente e lo assolse. Questo anche perch la comunit giudaica di Roma era meno intransigente di quella gerosolimitana e nella capitale la predicazione paolina della conversione senza circoncisione poteva certo attecchire meglio che altrove. A riprova della morbidezza della comunit romana, si pensi alla Lettera ai Romani, scritta sempre da Paolo nel 57-58: in essa Paolo chiedeva all'imperatore di finanziargli un viaggio in Spagna, evidentemente per portare avanti la predicazione. Ci ci lascia pensare che non percepisse l'impero romano come una minaccia alla sua persona o alla sua opera (e che, viceversa, Roma non lo sentiva come un nemico pericoloso), ma anzi che sostenesse l'impero in quanto civis, incoraggiando a rispettarne l'autorit.  suo il celebre discorso:
Ogni anima sia sottoposta alle autorit superiori. Infatti non esiste autorit se non da Dio e quelle che Dio ci ha ordinato. Opporsi all'autorit equivale a opporsi a Dio e chi si oppone sar dunque punito [...] Rendete dunque ci che dovete. A chi dovete il tributo, dateglielo; a chi le tasse, dategliele; a chi il rispetto timoroso, dateglielo; a chi l'onore, dateglielo (San Paolo, Lettera ai Romani 13, 1-7).
Qui  formulato, come osserva Santo Mazzarino, il concetto chiave dei rapporti Cistianesimo-impero romano, della omnis potestas a Deo , ogni potere deriva da Dio, una delle pi celebri affermazioni di Paolo, certamente autentica, che  stata oggetto di una lettura teologico-politica per una giustificazione divina del potere. Obiettivo di Paolo era evitare scontri e tensioni, perch non si ripetesse quanto avvenuto sotto Claudio nel 41 e, soprattutto, nel 49.
Tuttavia, ogni speranza ottimistica di Paolo nella disponibilit di Nerone venne spazzata via nel 64. L'incendio di Roma fu attribuito dal principe ai cristiani, che vennero torturati e giustiziati. Tra questi gli stessi Pietro e Paolo. Dopo quindici anni dal primo provvedimento anticristiano, quello di Claudio, ebbe luogo la prima persecuzione. Tanta crudelt da parte degli imperatori si poteva spiegare solo in un modo. Essi temevano l'attesa soteriologica del regno di Dio perch avevano capito che quella setta di fervidi credenti stava minando le basi stesse della cultura pagana e gettando le premesse della fine del mondo antico di cui facevano parte. Ma la Storia avrebbe fatto giustizia.
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8. Una cattura, la sorte di Valeriano (anno 256 d.C.).
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Chino a terra sollevava, non con la sua mano ma con la sua schiena!, il re che si accingeva a salire a cavallo.
(Orosio, Storie contro i pagani 7, 22, 4)
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Publio Licinio Valeriano fu imperatore dal 253 al 260 d.C. Sette anni di regno, non molti n, per la verit, tra i pi significativi della storia romana. Eppure, il suo nome figura nei manuali, anche di scuola, e per quanto certamente non tutti lo conoscano  legato a un evento estremamente significativo. Valeriano non pass agli annali per imprese o per riforme, n per le origini o per la discendenza, ma per una sconfitta. Roma aveva conosciuto molte disfatte, senz'altro pi di quante ne volesse ammettere, ma quell'anno non si tratt solamente di perdere; quell'anno accadde una cosa che non si era mai verificata prima di allora: l'imperatore venne catturato dal nemico e non fece mai ritorno, ma fin i suoi giorni in cattivit.
Anche se a distanza di duemila anni per noi la cosa pu sembrare del tutto normale, o comunque non ne avvertiamo la gravit, a quel tempo si impresse nelle coscienze dei Romani e le sconvolse. Un impatto emotivo forse non dissimile da quello che gli statunitensi avvertirono in occasione del tragico attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, un colpo al cuore dell'impero. L'imperatore era finito in mano nemica e nessuno poteva fare nulla. Il mito di Roma invincibile ed eterna si incrinava e l'immagine dell'Urbe che adesso lo specchio restituiva era quella di una citt cui sarebbe potuto accadere di tutto, persino crollare. E cos, in effetti, sarebbe stato di l a due secoli. La caduta di Roma era cominciata con quella di un suo imperatore, solo all'apparenza un imperatore fra tanti.
Quando nacque Valeriano non immaginava cosa sarebbe stato di lui una sessantina di anni dopo. La madre, di cui non si hanno notizie, lo diede alla luce nel 200 d.C. circa (secondo alcuni nel 199), perch le fonti parlano della sua morte quando Valeriano era aetate robustiore (Epitome dei Caesari 32, 5) e aveva sessantuno anni (Giovanni Malala, Cronografia 12, 298, 2 ed. Dindorf), dunque senex. Il piccolo, cui fu dato il nome di Lucio Licinio, figlio di un Licinio parimenti ignoto (ma di nobile stirpe), ricevette anche il soprannome di Valeriano e, parrebbe, anche quello di Colobius, dalla forma particolare di una tunica, almeno stando a quanto riportato nell'Epitome.
Nobile di stirpe, Valeriano ebbe una moglie, tale Egnazia Mariniana, che per mor prima che egli diventasse imperatore nel 253 d.C. Della sua vita, di quel che fu di Valeriano tra la nascita e la sua ascesa al trono, sappiamo pochissimo.
Valeriano fu console* suffetto sotto l'imperatore Severo Alessandro (222-235) e venne inviato a Roma a sostegno della rivolta dei due Gordiani. Sarebbe stato lui, in qualit di principe del senato, a negoziare il riconoscimento di Gordiano i in qualit di augusto, anche se non pochi sono gli storici che portano l'attenzione sull'opacit del ruolo ricoperto dall'uomo nella vicenda.
Sotto l'imperatore Decio (249-251) fu (forse) prefetto della citt di Roma e sempre sotto di lui perseguit i cristiani, aspetto sul quale torneremo quando parleremo della sua fine. Di fatto, Valeriano era tenuto in alta considerazione da parte dell'imperatore, che gli lasci Roma durante la spedizione gotica che lo port lontano dall'Urbe insieme al figlio maggiore Erennio Etrusco. La citt, come sua moglie e il figlio minore Ostiliano, furono protetti da Valeriano che represse anche una rivolta guidata da Liciniano tesa a rovesciare Decio, approfittando della sua assenza (Epitome dei Cesari 29, 5).
Valeriano fu anche protagonista di uno strano aneddoto: Decio, ripristinati i poteri civili della censura, la assegn a Valeriano per comune consenso dell'ordo, ma quello la rifiut (Scrittori della Storia Augusta, Valerianus 5, 4 - 6, 9). Alla sopraggiunta notizia della fine di Decio e del figlio, sal al trono Treboniano Gallo (251-253); fu costui a spedire Valeriano in Rezia in qualit di governatore. Quando si trovava l, pi precisamente nel corso del 253 d.C., Valeriano ricevette una richiesta d'aiuto da parte dell'imperatore, che nei pressi di Terni affrontava un altro pretendente al trono di Roma, tale Emiliano. Valeriano non fece tuttavia in tempo, perch si trovava sull'alto Reno, dove teneva un incarico militare in Rezia. Quando arriv, Gallo e il figlio erano gi morti. Non appena i suoi uomini seppero che i due erano finiti uccisi dai loro stessi soldati, subito lo acclamarono nuovo imperatore. Era l'estate del 253 d.C. e Valeriano scese in Italia. Emiliano, un imperatore che avrebbe regnato solamente ottantotto giorni, venne battuto nei pressi di Spoletium (Spoleto), in una localit nota come ponte dei Sanguinari, lasciando incustodita la via per la capitale. Le sue truppe passarono dalla parte di Valeriano. Il senato accolse quest'ultimo e ratific la scelta dei suoi soldati, secondo quella che ormai era una prassi. Valeriano divenne cos imperatore di Roma. Lui che aveva servito sotto diversi principi, che era nato da genitori per noi ignoti, seppure di nobile stirpe, sedeva adesso sul trono di Roma. Non sappiamo se ambisse a tanto, se avesse calcolato ogni passo per raggiungere la vetta del potere, o se vi si fosse ritrovato per una felice combinazione di meriti e coincidenze, ma di certo non immaginava che il suo regno sarebbe stato breve e che prima di chiudersi definitivamente i suoi occhi avrebbero visto luoghi lontani e il suo cuore conosciuto la nostalgia degli esuli. Associ subito a s il figlio Gallieno in qualit di augusto, perch Roma tornasse ad avere una dinastia (il sogno, irrealizzabile, di molti imperatori del iii secolo d.C.), e nomin Cesare il secondogenito, anche lui di nome Valeriano. Seduto sul trono di Roma, nell'autunno del 253 d.C., Valeriano doveva essere un uomo felice.
Ma la felicit  per natura breve, specialmente quando si  a capo di un impero dai confini bollenti. Quello stesso anno a nord i Goti erano in movimento e avevano raggiunto Tessalonica (254 d.C.), quindi la Bitinia, dove avevano saccheggiato e dato alle fiamme Nicea e Nicomedia; a est i Borani, una trib bellicosa, avevano invaso le romane Pithyus (256) e Panticapaeum in Tauride (257), citt di grande rilevanza per Roma, in quanto la riforniva di grano. I Persiani di Shapur i seppero magistralmente approfittare di queste incursioni e riuscirono cos a espandersi su Antiochia.
L'imperatore, non potendo essere simultaneamente in pi luoghi diversi, ripart l'impero in due sfere di influenza, l'occidentale e l'orientale. A custodia vi mise due eserciti e un imperatore in seconda, il figlio Gallieno (256-257). In questo modo ovvi al problema della gestione di un territorio ormai troppo vasto per un solo reggente. Non era la prima volta che Roma aveva due imperatori. Infatti, gi in passato c'erano stati casi di coreggenza: si pensi a Marco Aurelio e Lucio Vero (161-169), a Massimino il Trace e al figlio Massimo (235-238), a Filippo l'Arabo e a Severo Filippo (244-249) e, da ultimi, a Decio e a Treboniano Gallo, che avevano messo al proprio fianco i figli Erennio e Volusiano. La novit sostanziale era che questa volta il figlio era maturo e non un ragazzino incapace di combattere o di governare. Dunque Valeriano si attenne a una linea politica di ispirazione dinastica certo non originale, ma lo fece con intelligenza.
Un'altra prova di acume la diede nello scegliere per s la parte orientale dell'impero, la pi agitata. Per garantirsi una efficace gestione delle frontiere, selezion poi i migliori generali, quali Claudio il Gotico, Ingenuo, Regaliano, Postumo, Macriano e Aureolo (in seguito, sotto il regno di Gallieno, tutti divenuti usurpatori). Ma a volte tanta fatica non serve a nulla. A quel tempo il problema principale dell'impero romano era rappresentato dai Persiani. Non  dunque un caso se Valeriano tenne per s la parte orientale: evidentemente non riteneva il figlio pronto ad affrontare un popolo tanto pericoloso (ma forse, con il senno del poi, chi lo sa se non sarebbe stato meglio mandare lui contro il nemico?).
Shapur i, Re dei Re, gi in passato nemico dell'impero, adesso aveva preso a espandersi a macchia d'olio. La conquista si articol in due fasi: una prima, cronologicamente inquadrabile tra il 252 e il 253, in cui i Persiani raggiunsero Mesopotamia, Armenia, Cappadocia, Siria, sino ad Antiochia, metropoli di tutto l'impero romano come la chiama lo storico Zosimo, conquistata nel 256 (breve fu la vittoria di Valeriano dell'anno prima, quando l'aveva ripresa, come celebrano le monete del tempo nel definire l'imperatore restitutor Orientis). Qui mise al comando un suo adepto, tale Mareades (figlio di un Cyriades?), un tempo decurione della citt, il quale, cacciato dalla curia e mosso da vendetta, aveva guidato i Persiani contro la sua patria.
Le Imprese del Divino Shapur (Res Gestae Divi Saporis  il nome latino inventato dallo storico Michael Rostovtzeff per analogia con quelle Divi Augusti, dell'imperatore Augusto)  il testo riportato su una iscrizione trilingue in greco, medio-persiano e partico incisa nel 270 d.C. e collocata sulla Qa'bah di Zoroastro vicino a Persepoli.
Si tratta di un documento chiave per seguire, non senza forse qualche esagerazione di parte della fonte, l'espansione persiana nelle terre dell'impero romano. Ecco cosa vi si legge:
Io, l'adoratore di Mazda, il divino Sapore, Re dei Re degli Iraniani e dei non-iraniani, della stirpe degli di, figlio dell'adoratore di Mazda, del divino Artaserse, Re dei Re degli Iraniani, della stirpe degli di, nipote di Ppak, re dell'impero d'Iran. Io sono il signore e possiedo i seguenti paesi: la Perside, la Partia, la Susiana, la Mesene, l'Asorestan, l'Adiabene (Imprese del Divino Shapur, ll. 1-9, ed. Stoneman).
Quindi vi si passa a parlare dei Romani:
Attaccammo nuovamente l'impero romano e sbaragliammo un esercito di sessantamila uomini nei pressi di Barbalissos, quindi demmo alle fiamme la Siria e le zone limitrofe, che devastammo e saccheggiammo. Durante questa spedizione ci impossessammo di numerose piazzeforti e citt romane [...], per un totale di trentasette citt comprensive di campagne (Imprese del Divino Shapur, ll. 11-19, ed. Stoneman).
Valeriano e settantamila soldati romani furono dunque catturati e deportati nell'attuale Iran. In buona parte vennero impiegati per la costruzione di una nuova citt persiana, Gundeshapur (letteralmente, le armi di Shapur), sul sito dell'antica Susa, e di una diga, Shushtar, sul fiume Karun, per gli Arabi una delle meraviglie del mondo. Ma il Re dei Re non si limit a questo: fece costruire un'altra citt, Bishapur, nel Fars, e incidere numerosi bassorilievi a ricordo delle sue imprese. In essi Shapur compare ben cinque volte nell'atto di trionfare su Valeriano. Nelle vicinanze di Persepoli, a Naqsh-i Rustam, sulla pietra sotto le tombe achemenidi, Shapur compare a cavallo e in armatura regale, circondato da ufficiali e soldati, con sotto appunto Valeriano, in piedi di fronte a lui, e Filippo l'Arabo che invoca il perdono in ginocchio, seguito da dignitari romani che offrono doni al loro nuovo signore. Ancora, su ben tre bassorilievi di una profonda gola nei dintorni di Bishapur figura di nuovo il Re dei Re che prima viene investito dal dio Mazda, quindi trionfa su Valeriano (di cui in uno dei bassorilievi Shapur tiene entrambe le mani, come si faceva con i vinti). Sotto gli zoccoli del cavallo giacciono i nemici vinti e il cadavere di Gordiano. Un punto di vista, quello dell'iscrizione e dei bassorilievi, tutto persiano e trionfalistico, come giustamente sottolinea lo storico Giovanni Alberto Cecconi.
L'imperatore Valeriano prigioniero del re di Persia (da F. Bartolini).
Secondo Zosimo, i Persiani di Shapur non si sarebbero fermati l, ma avrebbero potuto conquistare molte altre terre, se non avessero avvertito il bisogno di mettere al sicuro quanto saccheggiato e, dunque, fatto ritorno in patria! Quando per una colonna persiana fu battuta da una rivolta locale nella citt di Emesa (attuale Homs), allora Roma non pot pi attendere oltre. La stessa usurpazione di Uranio Antonino, che si autoproclam imperatore, era un segnale forte che non poteva essere ignorato. Significava che le province orientali, di fatto abbandonate alla propria sorte da Roma, troppo distante e impegnata sul fronte danubiano per provvedere anche a loro, avevano bisogno di tutelarsi e dunque anche di un principe che le guidasse. Uranio Antonino incarnava questo bisogno e la sua usurpazione ne era espressione. L'espansione persiana, d'altra parte, era dovuta anche a questo vuoto di potere da parte romana in Oriente. Dunque Valeriano, assistendo all'espansione persiana e a soluzioni locali e periferiche, come quella di Emesa o di Uranio, naturali e comprensibili, per quanto pericolose per il suo potere, allest un esercito e si prepar.
Prima di andare, per, divinizz la defunta moglie Egnazia Marianina e si assicur che i confini dell'impero fossero custoditi dai validi generali che aveva scelto. Quindi si mise in marcia. Nel 255 d.C. giunse ad Antiochia e and incontro al suo destino. Un destino che in un primo tempo sembrava arridergli. Infatti Valeriano la riconquist (253-254) e vi pose la base romana dalla quale sarebbe dovuta partire la riconquista.
Valeriano sapeva quanto la peste, il flagello che serpeggiava nell'impero ormai da qualche anno, avesse indebolito i suoi uomini e forse proprio a causa di ci nella battaglia di Edessa del 260 d.C. il regno di Valeriano fin. Contro un nemico agguerrito come i Persiani non era possibile spuntarla facilmente, soprattutto se l'esercito era decimato dalla malattia. Valeriano, per, non mor. In quella battaglia caddero molti dei suoi uomini sotto le frecce nemiche e il cuore stesso di Roma perse un battito (anzi pi d'uno), ma il colpo pi duro fu inferto dalla scomparsa dell'imperatore, catturato da Shapur i. L'evento si sarebbe impresso nelle coscienze dei Romani in modo permanente, indelebile. Molti furono gli autori che scrissero della cattura di Valeriano, ma non tutti alla stessa maniera.
Per Zosimo, ad esempio, l'imperatore fu vittima di un tradimento da parte dei suoi uomini. Zonara, invece, dipinge Valeriano come un vigliacco che si consegna spontaneamente al nemico nella speranza di ottenerne asilo politico, piuttosto che affrontare i propri soldati decimati dalla peste e scontenti.
Anche gli scrittori cristiani fornirono una loro idea sulla fine di Valeriano. Lattanzio e Orosio, per limitarci ai maggiori, raccontano che venne ridotto in schiavit e messo a lavorare in catene per i Persiani, la giusta pena per chi aveva osato levare le mani contro i fedeli di Cristo. Riportano, con (compiaciuta) dovizia, particolari dei quali c' in verit da dubitare: chino a terra, sollevava non con la sua mano ma con la sua schiena il re che si accingeva a salire a cavallo (Orosio, Storie contro i pagani 7, 22, 4). Quando mor, sarebbe stato persino impagliato ed esposto in un tempio sasanide come trofeo della vittoria di Shapur i sui Romani. Per parafrasare il biografo di Valeriano, egli fu vinto da un ineluttabile disegno del fato.
Tanta evidente acredine da parte degli scrittori cristiani si spiegherebbe facilmente con gli editti del 257 e del 258 d.C. Valeriano aveva chiesto ai cristiani di sacrificare agli di, di interrompere ogni sorta di riunioni e assemblee e di abbandonare i cimiteri, luoghi di aggregazione. L'obiettivo era dividerli, separarli per schiacciarli pi facilmente. Per quanti si sarebbero rifiutati c'erano l'esilio e la morte (e ovviamente la confisca dei beni, uno dei motivi principali delle persecuzioni, costando care le guerre). Non furono poche le vittime dei suoi due editti. Alcune anche celebri. Si pensi a san Cipriano, vescovo di Cartagine, che venne letteralmente cotto in un calderone colmo di pece bollente, o a san Lorenzo di Roma, di cui tra il 1637 e il 1654 Pietro da Cortona dipinse il martirio, traducendo in immagini pregne di barocco romano la fine del santo su una graticola.
A sostenere e consigliare Valeriano nelle persecuzioni fu Macriano, un praepositus annonae* che il poeta cristiano Commodiano non sbaglia, forse, a chiamare Nero redivivus (Nerone redivivo), facendo leva sulla credenza popolare che voleva ancora in vita il principe giulio-claudio, la cui morte nel 64 d.C. sarebbe stata solo apparente: in verit egli viveva ancora e tormentava i cristiani. In una combinazione di escatologia e attualit, Commodiano riconosceva nei Goti i fratelli dei cristiani, perch erano loro ad aver battuto Decio. Sempre secondo questa logica, Commodiano vedeva in Shapur i la mano di Dio che aveva stritolato l'altro persecutore, Valeriano.
La fine di Valeriano, per alcuni persino peggiore della morte, ispir il figlio Gallieno. Come infatti egli rimase unico augusto, il principe ritir gli editti del padre. La motivazione, secondo il cristiano Orosio, risiederebbe nel timore di subire l'ira divina. Gallieno, timorato di Dio, ag nel rispetto dei cristiani, tanto che il vescovo di Alessandria Dionisio nel 262 d.C. lo acclam santo e amico della divinit, qualcosa in cui diversi storici non hanno esitato a ritrovare le parole di Eusebio di Cesarea per Costantino i il Grande (306-337).
Mentre Gallieno sedeva sul trono, Valeriano trascorreva gli ultimi anni di vita in una terra lontana fra genti straniere. Sembra che in molti avessero scritto a Shapur i per supplicarlo di liberare il prigioniero, ma invano. Tale Veleno, re dei Cadusii, consigli a Shapur di farlo, perch i Romani sono pi terribili proprio quando vengono vinti e un altro (forse) re a noi ignoto glielo avrebbe detto, perch tutti i popoli che in passato avevano vinto Roma, poi ne erano finiti conquistati, come le Gallie, l'Asia o l'Africa. Artabasde, saggio re degli Armeni, cerc di farlo ragionare: a essere stato preso era un vecchio, nulla di pi. Ma quel vecchio l'impero lo rivoleva indietro sul trono di Roma. Non renderlo avrebbe significato, continuava Artabasde, far scoppiare nuove guerre e coinvolgere anche la sue gente.
Gallieno non prov neppure a soccorrerlo, certo non per cattiveria n per disinteresse, ma per prudenza. Da quando i Goti avevano abbandonato le fila dell'esercito romano, al tempo di Gordiano iii, la forza di attacco di Roma si era notevolmente ridotta. La peste aveva solo peggiorato la situazione. A cosa avrebbe portato una disperatissima spedizione per ricondurre Valeriano in patria? Si sarebbe ripetuta la follia che aveva spinto i Persiani a riprendersi Demetrio ii, finito in mano partica nel lontano 140 a.C. Lo stato seleucidico si era letteralmente dissanguato e alla fine era rimasto con un pugno di mosche.
La cattura di Valeriano andava a completare un quadro dalle tinte fosche. Secondo quanto ricostruito dai demografi, in quel giro di anni si sarebbe verificato un violento calo della popolazione per via (anche) di carestie, pestilenze e violenze. In alcune zone dell'impero dobbiamo immaginare regioni abbandonate, miniere sfruttate molto meno che in precedenza. Il divario tra abbienti e meno abbienti aument. Meno lavoratori e pi spese (gli eserciti costano) spinsero gli imperatori del tempo ad alzare il valore nominale delle monete (di fatto superiore a quello effettivo legato al metallo che contenevano), affinch i pagamenti pi urgenti potessero essere comunque effettuati. Naturalmente non pochi Romani, gente concreta, preferirono nascondere quelle che avevano, sotterrandole magari in giardino, per disseppellirle quando fosse venuto il momento. Ma il momento (buono) non arriv pi.
Non  dato sapere cosa ne fu di Valeriano dopo la sua cattura: era la prima volta che un imperatore finiva nelle mani di un nemico. E sarebbe stata anche l'ultima. La storia romana non avrebbe infatti pi conosciuto una simile vergogna, paragonabile, se vogliamo, alla perdita delle insegne da parte di Crasso a Carrhae, nel lontano 53 a.C. Ancora una volta in Oriente un capo romano era finito catturato, subendo umiliazioni e perdendo la vita. Non  dato sapere se, come per Crasso, anche la testa di Valeriano sia rotolata nella sala del trono del re nemico e se un attore di corte, nell'afferrarla, avesse recitato il testo di un qualche spettacolo per noi perduto, oppure se Valeriano avesse vissuto bene la sua nuova vita persiana, trattato con ogni riguardo, con buona pace di quegli scrittori cristiani che fantasticavano sulla sua servitus, bisognosi di saperlo in grandissime difficolt. Nulla ci autorizza a propendere per l'una o per l'altra versione. Ma forse qualcosa si pu immaginare.
Valeriano era assennato. Aveva scelto per s la parte pi calda dell'impero, togliendo cos al figlio l'onore di metterci mano. E il figlio Gallieno, proprio come lui, si era attenuto al programma del padre, lasciandolo tra i Persiani e rifiutandosi di imbarcare Roma in una spedizione fallimentare e costosa, quando era a corto di uomini. Chiss, magari Valeriano si era consegnato a Shapur i, ma non per timore di affrontare i suoi soldati, malati e stremati, per per il bene di Roma. Valeriano sapeva quanto a Roma valessero gli ostaggi, specialmente quelli del suo rango, tenuti in ville di lusso e trattati con ogni riguardo, perch fare loro del male poteva compromettere ogni trattativa di pace con l'altro paese. Nel suo caso, avendo i Romani perso la guerra, Valeriano poteva aver pensato di essere pi utile a Roma cos che su un trono dove, tanto, era riuscito a insediare il proprio figlio, garantendo in questo modo un futuro alla famiglia (il solito, infelice, sogno della dinastia): finch Valeriano restava laggi, Shapur i poteva essere certo che Gallieno non avrebbe osato riprendere le ostilit contro di lui. Restituirlo avrebbe comportato la perdita di una carta importante. E infatti Shapur non lo restitu mai.
Tutto questo non  che fantasia. Come siano andate veramente le cose rimane un mistero.
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9. Un sogno, l'impero cristiano (anno 312 d.C.).
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Sotto questo segno vincerai!
(Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino 1, 27)
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Gli antichi raccontano di un sogno avuto da Costantino (306-337), il figlio di Costanzo Cloro (305-306), poco prima di una battaglia. L'uomo dapprima ebbe la visione di un simbolo, il monogramma di Cristo, vale a dire le iniziali del suo nome, in greco X e P (rispettivamente chi e rho di Chreists), quindi sogn una voce che gli diceva: Sotto questo segno vincerai!. Al risveglio fece riprodurre il monogramma sugli scudi dei suoi soldati e si lanci in battaglia. Si trovava appena fuori Roma, presso ponte Milvio. Il suo avversario era Massenzio, l'usurpatore del trono di Roma. Costantino vinse. L'episodio, di sicura storicit ma di altrettanto sicura manipolazione storiografica, lasci un segno profondo nelle coscienze dei Romani e, ancor di pi, nella memoria culturale dei cristiani, che da allora lo annoverarono fra le prove sicure dell'esistenza di Dio, leggendo nello scontro fra Costantino e Massenzio molto di pi dello scontro fra due imperatori rivali. Era lo scontro fra due culture: l'antica, quella pagana di cui il campione era Massenzio, e la nuova, quella cristiana, di cui il paladino era Costantino. Quel sogno, sopraggiunto l'anno prima dell'editto di Milano (313 d.C.) e una decina di anni prima dell'editto di Nicea (325 d.C.), rappresent una pietra miliare, un punto di svolta per i cristiani. Il sogno e la battaglia di ponte Milvio, tessere di un mosaico ben pi complesso, non possono non figurare tra i dieci eventi pi importanti della storia romana, soprattutto della nuova storia romana, cio di quella cristiana che avrebbe continuato per altri mille anni, in Oriente, nella citt fondata dallo stesso Costantino: Costantinopoli, la seconda Roma. Quando Costantino si convert, poco prima di spirare, il suo mondo era ormai un mondo diverso.
Al tempo in cui Costantino fece il sogno che determin, sempre secondo la tradizione cristiana, la sua vittoria contro il paganissimo Massenzio, aveva ben presente il credo cristiano e la figura di Ges, l'unto cui facevano riferimento le lettere greche chi e rho. L'anno prima il crudele imperatore d'Oriente Galerio (305-311) aveva promulgato un editto di tolleranza in favore dei seguaci di Cristo, lui che ne era stato uno dei pi fervidi persecutori. Dopo aver messo sul trono d'Occidente un suo protetto, Licinio, in occasione della conferenza di Carnuntum dell'11 novembre 311 d.C., finalmente in possesso anche dell'altra parte dell'impero che sino a quel momento era sfuggita al suo controllo, Galerio si ammal. Aveva un tumore. Spaventato all'idea che il dio dei cristiani gli avesse inviato la malattia come una punizione per il male inflitto ai suoi seguaci (ricordiamo che se il padre della Tetrarchia*, Diocleziano, aveva ripreso a perseguitarli, molto probabilmente era stato proprio per via di Galerio), Galerio eman un editto con il quale ordinava di tollerare la nuova fede, sospendendo ogni forma di violenza contro gli adepti. Correva il 30 aprile. Non pago di ci, per essere sicuro che Dio lo ascoltasse e lo aiutasse a guarire, l'imperatore aggiunse: I Cristiani dovranno pregare il loro dio per la salvezza mia, dello Stato e di loro stessi, perch lo Stato rimanga completamente integro ed essi possano vivere in pace a casa loro (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica 8, 17).
I cristiani ottennero cos la libert di culto, ma Galerio non guar. Si spense di l a pochi giorni. Gett tuttavia un seme prezioso.
Di tutt'altra pasta era invece il nemico che Costantino affront nella battaglia di ponte Milvio nella quale, ricordiamo, vinse in hoc signo (sotto questo segno). Massenzio non era uomo da paure e ripensamenti.
Nato siriano, al tempo di ponte Milvio aveva poco pi di trent'anni. Di rango senatorio per nascita, avrebbe potuto intraprendere una brillante carriera, ma non fu cos e certo non perch non ne possedesse i requisiti o le capacit. Massenzio ambiva a molto di pi e l'occasione gli si present quando si rese conto che Costantino, alla morte del padre Costanzo Cloro, ne aveva ereditato il rango di cesare, sempre secondo il sistema tetrarchico*. Massenzio allora chiese e ottenne dai suoi uomini il riconoscimento ad augusto e strapp al legittimo imperatore Flavio Severo il controllo sull'Italia centrale e meridionale e sull'Africa. Il tutto grazie al denaro e alle promesse con cui corruppe gli uomini pi vicini all'augusto, finendo con l'imprigionarlo. Nulla poterono contro Massenzio neppure Galerio o Massimiano (il padre del ribelle). Massenzio sembrava inarrestabile. Fu cos che alla conferenza di Carnuntum si parl (anche) di lui e lo si proclam hostis publicus*, vale a dire nemico pubblico.
L'imperatore Massenzio ritratto da una moneta dell'epoca (da Illustrium imagines).
Appresa la notizia della sua condanna, Massenzio sorrise. Non aveva paura di quei politicanti e molto probabilmente nutriva una fede incrollabile negli antichi di pagani. Questo  uno dei fattori al centro dello scontro con Costantino. Massenzio era pagano e aveva scelto Roma come base della sua usurpazione perch l'Urbe rappresentava da sempre la dimora degli di, il simbolo di quel mondo ormai cambiato che Massenzio non riusciva ad accettare, convinto che la crisi che l'impero attraversava fosse dovuta all'abbandono dei vecchi culti. E poi Roma era Roma: Massenzio adorava la citt e tutto ci che essa significava, al punto da chiamare Romolo il proprio figlio. Infine c'era la questione del sangue (sempre centralissima nella mentalit romana): Massenzio faceva leva su lontane parentele per rivendicare per s quanto Costanzo Cloro aveva lasciato a Costantino. E poi, ultima cosa ma non di minore importanza, Massenzio doveva vendicare suo padre Massimiano che, catturato a Massilia (Marsiglia), fu costretto al suicidio da Costantino (310 d.C.). Quest'ultimo accett la sfida e attravers l'Italia da nord a sud, senza problemi, aprendosi la via sino a Roma come una lama calda nel burro, e giungendo cos a ponte Milvio, dove Massenzio lo attendeva in armi. Testimone dello scontro, il fiume Tevere, particolarmente agitato in quel tratto. Veniamo adesso all'altro protagonista della battaglia.
Gaio Flavio Valerio Costantino era originario di Naissus (oggi Ns), nella Dacia Ripensis (parte dell'attuale Bulgaria). Figlio di Costanzo Cloro, l'augusto d'Occidente, e di una modesta donna della Bitinia, tale Elena, aveva percorso una brillante carriera militare combattendo nell'area danubiana, quindi contro il popolo dei Pitti in Britannia. Alla morte del padre, avvenuta mentre si trovava a Eburacum (oggi York in Inghilterra), Costantino, cui era stato inizialmente riconosciuto il rango di cesare, venne acclamato augusto dai suoi uomini, malgrado l'opposizione di Galerio, l'augusto d'Oriente. Proprio allora Costantino si trov ad affrontare Massenzio.
Arco di Costantino, particolare di una scena di battaglia.
Sul piano propriamente propagandistico (sia concessa questa espressione che non trova d'accordo tutti gli studiosi) Costantino marciava per liberare l'Italia dall'usurpatore. Nel 312 d.C. entr in Italia dal passo del Monginevro, quindi s'impossess facilmente della fortezza di Susa e di Augusta Taurinorum (Torino). Mediolanum (Milano) lo accolse con gioia e di l Costantino punt su Verona, la cui conquista segn la caduta dell'Italia settentrionale nelle mani del liberatore. Malgrado il piccolo esercito di cui disponeva (30-40.000 uomini), Costantino aveva vinto. Non restava che prendere Roma, la testa del serpente.
La battaglia decisiva tra i due si svolse alle porte della citt il 28 ottobre 312 d.C., in un'area compresa tra la riva destra del fiume Tevere e la via Flaminia. Il ponte, diciamolo da subito, non c'era. Venne fatto abbattere da Massenzio, che in un primo momento aveva deciso di chiudersi all'interno delle mura e resistere all'assedio. Ma poi egli decise di uscirne e di affrontare Costantino. Per poter dunque riattraversare il Tevere, fece stendere un ponte di barche. Nelle fonti si legge che, quando era ancora barricato all'interno della citt, offr sacrifici agli antichi di in cui credeva, interrog indovini, consult i Libri Sibyllini (vedi Capitolo ii), finch non ottenne una risposta: Chiunque avesse arrecato danno ai Romani sarebbe andato incontro a una brutta fine. La cosa lo sollev di morale. Era vero che Costantino si era fatto strada da nord sino a Roma senza difficolt, dunque che era forte e temibile, ma gli di ne avevano rivelato la sorte. A vincere sarebbe stato l'uomo che proteggeva Roma e i Romani (e i loro antichi di). Usc dalla citt e schier l'esercito in armi. Non  dato sapere se questa sia stata la spinta a commettere quel passo falso che gli risult fatale. Forse, pi semplicemente, non era nel suo carattere aspettare.
La battaglia esplose con violenza sul ponte di barche che lo stesso Massenzio aveva allestito.
Finch resistette la cavalleria, Massenzio parve ancora avere qualche speranza di riuscita. Ma non appena i suoi cavalieri cedettero, egli scapp con quanti erano ancora al suo fianco e punt alla citt attraverso il ponte. Tuttavia i legni cedettero sotto il loro peso, si spezzarono e Massenzio cadde in acqua con tutti i suoi. Quando i Romani vennero a sapere della vittoria [di Costantino], nessuno os gioire, perch alcuni pensavano che si trattasse di una falsa notizia. Quando per fu alzata su una lancia la testa di Massenzio, allora misero via ogni timore e mutarono lo scoramento in felicit (Zosimo, Storia nuova 2, 16-17).
Massenzio e i suoi furono cos inghiottiti dalle correnti del Tevere e morirono annegati. L'oracolo, che aveva predetto il vero, era stato dunque male interpretato. La versione sembra storicamente poco fondata e presenta il sapore della leggenda. Secondo un'altra (e pi verisimile), invece, Massenzio fu sconfitto in battaglia, decapitato e gettato nel fiume, come a Roma si faceva con i tiranni. Inevitabilmente i cristiani pensarono che potesse andare a finire in un diverso modo: il segno apparso a Costantino in sogno, e da lui apposto sugli scudi degli uomini, era il monogramma di Cristo. Era stato quello ad avergli procurato la vittoria. A oggi, di quella battaglia, sembra che siano venuti alla luce punte di frecce e di lance, scudi, frammenti di trombe, pezzi cio delle armi con cui fu combattuta.
Costantino entr in citt trionfante e cancell presto ogni traccia della presenza dell'usurpatore: la basilica di Massenzio nei pressi del Foro prese quindi il nome di basilica di Costantino (un esempio dell'intreccio, a doppio filo, fra luoghi, memoria e politica nell'Urbe). Le opere di edilizia e di restauro che Massenzio aveva progettato e avviato (come il tempio di Venere e le Mura Aureliane) avevano tutte per fine il ripristino del potere della citt. Ma ora sarebbe cambiata ogni cosa e la stessa urbanistica di Roma avrebbe ripreso a scorrere in avanti, nella direzione della cristianit, anzich indietro, come voleva il figlio di Massimiano.  cos che si deve intendere la costruzione della basilica di San Giovanni in Laterano con annesso battistero della basilica di Santa Croce in Gerusalemme nel palazzo Sessoriano, cos chiamata perch si credeva che l vi fosse la reliquia della vera croce sulla quale Cristo era morto, croce che la madre di Costantino, Flavia Giulia Elena, avrebbe ritrovato in una campagna (diremmo archeologica) condotta in situ, o ancora la costruzione della stessa basilica di San Pietro in Vaticano, concepita per accogliere le reliquie degli apostoli.
Nella storiografia gli autori cristiani videro in quella fine la prova dell'esistenza di Dio e della punizione da quello inflitta ai persecutori e, pi in generale, ai pagani. Massenzio, infatti, era stato il fautore di un ritorno di Roma a caput mundi, e non pi mera appendice di un impero governato altrove. Scrive lo storico Arnaldo Marcone: La propaganda costantiniana e il comprensibile trionfalismo degli autori cristiani concorrono nel suggerire una lettura mitica che non ci aiuta nella nostra ricerca di un'attendibile ricostruzione storica (A. Marcone, Costantino il Grande, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 39).
In verit, sul piano pi propriamente storico e meno storiografico la battaglia  offuscata, velata come da una nebbia sospinta sullo scenario degli avvenimenti tanto da scrittori cristiani quanto da scrittori pagani. Entrambe le parti, infatti, hanno cercato di fare di quello scontro, decisivo per la fine che vi trov Massenzio, la prova dell'esistenza di Dio o dell'esistenza degli di. L'episodio ha assunto i tratti di una guerra di religione, quando non lo fu: si tratt di uno scontro per il controllo di Roma. Potere. Nulla di sacro, tutt'altro.
Difficile , in questa nebbia, persino identificare il luogo esatto della battaglia. Oggi, al km 19 della via Flaminia, si possono vedere le vestigia di una torre-casale che, al suo interno, conteneva un arco quadrifronte edificato a celebrazione della vittoria di Costantino, che in origine, dunque prima che la torre-casale lo racchiudesse, doveva sorgere all'incontro fra la via Flaminia e la strada che portava a Veii (Veio). Con il tempo l'arco  finito inglobato in una chiesa, quindi in una torre che prese fuoco nel xv secolo (oggi il sito porta il nome di Malborghetto, derivatogli dall'incendio). Ora, l'iscrizione sull'arco ricorda Costantino, ma non l'imperatore, bens un farmacista di Mediolanum del xvi secolo di nome Costantino Pietrasanta, a cui si deve la restaurazione dello stesso arco. Dunque, la torre-casale del km 19 non  utile a identificare il luogo della battaglia.  invece sull'arco di Costantino, nei pressi del Colosseo, che si pu leggere l'iscrizione che l'imperatore fece apporre a ricordo della vittoria sul nemico, nella quale venivano esaltate la grandezza della volont (magnitudo mentis), caratteristica tipica dei sovrani ellenistici, e la ispirazione della divinit dell'imperatore (instinctus divinitatis), in cui  possibile scorgere un ambiguo richiamo tanto ad Alessandro Magno e alla sua discendenza da Zeus (dunque, un modello pagano), quanto all'aiuto che Dio gli avrebbe offerto (dunque, un modello cristiano), sempre per la necessit per Costantino di non inimicarsi la vecchia lite. L'iscrizione recita:
All'imperatore Cesare Flavio Costantino, Massimo, Pio, Felice Augusto, il senato e il popolo romano hanno dedicato l'arco insigne in grazia del suo trionfo, perch per ispirazione divina e per la grandezza della sua volont, insieme al suo esercito con guerra giusta strapp dallo stato l'usurpatore e i suoi seguaci (edr 103881).
Stando al racconto delle fonti (fonti, ricordiamo, faziosissime), Massenzio a un certo punto tent di tornare sulla sponda da cui si era lanciato a sprone battuto, ma nella manovra cadde in acqua con cavallo e armatura, finendo ingoiato dalle correnti del fiume, di quel dio Tiber in cui credeva. Alcuni storici hanno voluto scorgere nel dietrofront dell'usurpatore l'indizio di una sua confusione mentale, ma la cosa, come ogni tentativo di psicanalizzare personaggi storici, manca di qualsiasi fondamento.
Per gli scrittori cristiani, invece, la fine di Massenzio era chiarissima: secondo Eusebio di Cesarea si era ripetuto quanto avvenuto agli Egizi, quando il popolo di Israele, in fuga con Mos, aveva attraversato il Mar Rosso. Ma quello che Eusebio e storici cristiani e filocostantiniani come lui raccontano non corrisponde a verit. Parrebbe trattarsi, piuttosto, di un aneddoto costruito in un momento successivo alla battaglia sulla base della somiglianza tra l'attraversamento del Tevere da parte di Costantino e quello del Mar Rosso da parte di Mos. Sappiamo infatti che Costantino non aveva fatto riprodurre il monogramma del Chi Rho, dal momento che esso compare per la prima volta solo nel 327 d.C., su una moneta. Al tempo dello scontro con Massenzio, egli non era ancora cristiano. D'altra parte avrebbe continuato a ricoprire il pontificato massimo, la pi elevata carica religiosa pagana, sino alla morte, segno tangibile del desiderio di conservare l'appoggio dei potenti senatori ancora pagani e, forse, la naturale conseguenza dell'attaccamento profondo, culturale, all'antica religione.
Anche alcuni celebri dipinti hanno tradotto in immagini la battaglia, almeno come la tradizione cristiana la racconta. Si pensi, per esempio, a La vittoria di Costantino su Massenzio di Piero della Francesca, oggi nella cappella Bacci della chiesa di San Francesco ad Arezzo, oppure al grande affresco della scuola di Raffaello dal titolo La battaglia di Costantino, firmato da Giulio Romano e conservato oggi nella sala di Costantino dell'Appartamento pontificio in Citt del Vaticano, due esempi di come la fortuna, o sopravvivenza, dell'antico in et postclassica trovi proprio nella figura di Costantino l'esempio pi felice.
Sempre secondo la tradizione (cristiana), Costantino si sarebbe convertito proprio alla vigilia della battaglia di ponte Milvio.  un autore cristiano a parlarcene: Durante il sonno Costantino ricevette l'ordine di tracciare sugli scudi dei suoi uomini i segni celesti di Dio e quindi di iniziare la battaglia. Egli fece come gli era stato detto e, ruotando e piegando su di essa la punta della lettera greca X, scrisse sugli scudi Cristo in forma abbreviata (Lattanzio, Sulle morti dei persecutori 44).
Il passo  stato messo in dubbio da alcuni storici, che vi vedono una sovrainterpretazione da parte degli scrittori cristiani di quello che a loro avviso sarebbe stato un atto di ordine pratico: permettere ai soldati di Costantino di riconoscersi nella battaglia che avrebbero di l a poco combattuto contro altri Romani. Resta, tuttavia, che Lattanzio parla di un simbolo cristiano e che non  possibile dimostrare con solidi argomenti che l'autore menta. Un'altra fonte, Eusebio di Cesarea, riporta i fatti in modo lievemente diverso. Nel pomeriggio Costantino avrebbe scorto in cielo un simbolo a forma di croce e una scritta che recitava in hoc signo vinces, sotto questo segno vincerai, e che la notte successiva Cristo, apparendogli in sogno, gli abbia ordinato di riprodurlo sulle insegne dei suoi soldati. Ugualmente, anche questa versione  stata oggetto di critiche da parte di alcuni storici, che hanno fatto notare come, peraltro, Eusebio scrivesse molto tempo dopo quegli eventi, ai quali era pi vicino Lattanzio, il quale non menziona il simbolo in questione, il labarum*. Si tratterebbe, tuttavia, di un'argomentazione priva di sostegno, perch la sola assenza in Lattanzio del simbolo non pu, n deve, provare che al suo tempo esso non esistesse ancora. Di fatto, le fonti cristiane enfatizzano l'intervento divino nella battaglia e attribuiscono a Cristo e al suo monogramma il segreto della vittoria di Costantino, facendo di questi il paladino della cristianit. Senz'altro autori come Lattanzio ed Eusebio mancavano di oggettivit, e l'esercito di Costantino, ricordiamo, aveva dato prova di grande forza nella sua rapida discesa in Italia; ma non  affatto escluso che l'imperatore avesse apposto le iniziali di Cristo sui suoi scudi per evitare che i propri soldati potessero uccidersi tra loro e che avesse scelto proprio quelle di Cristo per sottolineare la rottura con il paganesimo che Massenzio rappresentava, tant' che al suo ingresso a Roma si rifiut di celebrare il trionfo che, per tradizione (una tradizione pagana), gli sarebbe spettato. Il fatto che sapesse di dover mantenere un'intesa con i senatori pagani non significa che nascondesse il suo credo (d'altra parte, a loro era cosa nota). E poi, si pensi, sull'arco commemorativo si legge di una ispirazione della divinit. D'altra parte,
Costantino probabilmente si era gi da qualche tempo avvicinato al cristianesimo: il conflitto finale con Massenzio richiedeva che l'adesione alla religione cristiana assumesse un'enfasi eccezionale. Il racconto dell'antefatto della battaglia negli autori cristiani suggerisce un'interpretazione di questo tipo. [...] A ogni modo egli, pur tacendo sulla conversione in quanto tale, non sembra mai mettere in discussione il fatto di aver avuto al suo fianco il vero Dio (A. Marcone, Costantino il Grande, Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 42-43).
Nel febbraio del 313 d.C. Costantino eman un editto che, nella sostanza, riprendeva quello di Galerio di due anni prima promulgato a Serdica (oggi Sofia). Era l'editto di Milano con il quale egli concedeva ai cristiani libert di culto. Non si trattava pi soltanto di semplice tolleranza, come con il provvedimento dell'augusto d'Oriente, ma di libert, una differenza significativa che poneva gli adepti di Cristo nella posizione di essere liberi e non pi sopportati. La loro integrazione era dunque avvenuta, almeno sul piano del diritto; su quello, pi complesso e tortuoso, della mentalit, sarebbero stati malvisti ancora per diverso tempo, con la differenza, di gran conto, che ora potevano pregare senza temere di finire uccisi o torturati.  un autore cristiano, Lattanzio, a riportarci parte del testo dell'editto, in cui si legge un passaggio fondamentale: A quanti desiderano seguire questa religione [la cristiana] deve essere lecito di aderirvi con piena libert (Lattanzio, Sulle morti dei persecutori 48).
Naturalmente, l'editto non proibiva ai pagani di esercitare il proprio credo.
Il concilio di Nicea (da F. Bartolini).
Costantino aveva compreso che il Cristianesimo non poteva essere arrestato. Una svolta, a parere della critica moderna, si sarebbe verificata nel 321 d.C. Costantino promulg una prima legge, nel mese di aprile, con la quale la concessione della libert a uno schiavo da parte di un privato cittadino valeva quanto quella accordata secondo la prassi, a condizione che avesse luogo in chiesa, di fronte a dei sacerdoti. Di giugno  invece la costituzione, sempre dell'imperatore, con cui qualunque cittadino poteva rivolgersi al tribunale di un vescovo, se non accettava il verdetto del giudice. Dunque la Chiesa acquisiva funzioni di giudizio di seconda istanza e con essa un primo assaggio di potere temporale. Ancora, nello stesso anno, Costantino impose il giorno di riposo per tutti, che sarebbe dovuto essere la domenica. Infine, dando prova di attribuire al matrimonio un'importanza senza precedenti nel mondo romano, aveva emanato ad Aquileia una legge il primo aprile del 320 d.C., con la quale si punivano i rapporti sessuali durante il periodo di fidanzamento, da rispettare nel modo pi assoluto, pena la morte tanto dei giovani quanto dei loro aiutanti (alle nutrici, per esempio, veniva versato in gola del piombo fuso!).
Punto di arrivo fu l'Editto di Nicea (maggio-giugno 325 d.C.), dal nome della localit vicina a Costantinopoli in cui fu promulgato (e beneaugurante, perch veniva dalla parola nike, vittoria in greco). Si trattava del primo concilio ecumenico, vale a dire universale, della Chiesa cristiana, definito nelle fonti antiche tanto santo quanto grande proprio per la sua ecumenicit. Non erano passati neanche dieci anni dall'editto di Milano che nuove nubi temporalesche si affacciavano sull'impero cristiano. Questa volta il problema non era la tutela dei cristiani, ma dei pagani. La necessit di organizzare il concilio nasceva infatti dal senso di rivincita che i cristiani, da sempre vittime delle persecuzioni, avvertivano sui pagani, una pericolosa rabbia che allontanava e separava, laddove, invece, occorreva restare uniti, perch l'impero, minacciato lungo i confini, aveva bisogno di compattezza. Costantino stesso scrisse una lettera agli abitanti delle province d'Oriente sul finire del 324 d.C., nella quale si legge:
Ti supplico, o Dio Onnipotente! Che tu sia mite e buono verso tutti gli abitanti dell'Oriente [...]. Nessuno dovr infastidire un altro: ognuno avr quello che il proprio cuore gli consiglia e a quella sola cosa sar obbligato (Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino 2, 55-56).
 molto probabile che l'imperatore non fosse in possesso di adeguate conoscenze di ordine teologico, ma che intuisse ugualmente la pericolosit delle posizioni di Ario, presbitero di Alessandria molto seguito. Ario, infatti,
aveva subordinato con tanto rigore il Figlio al Padre da compromettere l'unit stessa della Trinit e da considerare il Figlio come un dio minore, non partecipe n dell'onore n della natura del Padre, unico vero Dio (M. Gallina, Bisanzio. Storia di un impero (secoli iv-xiii), Carocci, Roma 2016, p. 33).
Il concilio dur ben cinque settimane, al termine delle quali fu raggiunto l'accordo su una professione di fede con cui si stabiliva che il figlio era della stessa sostanza del padre (homoousios, in greco, della stessa sostanza). Ma al contempo la Chiesa introduceva il concetto di eresia, destinato a segnare per molti secoli la storia occidentale.
Un frutto di quel concilio, e del conseguente editto,  il credo niceno-costantinopolitano, con il quale si afferma l'unicit di Dio e la trinit delle persone divine, il padre, il figlio e lo spirito santo:
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Ges Cristo, Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli [...] Credo nello Spirito Santo, che  Signore e d la vita, e procede dal Padre e dal Figlio [...] Amen.
Solo nel 380 d.C., con l'editto dell'imperatore Teodosio i (379-395), si arriver all'obbligo di conversione, con gravissime pene per quanti intendessero rimanere pagani.
Alla fine della vita, quando sentiva la morte apprestarsi, Costantino ricevette il battesimo. Ormai non aveva pi bisogno del sostegno dei senatori pagani e poi, dopotutto, aveva compreso che il messaggio di Cristo si era diffuso troppo per essere fermato. Il fenomeno, diremmo oggi, era virale. Dunque Costantino seppe comprendere il mutamento dei tempi e giocare, da vero equilibrista, durante tutta la sua vita, muoversi abilmente fra due religioni in gara fra di loro e fra i loro seguaci.
Figlia di quel sogno e impronta che Costantino lasci nella storia fu una nuova citt che egli fond in Asia Minore: Costantinopoli. Ricorse a un duplice rito, sia pagano che cristiano, e l'11 maggio del 330 d.C. ebbe luogo la dedicatio* della citt. Si tratt del punto di arrivo di un processo tutt'altro che breve. Sei anni prima Costantino aveva delimitato il perimetro della citt e solo nel 336 d.C. i lavori di fondazione erano stati ultimati. Ci vorranno cento anni perch la citt diventi la capitale dell'impero, la seconda Roma.
L'idea gli era venuta all'indomani della vittoria su Licinio, augusto d'Oriente, nel settembre del 324 d.C. La posizione della colonia greca, d'altra parte, era stata notata da molto tempo. Si pensi che il sito era occupato gi alla fine del iii millennio a.C., quindi vi giunsero i Fenici nel vii secolo a.C., ponendovi un proprio emporio (uno scalo commerciale), al quale nel 660 a.C. si affianc una colonia di mercanti di Megara cui fu dato il nome di Bisanzio da quello del (presunto) fondatore Byzas. Solo dopo che vi sorse Costantinopoli e che la nuova citt assunse le fattezze di Roma al punto da divenire la seconda Roma, dunque post eventum, spuntarono, un po' qui e un po' l, interessanti connessioni con la citt di Romolo. In un discorso indirizzato all'imperatore Costanzo secondo (337-361), Temistio scrisse che Costantino poteva essere tranquillamente definito il Romolo della nuova Roma (Orazioni 3, 42) e in un altro discorso, stavolta per l'imperatore Teodosio i (379-395), aggiunse che il mondo avrebbe avuto due citt, la Roma di Romolo e la Costantinopoli di Costantino (Orazioni 14, 14a-b). Parallelismi, dunque, tra i fondatori e desiderio di stabilire connessioni genetiche fra le loro citt. D'altra parte, Costantinopoli era figlia di Roma.
Sulla stessa fondazione dell'antica colonia di Bisanzio iniziarono a circolare leggende che non potevano non richiamare alla memoria quella di Roma. La colonia sarebbe stata fondata da tale Byzas, che per venne attaccato dal fratello Strombos, con il quale in precedenza c'erano stati gi dei dissapori in merito alla delimitazione della cinta muraria. Passarono secoli e la colonia fu distrutta da Settimio Severo (193-211) per odio verso Pescennio Nigro, quindi sotto Caracalla (211-217) ottenne lo statuto di colonia romana con il nome di colonia Antoniniana. Solo con Costantino aveva ricevuto il nome che la rese grande, a partire dal 324 d.C., il quale provvide anche a nominare suolo italico quello su cui sorgeva (altrimenti non avrebbe potuto consacrarla n dedicarla). La storiografia bizantina guard sempre alla leggenda dei gemelli, dal momento che la citt fondata da Romolo si poneva in rapporto diretto e di continuit con quella di Costantinopoli, ma non si limit all'osservazione, bens intervenne. Eusebio di Cesarea, Giovanni Malala e altri scrittori bizantini riformularono le vicende dei gemelli, soprattutto la storia del loro allattamento, al fine di ridimensionarne la miracolosit, come ha giustamente sottolineato Augusto Fraschetti:
 comunque chiaro in questa stessa storiografia [cristiana] il fine non solo di razionalizzare ma anche di moralizzare la figura che avrebbe allattato i gemelli: non una lupa animale-totem, n una lupa prostituta [come aveva voluto l'annalista Licinio Macro nel i secolo a.C.], ma molto pi semplicemente una pastora di nome Lupa (A. Fraschetti, Romolo il fondatore, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 126).
L'Arco di Costantino in un'incisione del xvii secolo.
Non si limitarono alla lupa, ma riscrissero ampiamente la (miti)storia dei gemelli, per legittimare alcuni aspetti della societ bizantina, come l'istituzione di un ippodromo con tanto di squadre, un aspetto che, rispetto a Roma, avr un ruolo centrale nella politica bizantina.
Non  dato sapere perch Costantino scelse la modestissima colonia greca di Bisanzio (colonia di Megara) per la citt cui diede il suo nome, ma sono state avanzate diverse ipotesi. Alla base di quella scelta radicale, e rivoluzionaria, stava anche il disgusto dell'imperatore per i vecchi circoli pagani di Roma, come si evince dal Discorso all'assemblea dei santi (testo costantiniano, come a buon diritto sostiene lo storico Santo Mazzarino), e la scarsa abitudine alla vita mondana che l'antica capitale offriva, lui che era cresciuto insieme al padre fra soldati e confini pericolosi dell'impero.
Lo spinsero a questa impresa la necessit di avvicinare la sede dell'impero ai confini delle ricche regioni dell'Oriente, il desiderio di creare ex novo un grande spazio urbano cristiano, non pi condizionato dalle antiche ma sempre vive vestigia del paganesimo, e la volont di legare il proprio nome, come gi avevano fatto Alessandro Magno, Traiano e Adriano, alla fondazione di una splendida megalopoli (M. Di Branco, Breve storia di Bisanzio, Carocci, Roma 2016, pp. 30-31).
Altri storici, invece, credono che la fondazione della citt avesse motivi di ordine biologico: Roma era vecchia e malata e lo spirito dell'impero aveva bisogno di un nuovo corpo in cui albergare. Come per Zosimo e altri scrittori pagani, che vedono nella nuova Roma l'alternativa all' antica, citt che ormai non era pi in grado di far fronte ai problemi di una politica sbilanciata verso est. In realt, la nuova Roma non nasceva dalla rottura con la vecchia, tutt'altro. Essa nasceva dalla speranza di riavvicinare l'Occidente latino all'Oriente greco, sempre pi distanti. A riprova di ci, si pensi alla presenza di numerosi templi pagani, come quello per la dea Tyche, la Fortuna di Costantino (di fatto un contraltare alla Fortuna di Roma). Obiettivo precipuo di Costantino era risaldare le due parti in cui l'impero si stava spaccando, frattura alla quale contribuiva non poco il retore greco Libanio, fautore della grecit e di un patriottismo tutto ellenico in nome del quale esortava i Greci e rifiutare l'integrazione con i Romani.
Non furono queste, tuttavia, le uniche ragioni, per quanto validissime, che portarono Costantino a fondare una nuova citt. Roma era in crisi, nessuno poteva negarlo, e aveva bisogno di un aiuto a est. Costantinopoli poteva costituirlo, tanto pi che si trovava in una posizione strategicissima: sul Bosforo, il canale che unisce il mar di Marmara e il porto naturale del Corno d'Oro, all'estremit di un triangolo di terra, lungo la via Egnatia che metteva in connessione Occidente e Oriente. E poi c'era il commercio, ormai spostato verso est, e la necessit di stabilire un contatto fra il Mare del Nord e il Mediterraneo orientale.
Sul modello di Roma, Costantino pose nella sua citt un senato, un Campidoglio, un miliario aureo, una zecca e anche un pretorio, perch quella citt fosse la Roma renovata (anche se solo di sei chilometri quadrati), e soprattutto edifici di rappresentanza, come l'Augusteo, il Pretorio, l'Ippodromo. Si apriva cos la via all'impero bizantino, figlio longevo di quello romano. Era davvero romano, dato che i suoi sudditi si definivano Romei e non bizantini (termine invece impiegato fra i primi da Charles du Fresne, sieur du Cange, 1610-1688). La seconda Roma avrebbe dovuto essere la capitale delle due parti dell'impero e come tale doveva trovarsi tra di esse, e di questo Costantino non faceva segreto: si pensi che tenne l i festeggiamenti dei vicennalia (cio i venti anni del suo regno), recandosi a Roma per celebrarli di nuovo solo l'anno dopo (326 d.C.), violando cos la tradizione, il mos, e offendendo l'aristocrazia pagana, rea di aver sostenuto Massenzio. Quella fu l'ultima volta che Costantino visit Roma. Raccontano le fonti che mentre prendeva parte a una festa pagana gli fosse apparso un phasma, cio una visione, mandato dal vescovo di Cordova, tale Ossio, meglio noto come l'Egiziano, cio mago ciarlatano. Sempre secondo i racconti, Costantino sarebbe fuggito via terrorizzato e non avrebbe fatto pi ritorno nella Roma pagana, neppure per i tricennalia (vale a dire i trent'anni) del suo regno nel 335 d.C.
Con questo racconto, della cui storicit  legittimo dubitare, veniva fatto nascere l'impero bizantino: per i pagani, primo tra tutti lo storico Zosimo, esso non sarebbe stato che un rifugio da Roma, citt ostile all'imperatore, patria della paganit e assediata dai (cosiddetti) barbari. Una sciocchezza, poich sappiamo che Costantino aveva pensato a una nuova capitale gi dopo la vittoria su Licinio del 324 d.C. Come frutto di fantasia sarebbe anche il furto del Palladio di Roma, che egli avrebbe condotto nella sua citt per renderla una nuova Roma. Costantino non disprezzava l'Urbe apertamente, ma in segreto. Nei suo confronti aveva sempre tenuto un comportamento corretto.
Si pensi ai vicennalia del 326 d.C. Vi aveva fatto ritorno per mantenere buoni rapporti con i senatori pagani che sapeva di non poter ignorare. La politica, d'altronde,  l'arte del compromesso. Tuttavia, seppure mosso (all'apparenza) dalle migliori intenzioni, venne a sapere che la moglie Fausta e il figlio di primo letto Crispo avevano una relazione amorosa. Sembra che i due aspirassero al trono e che fu questo, in realt, il motivo per cui furono uccisi. Il phasma mandato da Ossio, allora, avrebbe detto all'imperatore che quando una persona cambiava credo, le venivano perdonate tutte le colpe. Costantino si fece cos battezzare. Questa versione  di chiara matrice pagana, perch Costantino vi figura come un vizioso opportunista che pass al Cristianesimo per mero tornaconto personale.
I motivi della conversione furono, invece, ben pi complessi di quanto Zosimo e compagnia bella vogliano far credere. Egli vedeva nell'unico Dio l'unicit dell'impero, unicit alla quale ambiva, immaginando che alla monarchia terrestre, la sua, corrispondesse la monarchia celeste di Dio. Si fece battezzare solo al momento della morte, nella Pentecoste del 337 d.C. La sua vita finiva, ma la sua memoria continuava. Per tutto il Medioevo egli fu l'imperatore dei cristiani e della Chiesa. Si pensi che nell'viii secolo fu elaborato un falso, noto come Donazione di Costantino, con cui si attribuiva all'imperatore la concessione del potere temporale sull'Italia e sulle chiese, come segno di gratitudine verso papa Silvestro i che lo aveva guarito dalla lebbra. Il documento fu riconosciuto come inattendibile solo in et umanistica grazie al lavoro di Lorenzo Valla.
Nella cappella di San Silvestro presso la chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma si pu ammirare, su un affresco del xiii secolo, Costantino che tiene la briglia al cavallo su cui siede papa Silvestro (un atto, va da s, di sottomissione). Infine, si pensi al ciclo di affreschi sulla Leggenda della Croce di Piero della Francesca, oggi nella chiesa di San Francesco ad Arezzo. Qui, il primo agosto del 1347, Cola di Rienzo fece un bagno nella vasca di basalto dove, si diceva, lo aveva fatto lo stesso Costantino quando papa Silvestro lo aveva liberato dalla lebbra, per richiamare, simbolicamente, il lavaggio dell'Italia insozzata dalla tirannide.
Se nel Medioevo Costantino era dunque assurto a simbolo della cristianit, a eroe della Chiesa, nel xvi secolo tutto cambi. Egli divenne l'uomo che aveva abbandonato Roma! Nel 1576 l'intellettuale tedesco Johann Lwenklau pubblic la traduzione della Storia nuova di Zosimo, sino ad allora in greco (lingua, lo ricordiamo, appannaggio di pochissimi), seguita dal ritorno di operette, sempre in greco e ora anche in latino, di chiaro segno anticostantiniano, come quelle del nipote dell'imperatore, a sua volta imperatore, Giuliano l'Apostata (361-363), il restauratore della paganit. Tutto ci and ad alimentare la polemica protestante contro la Chiesa cattolica, viziosa e corrotta, al cui servizio Costantino aveva piegato lo Stato. Voltaire lo detestava per la sua fede in Dio, mentre nel 1853 lo storico Jacob Burckhardt lo riconobbe come sostanzialmente non religioso. Oggi la critica scorge in lui un uomo che si era avvicinato a Dio, questo s, ma lentamente e senza traumi repentini e definitivi con le tradizioni pagane (che , poi, l'interpretazione forse pi convincente).
Rimane condivisa dagli studiosi l'impressione che egli fosse il pi violento rivoluzionario della storia romana, perch seppe rompere, seppure per gradi, con i vecchi schemi, accettando i mutamenti profondi portati dal iii secolo, il secolo della crisi e della cosiddetta anarchia militare. Come lo storico Santo Mazzarino diceva, Costantino non ha cercato di spegnere l'incendio che divampava, ma ha saputo utilizzare le braci del vecchio mondo per costruirne uno nuovo.
Tutto, dunque, non era nato da un sogno. Molto probabilmente, infatti, il rapporto di Costantino con la fede cristiana  stato lento, graduale, sempre in un delicatissimo equilibrio con la paganit, ancora forte e presente, soprattutto nei palazzi del potere, con cui l'imperatore dovette fare i conti per gran parte del suo governo. Fu un rapporto di comodo, anche, e inevitabile, dati i tempi e la diffusione capillare e inarrestabile della nuova fede. E poi, forse, a Costantino non dispiaceva quella religione.
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10. Un saccheggio, il tramonto di Roma antica (anno 410 d.C.).
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Se Roma perisce, chi mai si salver?
(San Girolamo, Lettere 123)
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I Goti saccheggiarono Roma dal 24 al 27 agosto del 410 d.C. Il sacco pass alla storia come l'evento forse pi funesto della citt dai tempi di Brenno, capo gallico che l'aveva invasa nel lontano 390 a.C., circa ottocento anni prima. La capitale, violata e depredata, si avviava al tramonto, che sarebbe avvenuto di l a una sessantina di anni con la deposizione dell'ultimo imperatore romano, piuttosto un usurpatore, il bel Romolo Augustolo.
La storia di Roma fin in tragedia. Ma la protagonista non fu tanto la citt, vittima degli di che la avevano condannata a morte, quanto il popolo che ne segn l'arresto, i Goti.
Quando nel 410 Alarico saccheggi l'Urbe eterna non era la prima volta che i Romani incontravano questa gente. Venivano dalle steppe del Nord e gi il poeta cristiano di iii secolo, Commodiano, ne parlava, ricordandone l'invasione e il saccheggio della penisola balcanica seguiti alla caduta dello stesso imperatore romano Decio ad Abritto nel 251 d.C. Quella morte, secondo Commodiano e i cristiani di allora, assumeva i contorni della vendetta di Dio per mano dei fedeli Goti sui pagani persecutori. Addirittura in Commodiano il re dei Goti prendeva il nome di Apolion (in greco Distruttore), personaggio che nell'Apocalisse di San Giovanni seminava la morte sulla Terra. Quell'invasione, la prima vera grande invasione gotica, si era intrecciata a doppio filo con il quadro apocalittico del iii secolo, il secolo della crisi romana per eccellenza, dell'anarchia militare, crepa strutturale che presto avrebbe portato alla caduta dell'impero. D'altra parte, secondo il poeta, Dio aveva pi che ragione a inviare i Goti, perch i Romani erano stati dei ragazzini a credere per ben due secoli ai fulmini di Giove!
Prima di Commodiano, i Goti compaiono anche nelle testimonianze di altri autori. Nei lontani tempi di Alessandro Magno (iv secolo a.C.) un marsigliese aveva raccontato dell'esistenza di una gente del Nord e in una raccolta di stranezze databile al 200 a.C. si leggeva di Germara, popoli cio del Nord che non vedono il giorno e forse da identificare con loro. Una celebrazione dei Goti e delle genti barbariche del Nord si ritrova anche nello storico Tacito (i secolo d.C.), che li esalta secondo il mito del buon selvaggio, vedendo in quelle rozze popolazioni l'opposizione alla civilt (decadente!) rappresentata da Roma. Tutto un tema, questo, che continuer con il filosofo Seneca (i secolo d.C.), che lo discute congiuntamente con la dottrina stoica (Lettera 90). Fu tuttavia Commodiano il primo a intuire il peso che i Goti avrebbero avuto nell'economia generale dell'impero e a vedere il giudizio di Dio nella smorfia blasfema dei Romani persecutori, per citare le belle parole di Santo Mazzarino (La fine del mondo antico, Rizzoli, Milano 1988, p. 47).
Proprio la connessione tra fede cristiana e convinzione apocalittica, ovvero fra la nuova religione e il messaggio sovversivo della fine del mondo romano, spingeva gli imperatori a perseguitare i cristiani e a lanciare durissime critiche contro i loro libri. Si pensi a Porfirio, un pagano del iii secolo che studiava i testi cristiani per demolirne la credibilit: fu lui a dimostrare che il Libro di Daniele non parlava della prossima caduta dell'impero romano, ma di quella gi avvenuta dell'impero seleucidico e che, dunque, esso non rappresentava in alcun modo una profezia da temere. Ma la filologia non vince sulle rivoluzioni spirituali. D'altra parte, che il mondo romano fosse giunto a un punto d'arresto lo vedevano bene anche i pagani, che riconducevano le cause del collasso a una malattia dilagante nelle sterminate terre dell'impero. Un grande malato accerchiato da orde barbariche che latravano, per parafrasare l'anonimo autore di un'opera indirizzata all'imperatore Costanzo secondo (337-361). Un malato senza cure.
Per un intellettuale dell'epoca, il vescovo di Milano Ambrogio (337-397), uomo lealissimo all'impero, i Goti sono una causa del crollo di Roma, ma certo non l'unica. Egli parla infatti di hostes extranei e di hostes domestici, vale a dire di nemici esterni e nemici interni. Se i nemici esterni sarebbero da identificare appunto con loro, quelli interni invece sarebbero le passioni e, pi precisamente, la sete di denaro e di potere che allontana l'uomo da uno stato di purezza, uno stato di natura:
Ci sono anche altre guerre che un cristiano si trova a dover affrontare: le battaglie delle cupidigie, i conflitti delle passioni. I nemici interni sono di gran lunga peggiori degli esterni! Tuttavia il forte dir: se davanti a me si schierano gli accampamenti nemici, il mio cuore non temer; se contro di me scoppia la battaglia, io manterr la mia speranza (sant'Ambrogio, Salmo 26).
Ammiano Marcellino, storico pagano che scrive sotto Teodosio i il Grande (379-395), nella sua opera indaga le cause della decadenza di Roma per ritracciarle in parte nei barbari, inevitabilmente (come gi il vescovo prima di lui), in parte nella classe dirigente romana, nemica interna che dilania l'impero attraverso una eccessiva pressione tributaria (in fondo, si trattava di una lettura poi non cos distante da quella fornita dall'altro). Un autore dello stesso torno di tempo, Vegezio, ritiene invece che la cura alla malattia che sta uccidendo l'impero risiederebbe nel ripristino dell'antica disciplina militare, nella ricostituzione di eserciti capaci (e non formati dai peggior coloni, vale a dire gli eserciti che i proprietari terrieri spedivano al fronte, tenendo per s gli uomini migliori secondo quella logica miope che avrebbe portato a un indebolimento delle armate romane). Anche se Roma se la cav, almeno sino al 410, tuttavia era sempre meno la gente che credeva che potesse durare a lungo.  molto efficace l'immagine che circa nel 400 d.C. Sulpicio Severo diede dell'impero romano, quando ricorda la statua del babilonese Nabucodonosor: significativamente essa aveva i piedi di argilla. I grandi imperi hanno i piedi fragili, cio sono destinati a cadere.
I Goti invasero l'impero romano perch fuggivano da un popolo pi temibile di loro, gli Unni. Narrano antiche leggende che gli Unni dovessero la loro ferocia alle Aliorumnae, streghe che vagavano allora per le steppe desertiche, sino a incontrare degli spiriti malvagi ai quali si unirono. Ne nacquero gli Unni; un popolo, dunque, le cui stesse (immaginarie) radici non promettevano nulla di buono, o comunque la dicevano lunga su quanto fossero temuti.
Lungo la loro marcia gli Unni seminarono morte e distruzione, e procedettero inarrestabili sino alle terre dei Goti. Quando i barbari seppero della loro prossima venuta, fuggirono sulle rive del Danubio, frontiera naturale dell'impero romano, e mandarono uomini a chiedere aiuto all'imperatore Valente (364-378). Questi, dopo una lunga riunione, decise di accogliere quelle genti disperate nel suo territorio e organizz il loro traghettamento al di qua del fiume. La trasferta, per quanto studiata a tavolino, si svolse nel caos pi totale, dato il panico nel quale i poveretti versavano da tempo, temendo l'arrivo dei figli delle streghe. Ammiano Marcellino, nel citare il poeta Virgilio, paragona i profughi a dei granelli di sabbia sospinti dal vento di primavera sulle coste dell'Africa: una moltitudine disordinata.
Tuttavia, l'accoglienza dei barbari non diede i frutti sperati. La convivenza civile e il loro futuro arruolamento, ragioni per le quali Valente aveva deciso di farli entrare, furono cancellati dalla fame. I romani che avevano infatti coordinato le operazioni sul campo negarono agli sfollati quanto promesso, viveri in primo luogo, e anzi si abbandonarono a un turpe commercio di persone. Pur di mangiare i barbari vendettero persino mogli e figli e inevitabilmente scoppi una rivolta. Lo scontro fra Romani e Goti ebbe luogo a Hadrianopolis, in Tracia, nel 378 d.C. L'imperatore Valente vi partecip, perdendovi la vita in un incendio che lo arse vivo, un episodio che si impresse a fuoco nella memoria dei Romani del tempo. Scrive lo storico Ammiano Marcellino riferendosi alla battaglia di Canne del 216 a.C., in occasione della quale l'esercito di Lucio Emilio Paolo si scontr con Annibale: Se escludiamo la battaglia di Canne, negli annali non si ricorda una carneficina pari a questa (31, 13, 19).
Alla morte di Valente, l'imperatore d'Occidente Graziano (375-383) nomin imperatore d'Oriente un tale Teodosio, generale ispanico. Costui avvi una politica di dialogo con i barbari, dal momento che lo scontro diretto non si era rivelato una scelta felice. Come scrive Umberto Roberto:
I Goti avevano guadagnato sul campo il rispetto di Roma [...] rappresentavano un'enclave politica e culturale all'interno dell'impero: la strada verso la formazione dei regni romano-barbarici era ormai aperta (U. Roberto, Roma capta. Il Sacco della citt dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 56).
 a questo punto che fa il suo ingresso nella storia un uomo di nome Alarico. Membro della famiglia principesca dei Balta, aveva militato come alleato sotto l'imperatore Teodosio i. Era stato grazie a lui se Teodosio si era potuto sbarazzare degli usurpatori delle Gallie Magno Massimo (387-388) ed Eugenio (392-394). Quando per nel 395 Teodosio mor e lasci l'impero ai figli Onorio e Arcadio, dividendolo per la prima volta in due parti, Alarico perse quel potere che gli derivava da un'intesa tutta speciale con l'imperatore. Furono infatti i ministri dei giovani eredi a tenere le redini di quelli che ormai erano di fatto due imperi. L'inetto Arcadio, in Oriente, governava assistito da una corte insidiosa nella quale spiccavano per astuzia politica Rufino ed Eutropio, mentre in Occidente il piccolo Onorio, di appena undici anni, sedeva sul trono sotto l'ala protettrice del vandalo Stilicone, un generale di cui Teodosio i si fidava ciecamente e al quale aveva consegnato il fanciullo. Stilicone, barbaro a capo dell'impero d'Occidente (un impero assediato da barbari!) rivendicava tuttavia anche la pars Orientis, asserendo che Teodosio i gli avrebbe chiesto di aiutare anche l'altro figlio, Arcadio, nella gestione dell'impero. Inutile dire quanto i ministri di questi temessero l'intromissione del generale, poich scorgevano in quell'uomo forte e autoritario una minaccia alla loro supremazia (di fatto, sia chiaro, Arcadio era un fantoccio nelle loro mani). In tutto ci a rimetterci furono i Goti, foederati, cio alleati, grazie ai quali Teodosio i aveva battuto gli usurpatori. Adesso che l'imperatore era morto, un generale (barbaro) si permetteva di rispedirli lungo la frontiera danubiana a svernare - cosa assai improbabile, visto il gelo e le condizioni in cui i soldati versavano. Loro, che sotto Valente avevano ottenuto il permesso di attraversare il Danubio per sfuggire ai tremendi Unni, adesso dovevano tornare su quel confine spaventoso. Ma l'orrore doveva ancora venire. Proprio quell'inverno del 395 il Danubio ghiacci... e gli Unni poterono finalmente attraversarlo. Il panico si diffuse tra i Goti che scelsero come loro guida Alarico, un uomo d'azione. E l'invasione ebbe inizio.
Medaglione bronzeo di Arcadio (da J. Sabatier, Dscription des monnais byzantines).
Di l, dopo aver vagato fra la Tracia e la Macedonia, nel 397 Alarico pass nel Peloponneso, spargendosi nell'impero a macchia d'olio. Qui Stilicone, pur forse potendo mettere fine all'ambizione del visigoto, non lo fece. Le ragioni sono a oggi oscure ma di certo sollevarono non pochi sospetti sul conto del generale vandalo, tanto che da Costantinopoli Arcadio lo dichiar hostis publicus*. A trarne vantaggio fu Alarico, l'uomo che di l a qualche anno avrebbe guidato il saccheggio di Roma, dal momento che Arcadio gli riconobbe la carica di magister militum* dell'Illirico. Una soddisfazione destinata, tuttavia, a durare poco. Di l a breve, infatti, ne venne bruscamente privato e Alarico, trovandosi stretto nella morsa dei fratelli e intravedendo la minaccia unna incombere sulla sua gente, tent il tutto per tutto e punt su Roma. Alla difesa dell'Italia, cuore antico dell'impero d'Occidente sul cui trono sedeva il piccolo Onorio, c'era Stilicone. Il generale, per, non batt mai in modo definitivo l'avversario, bens gli lasci sempre una via di fuga. Le fonti antiche non esitano a spiegare questa curiosa condotta con il tentativo (o i tentativi?) di Stilicone di addivenire a un abboccamento con Alarico, del quale voleva l'appoggio dell'esercito per fronteggiare le invasioni barbariche. Non  anzi escluso che Stilicone e Onorio avessero accordato ad Alarico quel titolo di magister per Illyricum (occidentale), che Arcadio gli aveva prima concesso e poi tolto, forse nel tentativo di prepararsi a una guerra contro l'impero d'Oriente (405 d.C.). Insomma, per un motivo o per l'altro Alarico non fu messo mai con le spalle al muro.
A cinque anni dal sacco di Roma i rapporti tra lui, Stilcone e Onorio erano i migliori possibili. A riprova, Stilicone ordin ad Alarico di occupare l'Epiro, sotto il dominio di Arcadio, e al contempo viet alle navi orientali di attraccare nei porti e per di pi, come se ci non bastasse a suscitare una (ricercata e) violenta reazione da parte dell'impero d'Oriente, si rifiut di riconoscere il console* romano-orientale per l'anno 405 d.C. Una provocazione dopo l'altra. Obiettivo di Stilicone e Onorio era ottenere da Arcadio la parte orientale dell'Illirico e quindi affidarla, insieme alla occidentale, ad Alarico, assicurando a Roma l'approvvigionamento di nuovi uomini. Ma qualsiasi progetto di Stilicone fu destinato al fallimento. La causa, le invasioni barbariche ormai all'ordine del giorno: gli Ostrogoti di Radagaiso prima, quindi Suevi, Alani e Vandali che penetrarono nelle Gallie e poi l'usurpazione di Costantino iii, che dalla Britannia scese e occup le Gallie e la Spagna. Non era tempo di rivendicare l'Illirico orientale, c'era ben altro cui pensare. Alarico, vedendo che la spedizione veniva annullata e che dunque sfumava, costretto a versare ai suoi uomini una ricompensa per il tempo e le energie profuse, marci a Aemona, cittadina tra Norico e Pannonia Superiore, e vi si accamp senza aver ricevuto alcuna autorizzazione da parte di Onorio o del suo generale. Da l chiedeva quattromila libbre d'oro, altrimenti, minacciava, avrebbe invaso l'Italia. Denaro, sia chiaro, per poter sfamare quanti lo avevano scelto come capo e seguito. I Goti erano stanchi di essere spostati dai Romani come delle pedine sul loro scacchiere internazionale; pretendevano invece quel rispetto che  dovuto a ogni essere umano. Stilicone ne discusse con i senatori a Roma e alla fine si vot per pagare, malgrado le proteste di alcuni e di uno in particolare: Lampadio, uomo in vista per discendenza e posizione, si spinse a esclamare nella lingua dei padri: Non est ista pax sed pactio servitutis!, vale a dire che quello che stavano facendo significava schiavit e non certo pace (Zosimo, Storia nuova 5, 29).
Il rapporto fra Stilicone e Alarico si configurava ancora una volta come un rapporto fatto di compromessi (da parte del primo, ovviamente). Di fatto, con le invasioni barbariche e l'usurpatore Costantino iii, Onorio e Stilicone avevano bisogno di alleati e non di un altro nemico, per di pi temibile, da aggiungere alla lunga lista. Fu cos che il pagamento delle quattromila libbre d'oro fu seguito da una nuova alleanza con i Goti. Purtroppo in un impero gi dilaniato da lotte esterne se ne aggiunsero altre interne. Olimpio, un cortigiano di Onorio, approfittando dell'assenza di Stilicone espresse all'imperatore le proprie perplessit sul vandalo, nel quale scorgeva un nemico di Roma proprio per via di quei rapporti ambigui che intratteneva con i Goti. Stilicone cerc di persuadere Onorio che i sospetti e le accuse di Olimpio erano infondate, specialmente quella secondo cui egli si sarebbe offerto di andare in Oriente per mettere sul trono il proprio figlio Eucherio. Vietatogli l'incontro con l'imperatore, dopo aver cercato riparo in una chiesa, Stilicone venne arrestato e subito giustiziato. Era il 23 agosto 408 d.C. Due anni e un giorno prima del sacco di Roma di Alarico. La sua fine, dignitosissima, viene narrata con ammirazione da Zosimo, che riprende dalla sua fonte Olimpiodoro tutto il sentimento di solidariet per un uomo di grande valore, che aveva preferito porgere il collo al boia piuttosto che scatenare una nuova guerra tra Romani e barbari:
I barbari con lui, gli schiavi e soprattutto gli amici, un numero esiguo, tentavano di salvarlo, ma Stilicone, minacciandoli e spaventandoli, li fece desistere. Quindi offr egli stesso il collo alla lama (Zosimo, Storia nuova 5, 34).
La ragione del processo che avrebbe portato al sacco di Roma sta proprio nella morte di Stilicone. Il vandalo, infatti, al di l delle accuse di Olimpio (peraltro mai confermate), era stato capace di dialogare con il barbaro, in quanto egli stesso straniero. Olimpio e i suoi uomini, invece, appartenevano alla fazione antibarbarica, un gruppo ostile all'integrazione degli stranieri nella corte e negli eserciti romani. Per ordine di Olimpio, pare, le famiglie dei soldati barbari a difesa delle citt romane vennero trucidate, facendo di quelli che da alleati difendevano l'impero i suoi peggiori nemici. Inevitabilmente, i contingenti barbarici che Olimpio aveva perso in nome di una politica di chiusura si riunirono attorno alla figura di Alarico. Fu dunque questa la premessa del drammatico evento che avrebbe avuto luogo di l a un paio d'anni, un evento nel quale qualcuno ha riconosciuto la vendetta del defunto Stilicone.
Alarico, re dei Goti (370-410). L'unico ritratto dell'epoca pervenutoci. Disegno copiato da un'immagine su un sigillo di pietra.
Alarico disponeva dunque di un esercito non solo esteso ma anche furioso. Quello psicologico non  un aspetto secondario, perch chi combatteva risultava pi motivato dei semplici mercenari che lo facevano solamente per denaro. E mentre i barbari si preparavano a invadere l'Italia, Olimpio e i suoi uomini, accecati da un odio certo non razziale ma che affondava le sue radici nella diversit religiosa di quei gruppi in formazione (ma anche nella invidiabile forza di cui disponevano uomini del calibro di Stilicone, Gaina e Alarico), tardavano a organizzare la resistenza, presi (o meglio persi) com'erano dalla ricerca di Eucherio, il figlio di Stilicone da loro accusato di ambire al trono di Onorio, e dall'eliminazione di tutti quelli che erano stati dalla parte del generale vandalo. Cos, Alarico e i barbari superarono Cremona e Bononia e scesero nella Penisola. In breve Roma fin sotto assedio. Era il 408 d.C. e la citt, chiusa nella morsa letale dei barbari, fu letteralmente piegata dalla fame e dalla sete e da un'epidemia (forse di tifo petecchiale), con la conseguenza che venne presto invasa da cadaveri. Fu proprio allora, dalla necessit di togliere i corpi dalle vie, che si inizi a seppellire in citt, dentro le mura, contravvenendo al divieto antichissimo contenuto gi nelle Leggi delle Dodici Tavole (vedi Capitolo iii). La distanza culturale fra vivi e morti si accorciava e la mentalit cambiava, segno del profondo mutamento dei tempi.
A poco serv la generosit di Leta, moglie di Graziano, imperatore di un tempo (367-383), la quale aveva condiviso con la citt i propri averi. Ancora una volta  Zosimo a parlarci infatti delle condizioni nelle quali versava l'Urbe:
Poich non esistevano rimedi al male e mancava quanto poteva appagare gli stomaci, alla fame segu la peste,  naturale, e ovunque i cadaveri si ammassavano. E dal momento che i corpi non potevano essere sepolti all'esterno (i nemici sorvegliavano le uscite), la citt divenne la tomba dei morti. Un luogo dunque inabitabile, anche senza carestia, a causa del fetore dei cadaveri che bastava a uccidere altra gente (Zosimo, Storia nuova 5, 39).
In questo contesto desolante, la vita, ricorda sempre Zosimo (5, 40), era la sola cosa che Alarico si dichiarava disposto a lasciare agli abitanti di Roma, dal momento che in cambio della ritirata chiedeva qualsiasi cosa di valore ci fosse in citt. Doveva essere implacabile con i Romani che si erano sempre presi gioco di lui e della sua gente. D'altra parte, come egli stesso disse, quando i Romani gli intimarono di andarsene o avrebbero risposto con le armi, l'erba pi alta  e meglio si taglia. Come a dire, pi siete e pi facilmente vi sbaraglier. E Alarico tagli l'erba. Si port via da Roma qualcosa come cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila tuniche di seta, tremila pelli scarlatte e altrettante libbre di pepe. Non tutto, perch chi poteva aveva nascosto quanto possedeva sotto i mattoni di casa o nei campi.
Non con riti espiatori pagani, riti che sembravano aver funzionato in Etruria e che qualcuno aveva proposto anche per Roma, ma con l'oro dei salatissimi contributi versati da ogni senatore (naturalmente obtorto collo), Alarico lasci Roma per stabilirsi in Etruria, l'attuale Toscana, in attesa che il senato accettasse le condizioni di pace da lui dettate (e di cui la principale era la consegna di ostaggi). Significativamente, a seguirlo furono 40.000 schiavi che preferirono una vita coi Goti che la miseria in una citt prossima al collasso. Non era finita, sia chiaro: quella che Alarico concedeva era una tregua, nulla di pi.
Allora ambasciatori romani raggiunsero Onorio a Ravenna, pregandolo di accettare le condizioni del goto, ma l'influenza di Olimpio si avvertiva pi forte che mai e Onorio si rifiut di scendere a compromessi con un barbaro. In fondo, Olimpio incarnava l'ultima, vana e disperata resistenza del vecchio mondo romano al nuovo che premeva alle porte della storia e che non poteva essere fermato. C'era, forse, persino del tragico nella figura del consigliere, un'aura romantica ante litteram, la stessa che ammanta i vinti. Di fronte al rifiuto dell'imperatore Alarico torn a minacciare la Citt Eterna. Deciso a riformare un consiglio pi efficace, Onorio destitu Olimpio e i suoi uomini, contro i quali si erano scagliate altre figure della corte del tempo (naturalmente al solo fine di avere campo libero). Gli intrighi interni, davvero troppi anche per una storia come quella romana, non facevano che sbriciolare un impero ormai corroso da fuori. Forse, dopotutto, gi nel lontano i secolo d.C. lo storico Tacito aveva ragione nell'accusare di corruzione (seppure indirettamente, ma non troppo) il senato romano, dunque l'lite al potere, a fronte dei Germani, genti nuove e rozze ma pulite e sane. Una tendenza storiografica, questa, che ritroviamo proprio negli autori che narrano del sacco del 410: Ammiano Marcellino, Eunapio, Olimpiodoro, Zosimo. La storia sembrava dare loro ragione.
Incaricato di addivenire a un accordo con Alarico, il successore di Olimpio, Giovio, nuovo prefetto al pretorio*, tent ma fall. Colpa, stavolta, fu di Onorio, che si rifiut di nominare il nemico magister utriusque militiae, capo degli eserciti, per lo stesso motivo: l'avversario era un barbaro. Barbaro, vero, ma un uomo che sembrava tenere pi di Onorio a Roma e alla sua sopravvivenza. Pare, infatti, che avesse pregato Giovio di far ragionare il suo signore, perch riteneva che una citt come Roma, che aveva dominato il mondo per mille anni, non doveva finire nella polvere. Ma Giovio non pot nulla: aveva giurato a Onorio che mai e poi mai sarebbe sceso ad accordi con il goto. Chi era adesso il barbaro e chi il romano? Mentre dunque Onorio si trovava a fronteggiare Costantino iii, tornato alla carica, Alarico riprendeva la marcia su Roma per metterla di nuovo sotto assedio. Era il 409 d.C.
Alarico, alle porte dell'Urbe di nuovo privata dei porti e, conseguentemente, delle scorte, pretese e ottenne che i cittadini mettessero sul trono un uomo di sua fiducia, tale Prisco Attalo, prefetto della citt. Temendo per la propria salvezza, Roma accett. Tutti avevano fresco il ricordo del primo assedio.
Il giorno dopo [Attalo] si present in Senato e vi tenne un discorso arrogante. Si vant che avrebbe conquistato in nome di Roma ogni territorio e promise cose persino maggiori. Forse, fu proprio questo ad attirargli la vendetta degli di che lo spazz via non molto tempo dopo (Zosimo, Storia nuova 6, 7).
 Attalo, e non Alarico, il vero protagonista di questo segmento di storia romana. Deciso a conquistare il mondo, Attalo pens di portare la guerra in Africa. Vi governava il comes Africae Eracliano, uomo di fiducia di Onorio, che a un semplice ordine del suo imperatore avrebbe bloccato l'invio di grano a Roma, affamandola e cos facendo rivoltare la plebe urbana disperata contro lo stesso Attalo. Ma poi, alla fine, punt su Ravenna, cosa che tuttavia permise ad Eracliano proprio di interrompere la spedizione di grano a Roma. L'arrivo, parrebbe inaspettato, di truppe mandate da Costantinopoli da Teodosio secondo (408-450) permisero a Onorio di resistere all'assedio congiunto di Attalo e Alarico. Il senato chiese allora ad Attalo di intervenire in Africa, perch Eracliano andava fermato, altrimenti Roma sarebbe caduta per fame, ma quello nuovamente si rifiut.  probabile che temesse che Alarico prendesse il posto del comes Africae, mettendo cos le mani sul granaio dell'impero e di conseguenza guadagnando un enorme potere. Imperatore da poco, per il momento Attalo venne destituito dal senato e da Alarico che lo avevano voluto, e usc dalla storia.
Proprio quando, finalmente, Alarico e Onorio si preparavano a incontrarsi per raggiungere un accordo (questa volta si sperava definitivo) l'assalto inaspettato delle truppe di Saro, un visigoto ora al servizio dell'impero dai tormentati rapporti con lo stesso Alarico, spinse quest'ultimo a fare un passo indietro e a tornare ad assediare Roma, ritenendo Onorio artefice dell'imboscata, anche se non era cos. Correva l'anno 410 e aveva inizio l'assedio degli assedi, il punto di non ritorno per la capitale ormai prossima al tracollo.
Inarrestabile fu la marcia di Alarico verso Roma, secondo un aneddoto riportato da uno storico greco del v secolo:
Si narra che, mentre [Alarico] avanzava verso Roma, un pio monaco lo esort a non perpetuare tali atrocit, e di non pi godere nel massacro e nel sangue. A costui Alarico rispose: Non sto seguendo questo percorso per mia volont; ma c' qualcosa che irresistibilmente mi spinge ogni giorno a proseguire per questa via, dicendo, Procedi a Roma, e devasta quella citt! (Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica 7, 10).
Era il 24 agosto 410. Il saccheggi dur tre giorni, sino al 27. Erano passati ottocento anni dall'ultima volta che Roma era stata depredata (per mano di Brenno nel 390 a.C). La principessa Galla Placidia fin in mano nemica e venne catturata.
La citt, stretta nella morsa nemica e provata dai due recenti assedi, cadde presto sotto i colpi della fame, del colera e del cannibalismo, cui sembra molti si abbandonarono. A vincere la resistenza romana fu una donna, scrive Procopio di Cesarea, la nobilissima Anicia Faltonia Proba, che impietosita dalle condizioni in cui versavano i pi poveri apr le porte al nemico (Storia delle guerre 3, 2). Non sarebbe stata la prima volta che accadeva: si pensi a Tarpea, anch'ella mossa da amore, seppure non per i poveri ma per Tito Tazio. Ma forse, anzi molto probabilmente, la storia di Proba non  che frutto della fantasia dei detrattori della sua nobile famiglia, gli Anici, anche se a oggi la villa di quella gens, riaffiorata sotto Villa Medici del Pincio, non presenta segni di devastazione come invece i vicini Horti Sallustiani (e viene dunque da interrogarsi se davvero Goti e Anici fossero collusi).
Circolarono naturalmente anche altre versioni della presa di Roma, un evento di proporzioni tali da non sfuggire a una storiografia spesso fantasiosa. Secondo Procopio di Cesarea, Alarico prese l'Urbe introducendovi trecento giovani guerrieri sotto le mentite spoglie di ostaggi, i quali messa fuori combattimento la guardia di Porta Salaria, avrebbero aperto le porte al loro re approfittando della calura della giornata (24 agosto). Un racconto (troppo) simile a quello del cavallo di Troia, per essere creduto. A ogni modo, per quanto molto probabilmente inventato, esso testimonia due cose: da una parte l'impatto che la presa della citt ebbe sulle coscienze degli storici che ci hanno trasmesso quei fatti e dall'altra il rifiuto di attribuire ai Goti una vittoria vera, che cio non fosse dovuta a tradimenti o a inganni.
Un'altra versione ancora, stavolta di Paolo Orosio (iv-v secolo), mostra un Alarico che
assedia, sconvolge, assale Roma trepidante, ma tuttavia non prima di aver dato ordine alle truppe in primo luogo di lasciare illesi e al sicuro quanti si fossero ritirati nei luoghi sacri, nelle basiliche dei santi apostoli Pietro e Paolo e in secondo luogo dall'evitare, il pi possibile, cacce e spargimenti di sangue (Orosio, Le storie contro i pagani 7, 39).
Penetrati da Porta Salaria, al di l del modo in cui vi riuscirono, i Goti proseguirono per il Quirinale e di qui puntarono al Foro e al Templum Pacis dei Flavi, saccheggiato e dato alle fiamme. Si diressero poi verso le basiliche Emilia e Giulia, banche della citt, quindi alla Curia, tutti edifici pesantemente danneggiati dalla razzia e dalle fiamme. La corsa continu sino al Campo Marzio e al Circo Flaminio e allo stesso Colosseo, gigante indifeso di fronte all'assalto dei barbari. Infine si spinsero al Celio, sede di ricchissime ville, come pure sull'Aventino, per finire con Trastevere oppure uscire direttamente sulla via Appia passando da Porta San Sebastiano.
Ma Alarico non era un barbaro sanguinario. Nelle fonti persistono infatti tracce di quella che alcuni studiosi hanno definito humanitas. Sono i fatti a parlare: non consegn Attalo e il figlio nelle mani di Onorio, prima di aver ricevuto garanzie sulla loro incolumit, cos come avrebbe risparmiato la vita a Eucherio, figlio di Stilicone, scrive Zosimo, se i Romani non lo avessero trovato prima di lui. La stessa Serena, moglie di Stilicone, uccisa dai Romani perch sospettata di collusione con i Goti, avrebbe ricevuto ben altro trattamento da parte di Alarico, che si diceva volesse espugnare Roma al fine di salvarla. Insomma, Alarico non doveva essere il mostro che le fonti pagane raffigurano. E in effetti anche lo storico cristiano Paolo Orosio ammise che era cristiano e pi simile a un Romano e, come i fatti dimostrarono, mite nella strage per timor di Dio (Le storie contro i pagani 7, 37). La stessa decisione del barbaro di risparmiare dal saccheggio le basiliche di San Pietro e San Paolo lo proverebbe. Trovati dei vasi preziosi in una domus ecclesiastica (oggi diremmo un convento) e, venutosi a sapere che appartenevano a san Pietro, Alarico organizz una processione con tanto di scorta armata per trasferirli nella basilica del santo al sicuro dalla razzia generale che certo aveva luogo, ma per mano di quelle frange estreme dei suoi uomini. D'altra parte, Alarico stesso aveva detto di aver intrapreso una guerra contro i Romani e non contro gli apostoli di Dio. Dunque, Roma fu saccheggiata (e pesantemente), ma non da un capo barbaro crudele e feroce, bens da un uomo diviso tra il cuore, il dovere e il rispetto per la citt, che non seppe contenere lo slancio di tutte le genti che lo avevano seguito nell'impresa. Scrive ancora Paolo Orosio:
Nell'anno 1164 dalla fondazione di Roma la citt venne espugnata da Alarico: tuttavia, per quanto recente sia la memoria di quell'episodio, se qualcuno vede la grande folla di Romani e ne ascolta le parole, penser che non sia successo niente, come essi stessi affermano, a meno che le macerie dell'incendio ancora oggi visibili non parlino (Le storie contro i pagani 7, 40, 1).
Ma non tutti i punti di vista sull'evento del 410 sono dello stesso tenore. Basti pensare a quanto scritto da san Girolamo, Padre della Chiesa, che riformula alcuni, celeberrimi versi di Virgilio sulla caduta di Troia, evidentemente avvertendo con pari drammaticit l'assedio di Roma, che tradizionalmente da Ilio discendeva:
Chi pu narrare il massacro di quella notte?
Quali lacrime possono essere pari alla sua sofferenza?
Una citt sovrana cade dopo lungo tempo
E nelle sue case e per le sue strade
Giacciono corpi esanimi dei suoi abitanti (san Girolamo, Lettere 127).
O ancora: Se Roma perisce, chi mai si salver? (Lettere 123, 16). Oppure quando, nel descrivere il dolore provato alla notizia di quanto era accaduto all'Urbe, egli scrive: Mi ricordavo a fatica il mio nome. Tacqui a lungo, era tempo per le lacrime (Lettere 126). Ovunque  lutto, ovunque gemito, ovunque un'immagine multiforme di morte. Il mondo romano precipita (Lettere 60, 16).
Era difficile, anzi impossibile, per il santo credere che la citt che aveva dominato il mondo fosse di colpo in ginocchio, che i suoi cittadini cercassero riparo nelle province e che Betlemme ogni giorno accogliesse uomini e donne un tempo ricchi (e ancora nobili), ma ormai disperati.
Per i pagani la fine di Roma era una tragedia, il segno della punizione divina inflitta dagli di a quanti avevano abbracciato la nuova religione. Si pensi che il poeta del v secolo. Rutilio Namaziano ascrive il sacco al rogo dei sacri libri sibillini voluto da Stilicone, appunto un cristiano (Il ritorno, 41-60). Chi pot fuggire, trov scampo sull'Isola del Giglio, almeno sempre secondo quanto riportato da Rutilio (peggiore sorte tocc a quanti tentarono la fuga in Africa, dove il comes Eracliano avrebbe dato prova di somma crudelt). Sant'Agostino, fervido cristiano originario dell'africana citt di Hippo, replic a queste accuse (infondate) componendo La Citt di Dio, proprio per dimostrare che anche in tempi lontani, quando su Roma vegliavano Giove e le altre divinit, calamit e devastazioni si erano verificate ugualmente, demolendo cos le argomentazioni dei pagani. Nella sua opera egli fa inoltre notare che se Alarico aveva risparmiato la vita degli abitanti di Roma che si erano rifugiati nelle chiese, tra cui anche molti pagani, era stato per grazia di Cristo e certo non degli di pagani, e aggiunge che era stanco si sentire attribuire ogni problema ai cristiani, una tendenza ormai generalizzata, come prova un aforisma del tempo: Se non piove,  colpa dei cristiani (sant'Agostino, La Citt di Dio 2, 3). Paolo Orosio, nella sua Storia contro i pagani scritta proprio dietro suggerimento di Agostino, ripercorre la storia della Roma pagana per metterne in evidenza le disfatte e le calamit subite quando la colpa non era certo ancora imputabile al dio dei cristiani. In linea con il fine apologetico della sua opera, vale a dire difensivo, Orosio minimizza la violenza del Sacco e sottolineava la punizione da esso rappresentata e voluta da Dio ai danni di quei pagani che ancora imperversavano a Roma: E perch nessuno potesse dubitare che tanto scempio era stato consentito ai nemici al solo scopo di correggere la citt superba, lasciva, blasfema, nello stesso tempo furono abbattuti dai fulmini i luoghi pi illustri dell'Urbe che i nemici non erano riusciti a incendiare (Orosio, Le storie contro i pagani 7, 39).
Le fonti, pagane e cristiane, concordano su un punto: i Goti devastarono la citt, in special modo colpendo edifici storici o dall'alto valore simbolico, quali il senato, il tempio di Giunone Regina sull'Aventino, la curia Giulia, il palazzo dei Valeri sul Celio, le terme di Decio, la villa di Sallustio a Porta Salaria. Luoghi, si noti, pagani. Il timore di Dio di Alarico e dell'aristocrazia gotica che lo affiancava li frenava da assalti a luoghi santi.
Poco, se non per nulla, degna di fede  la notizia fornita da Procopio di Cesarea sul conto di Onorio. Nella sua corte di Ravenna l'imperatore venne raggiunto dalla notizia della triste fine di Roma:
Raccontano che allora l'imperatore Onorio ricevette da uno dei suoi eunuchi un messaggio [...] in cui si diceva che Roma era perita e che egli fece: Ma se ha appena mangiato dalle mie mani?!; possedeva infatti una gallina di nome Roma. L'eunuco, cogliendo l'equivoco, spieg che a essere perita per mano di Alarico era la citt di Roma. Onorio, risollevato, ribatt: E io che avevo capito un'altra cosa, che era perita la mia gallinella Roma! (Procopio di Cesarea, Storia delle guerre 3, 2).
Un aneddoto teso chiaramente al discredito e alla presa in giro di Onorio, forse imputabile a una fonte popolare (di ambiente pagano?) che potrebbe essere nata in seno al senato interessato a mettere in risalto l'inadeguatezza dell'imperatore e il fallimento della sua impresa (dunque, un esempio di Kaiserkritik). Di certo la gallina di Onorio se la passava meglio dell'Urbe. Alarico, di fatto, aveva assediato e saccheggiato Roma, seppure mostrando una condotta ben diversa da quella attribuitagli dalle fonti pagane. Gli di antichi che egli non riconosceva, da buon cristiano, assistettero impotenti ai crolli delle loro statue e alla profanazione dei loro luoghi di culto. Loro che avevano vegliato su Roma per secoli si vedevano cacciati da casa propria. Alarico li aveva sfidati e avevano perso. Ma forse qualcosa riuscirono a fare, prima di lasciare i loro troni e passare alla storia. Mentre percorreva la penisola verso sud, conducendo con s la principessa Galla Placidia, nei pressi di Cosenza, Alarico fu colto da morte improvvisa.
L'imperatore Onorio in un'incisione tratta da Roma Moderna (xvii secolo).
Roma era caduta e il suo tracollo costitu uno dei temi di maggiore risonanza nelle epoche successive, in particolare in et umanistica, quando esplose la riscoperta dei testi classici, le cosiddette humanae litterae. Petrarca, cultore dell'antico, tent di spiegare la caduta di Roma con la scomparsa di uomini virtuosi e in grado di assicurarne la sopravvivenza. Egli metteva in rapporto dunque la fine di una civilt (ma poi, davvero si tratt di una fine?) con il declino delle sue personalit, o meglio, per dirla in latino, con la loro inclinatio. Alla stessa maniera Flavio Biondo, nella sua opera Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades tres, ovvero Storie a cominciare dal declino dell'impero Romano, riprendeva il concetto gi espresso da Petrarca, un'idea che per la sua altissima originalit non poteva che nascere nell'Umanesimo:  allora che infatti la grandezza di Roma fu messa in rapporto con la sua fine proprio attraverso l'immagine del ripiegamento su s stessa. Anche se non manca tra gli studiosi chi ha pensato di spiegare in chiave cristiana l'inclinatio di Roma mediante il richiamo a Ges morente inclinato capite, con il capo reclinato (icona universale del Dio morente). Pi verisimilmente, come osserva Santo Mazzarino, si potrebbe supporre che l'immagine del ripiegamento abbia una esegesi biblica, quando al salmo 45, versetto 7, si legge conturbatae sunt gentes sed inclinata sunt regna, vale a dire i popoli sono turbati ma i regni piegati, un'immagine che per la verit affonda le sue lunghe radici in uno storico del i secolo a.C., Sallustio, spaventato, come anche Cicerone, dalla (appunto) inclinata res publica. Una res publica, sia chiaro, davvero prossima alla morte. Dunque nella inclinatio dell'impero romano sarebbero fuse le due anime dell'et umanistica, quella classica e quella cristiana.
Questa inclinatio, ovvero declino e ripiegamento di Roma su di s, per Flavio Biondo comincerebbe proprio con il sacco di Alarico, che tuttavia fu solo una causa prossima, perch sempre per lui ben altre furono le cause remote. In primo luogo la perdita della libertas sopraffatta dagli imperatori, le persecuzioni dei cristiani, il cambio di capitale da Roma a Costantinopoli e, a va sans dire, la fine fisiologica di qualsivoglia impero.  un altro umanista, Poggio Bracciolini, a interrogarsi sulla fine di Roma e sulle sue cause. Per lui la sola responsabile  la Fortuna. Essa, inevitabilmente, aveva segnato tanto la grandezza dell'impero quanto la sua battuta d'arresto. Ma anche qui non si tratterebbe di un tema assolutamente genuino: Polibio, Sallustio e Procopio, storici antichi, ascrivevano alla crudele Fortuna questi (capricciosi) cambi di rotta.
Diversamente, laddove gli altri piangevano la fine di Roma, Leonardo Bruni detto Aretino esortava a scorgervi l'inizio di qualcos'altro, qualcosa di non meno grandioso: gli stati moderni. Sono i barbari e le loro invasioni ad aver permesso alla storia di fare un grande passo in avanti. Anno cruciale, per Aretino,  il 476 d.C., per noi semplicemente la data della deposizione di Romolo Augustolo, (a torto spesso ritenuto) ultimo imperatore romano. Nulla di sorprendente per l'umanista: nel momento in cui Roma ha perso la libertas,  iniziato il suo declino. Colpa dunque di Cesare e di chi venne dopo.
Ma quello che prevale tra gli umanisti  l'idea che Roma decadde e croll perch si allontan dai costumi degli antenati, il mos maiorum*, cio da quel sistema di valori sulla cui solida base si era formata ed era cresciuta la res publica. Pensiamo a quel che scrive Francesco Guicciardini nel proemio alla sua Storia d'Italia:
Da poi che l'impero romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominci, gi sono pi di mille anni, di quella grandezza a declinare, alla quale con meravigliosa virt et fortuna era salito (F. Guicciardini, Storia d'Italia 1, 3-4).
Per Niccol Machiavelli, invece, la causa principale del declino stava nel mercenarismo, cio nella diffusione a macchia d'olio di soldati pagati per combattere. L'infedelt dei governatori delle province e di soldati diremmo prezzolati sarebbero dunque per l'autore de Il principe la causa del vacillamento, della inclinatio. Di segno profondamente diverso  l'avviso di Corrado Peutinger. Per lui, che guardava soprattutto ai Franchi, l'impero romano croll a causa dei barbari, barbari che invece Beato Renano esalta, scorgendo nelle loro vittorie le nostre, vale a dire di noi in quanto uomini di stati sorti proprio da quegli invasori.
Non mancarono, tuttavia, anche letture forse meno storiche ma ugualmente originali. Nel 1566 Jean Bodin, nel suo Methodus, spiegava la caduta di Roma con il fatto che il sacco fosse avvenuto nell'anno 412 d.C. (e non nel 410 d.C., ma si sbagliava), quindi di nuovo nel 455 e poi nel 476. Si trattava di anni fatali, la cui fatalit poggiava su complessi calcoli matematici. Prima di lui, invece, Copernico sosteneva che tutto poteva essere spiegato con le stelle: man mano che l'eccentricit del sole diminuiva, allora l'impero perdeva di energia e moriva.
Ancora oggi ci si interroga sulle ragioni effettive che segnarono la fine di Roma e l'approccio al problema si presenta pi scientifico, per nulla incentrato sull'etica n sull'astrologia, preferendosi radici di natura sociale ed economica senz'altro, ci sia concesso, pi fondate. Si tratta, a ogni modo, di un falso problema. Come infatti Arnaldo Momigliano aveva messo bene in luce, la caduta di Roma fu senza rumore. Di fatto, se si guarda ai mille anni di impero romano d'Oriente, Roma non fin nel 410 d.C., sotto il saccheggio dei barbari, n nel 476 d.C. (o nel 1453 con la presa di Costantinopoli), ma a oggi, specialmente attraverso le lingue romanze, il diritto e le istituzioni, sopravvive ancora.
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Conclusioni.
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Uno sguardo d'insieme.
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Termina qui il nostro viaggio nel mondo romano attaverso dieci momenti. Dieci, dunque pochi, ma significativi. La fondazione di Roma, la cacciata dell'ultimo re, la codificazione delle prime leggi, la conquista di Cartagine, l'uccisione di Giulio Cesare, la creazione del principato, la predicazione di san Paolo, la cattura di Valeriano, la vitttoria di Costantino a ponte Milvio e il sacco del 410 d.C. sono sbiadite istantanee di una pellicola molto pi lunga, articolata e complessa. Ogni momento ci restituisce un frammento di una storia per molti versi irrimediabilmente perduta.
Nel primo Capitolo, infatti, il racconto della fondazione della citt di Roma, proprio per la sua duplice natura di racconto a cavallo fra il mito e la realt, riflette uno dei tratti caratteristici della storia romana: la sua tendenza all'immaginazione, anzi a travalicare quel sottile confine fra realt e fantasia, per approdare a un porto dove tutto  possibile, ma poco probabile. Indipendentemente, infatti, dalla effettiva storicit di quanto narrato da Livio, Dionigi d'Alicarnasso e Plutarco, per citare solamente i principali - storicit di cui noi moderni (giustamente) dubitiamo - proprio questa vena fantasiosa, il mescolamento di umano, superumano e divino,  quanto di pi interessante emerga dal Capitolo. Oltre alla storiella, per usare parole povere, c' la mentalit antica, lo sguardo sul passato che i Romani e i Greci avevano quando si fermavano a contemplare l'impero e si chiedevano, inevitabilmente, da dove fosse nato. Per loro era del tutto naturale confondere i diversi piani, intrecciare la realt e la finzione sino a smarrirsi e a uscirne nell'unico modo possibile: un atto di fede. E anche quando Livio esprime la sua perplessit nel leggere che i Romani avevano creduto a Giulio Proculo, dando prova di grandissima modernit, poi per non pu non cedere alla tradizione, al mos, cui si credeva perch si doveva credere.
Qualcosa di simile si pu rintracciare anche nel secondo Capitolo. La cacciata dell'ultimo (?) re di Roma, Tarquinio il Superbo, cela il bisogno eziologico che i Romani avevano, vale a dire la necessit di spiegare un altro momento cruciale della loro storia: il passaggio dalla monarchia, forma di governo aborrita, alla repubblica, sogno glorioso destinato a un brusco risveglio. Tarquinio, vittima di una storiografia che ha dovuto, come si  visto, affossarlo, da buon re, quale probabilmente fu, passa agli annali come un pessimo sovrano, un individuo spregevole, al punto da guadagnarsi il soprannome con cui viene ancora oggi ricordato. Una deformazione, ancora una volta, dovuta allo specchio degli storici antichi, preoccupati pi di spiegare che di raccontare il vero, un vero che poi, a essere onesti, sfuggiva a buona parte di loro. Eppure,  impossibile non cedere al fascino di Livio o di Dionigi d'Alicarnasso, quando raccontano della stoltezza (simulata!) di Bruto, della violenza alla povera Lucrezia e del giuramento che Collatino fece sul sangue della moglie, per il quale i re non siederanno mai pi sul trono di Roma. La passione degli storiografi, sotto il cui segno realt e finzione si sposano, supera qualsiasi distorsione, voluta o meno, della storia come la intendiamo noi. Per gli antichi era perfetta cos.
Nel terzto Capitolo, dedicato alle vicende dei Decemviri incaricati di mettere per iscritto le leggi regie sino ad allora in uso, il racconto (in parte fittizio anche qui) della codificazione delle Dodici Tavole si intreccia con quello della passione incontenibile di Appio Claudio per la bella Virginia. Ancora una volta l'amore e il sesso, nella loro accezione negativa, si pongono alle origini del progresso e della cultura. Il momento, al di l della sua effettiva storicit (in parte sicura, ma solo in parte), risulta di centrale importanza nella mentalit romana, perch rappresenta il vero passaggio dal vecchio assetto monarchico a quello nuovo repubblicano. Per quanto, infatti, Tarquinio il Superbo fosse gi stato cacciato e la res publica fosse nata gi da una sessantina d'anni,  solamente con le Tavole che si pass davvero a un governo pi bilanciato, in cui anche i pi deboli vedevano tutelati i propri inalienabili diritti. Come molti storici non hanno mancato di sottolineare, specialmente in tempi recenti,  con l'opera dei Decemviri (e con la loro cacciata!) che nacque la repubblica romana, o meglio che la gi nata res publica iniziava a muovere i primi passi.
Con il quarto Capitolo, invece, ci troviamo in piena repubblica. Pi precisamente, nell'anno 146 a.C., anno di fondamentale importanza per Roma in quanto fase conclusiva di quell'espansionismo iniziato nel v secolo in Italia e ormai spintosi sul Mediterraneo, mare di genti rivali, quali appunto Cartaginesi. Il conflitto, ultimo di una serie di tre avviata nel 264 a.C., segna il punto d'arresto della potenza punica e la vittoria definitiva di Roma. Quello stesso anno anche un'altra citt sar vinta, e parimenti distrutta: la greca Corinto. Le lacrime del trionfatore, Scipione Emiliano, non possono non sembrarci di coccodrillo, per quanto molto probabilmente finzione letteraria sulle orme di quel fatalismo in cui tanto i Romani credevano, figlio di una prospettiva storiografica che avvertiva il bisogno di spiegare eziologicamente, cio per cause (reali o fittizie), il presente. Ecco dunque che, come Virgilio aveva spiegato le guerre tra Roma e Cartagine attaverso la maledizione che la punica Didone lanci contro Enea e la sua progenie, cos a posteriori si spiegava la fine dell'impero romano sull'esempio di quello cartaginese che arde sotto gli occhi colmi di lacrime del suo distruttore: anche a Roma potrebbe accadere la stessa cosa. E cos sar.  un Capitolo, questo, nel quale emerge un ulteriore tratto caratteristico dei Romani: la spietatezza. Cartagine, per quanto in ripresa, non  chiaramente in grado di vincere Roma e dopo aver compiuto un passo falso chiede perdono. Ma il perdono non viene accordato. Quel passo falso costituisce il pretesto, che i Romani (e Catone!) aspettavano, che cercavano di far compiere alla citt rivale, per distruggerla e potersi cos dedicare al fronte orientale, consapevoli dei rischi enormi che lottare su entrambi comportava. Cos per i cartaginesi non resta che andare incontro al loro destino. La citt sar bruciata e ogni cosa distrutta.
Antonio Nibby, Pianta delle vestigie di Roma antica (1839).
Nel quinto Capitolo si tratta di quello che costituisce uno degli episodi pi celebri della storia romana: la morte di Gaio Giulio Cesare. L'episodio segn a tutti gli effetti la fine della res publica, le cui basi erano minate gi da una trentina d'anni (almeno dal tempo del dittatore Silla), e l'inizio di una sanguinosa fase di guerre civili che si concluder con la nascita del principato, quello che comunemente viene inteso come l'impero romano. Cesare, generale ambizioso, percorre la via della gloria al fianco del suo esercito, conquista la Gallia, marcia su Roma, si scontra con il rivale Pompeo, prepara una spedizione in Oriente contro i Parti, ma muore, e tutto quello che resta di lui  un testamento sorprendente, nel quale figura il pronipote Gaio Ottavio come suo erede. Marco Antonio  costretto a mangiare la polvere. La citt si spacca e una nuova guerra civile, nuova dopo quella fra Mario e Silla o fra Cesare e Pompeo, torna a incendiare le vie dell'Urbs. Il conflitto si estender in Egitto, dove Antonio prima e la sua amante Cleopatra poi troveranno la morte. Di nuovo, la passione amorosa tinge uno snodo fondamentale della storia romana: Cleopatra, regina infida agli occhi dei Romani, prima amante di Cesare quindi di Antonio, trascina l'Egitto in guerra e senza volerlo porta alla fine dell'amante, difensore della repubblica (?), lasciando la vittoria a un ragazzino venuto dal nulla, o quasi, che della repubblica far una monarchia. La fine di Cesare, ucciso da Bruto e Cassio (e dai loro amici di pugnale), non comport la salvezza della res publica, come i suoi carnefici pensavano, ma al suo declino, colpo di grazia di un processo distruttivo iniziato tempo addietro. Alla fine, inevitabile: alle origini, infatti, c'erano gli eserciti e il legame tutto particolare fra soldati e generali. Una societ guerriera come quella romana non poteva che dipendere dalla guerra e da ci che essa comportava.
Nel sesto Capitolo abbiamo ripercorso le orme del primo imperatore, da quando si chiamava solo Gaio Ottavio ed era un ragazzino appartenente alla borghesia del tempo, alla sua ascesa con il nome di Cesare figlio prima e Augusto poi. L'idea che ebbe, da solo o insieme al suo amico Agrippa, fu riportare il governo dalla res publica all'antica monarchia, un atto scriteriato per qualsiasi romano, dato che a Roma, per tradizione, i re non erano visti di buon occhio. La genialit stava nel modo in cui Augusto ci riusc, un modo cos dissimulato da dare l'idea di restaurarla. Augusto, infatti, nelle sue Res Gestae (la sua versione della storia) insisteva proprio sulla restaurazione che pot realizzare grazie al potere a lui attribuito per consenso di tutti. Egli svuot cos la repubblica delle istituzioni e delle magistrature e trasform il senato, da cuore pulsante della politica quale era, a cuore di cartapesta e teatro di senatori depauperati dei loro poteri effettivi (confluiti ormai nelle mani dell'imperatore). L'ipocrisia dietro all'intera operazione stava sotto agli occhi di tutti: il nome stesso di principe, con il quale si designava l'imperatore, significava primus inter pares, primo fra i pari. Un procedimento di soffocamento dell'antica res publica iniziato, per la verit, da Giulio Cesare, che tuttavia per questo motivo era stato eliminato. Augusto, invece, fu ben pi sottile del prozio. Il suo fu a tutti gli effetti un vero e proprio gioco di prestigio. Ci fu, come sempre c' tra gli osservatori pi attenti, chi si accorse del trucco, ma venne prontamente eliminato. Le voci del dissenso dovevano essere represse, e senza esitazione. In questo Augusto si conferm come il pi spietato degli imperatori romani, ma anche il pi grande, perch Roma non torn come prima: fu meglio. Per merito suo (e per il sangue di molti).
Il settimo Capitolo riguarda tutt'altro. La politica viene messa da parte per passare alla religione, anche se, com' noto, a Roma religione e politica vanno di pari passo. Da Roma si passa in Giudea, dove l'apostolo Paolo di Tarso inizi la sua predicazione. Fu proprio la predicazione di Paolo a garantire al cristianesimo il successo che ebbe. In quanto uomo dalla doppia cittadinanza, romano e giudeo al tempo stesso, Paolo sapeva parlare ai cives dell'impero. Le sue Lettere, indirizzate alle comunit cui fece visita durante i viaggi intrapresi, sono un monumento della cristianit. Lui, pi convinto degli altri, portava la parola di Cristo in un mondo pagano, e lo faceva con coraggio. La sua predicazione costitu la base dalla quale ben presto quella che a tutti gli effetti era una piccola setta crebbe sino a guadagnarsi il posto di religione ufficiale dell'impero con l'editto di Milano del 313 (e, ancora, quello di Nicea e di Tessalonica che seguirono). Senza Paolo, molto probabilmente l'impero sarebbe rimasto pagano. Tenuto conto dell'inscindibilit di politica e religione a Roma, il cristianesimo non rappresent solo una rivoluzione spirituale, bens politica e sociale. L'impero cambi perch cambiarono nel profondo le sue radici culturali. La fine che l'apostolo incontr nella Roma di Nerone, insieme a Pietro, lo consacr al martirio e acceler il processo di conversione ormai avviato e inarrestabile. La mentalit cambi, certo non senza alcune naturali resistenze, e cos l'impero.
Un impero gi cristiano costituisce lo scenario del Capitolo ottavo. Protagonista  l'imperatore Valeriano. Un principe certo non fra i pi memorabili e in genere assente dai manuali per la scuola, passato alla storia per la fine, pi che per le imprese. Valeriano infatti venne catturato da Shapur i e mor in prigionia. Di lui, dal momento della sua caduta in mano nemica, si perdono le notizie. L'assenza di Valeriano dai manuali  dovuta al modo di intendere la storia come il racconto di fatti e personaggi, date e cause, perdendo tuttavia di vista, forse perch di difficile (se non impossibile) valutazione, l'aspetto pi propriamente umano. Ogni attore  un uomo, prima che una maschera. Se per ci fermassimo a considerare la cattura di Valeriano dal punto di vista dei suddditi, allora comprenderemmo come la sua generalizzata assenza dai libri di storia sia un grave errore. Nella storia romana non si era mai verificato che un imperatore finisse prigioniero dei nemici e non facesse ritorno. Valeriano fu il primo. L'evento dovette necessariamente avere un impatto devastante sui Romani che si resero conto di essere molto vulnerabili, cos vulnerabili da venire colpiti al cuore, come la sorte del loro signore provava. L'impero era battibile, si dissero tutti, e avevano ragione (le lacrime di Scipione Emiliano erano dunque per una buona causa!). La storia che segu, di anarchia militare e tentativi di tenere insieme i pezzi, dopo Valeriano assunse sempre pi i toni della tragedia, di un gioco al massacro, sino alla sua inevitabile conclusione (che, poi,  un nuovo inizio: quello dell'impero bizantino).
Se Valeriano aveva dunque fatto capire, anzi toccare con mano, che l'impero romano poteva essere schiacciato, quanto narrato nel Capitolo nono rimane nel tema dello scontro, ma da un punto di vista del tutto diverso: il conflitto fra l'imperatore Costantino i il Grande e l'usurpatore Massenzio, paladini rispettivamente della religione cristiana e di quella pagana. In particolare, il sogno che Costantino ebbe, la battaglia di ponte Milvio, la morte di Massenzio annegato nelle acque del Tevere - per quanto racconti intrisi di fantasia, rimaneggiamenti di verit storiche molto distanti dalle riletture che autori pagani e cristiani ne diedero - sono tuttavia una testimonianza del rifiuto che parte dei Romani (specialmente la classe dirigente senatoria) aveva nei confronti del Cristianesimo. Il vecchio mondo resisteva, deciso a non finire smantellato sotto l'avanzata, di fatto inarrestabile, della nuova fede. Costantino divenne simbolo della nuova era, Massenzio della vecchia, prossima al tramonto. Eppure, come si  visto, il figlio di Costanzo Cloro non era ancora pienamente cristiano: la sua fu una conversione lenta, come quella della stessa Roma. Ma i toni degli autori che ci riportano - pi o meno aderentemente al vero - quella celebre battaglia sono un riflesso della frattura che il Cristianesimo caus in seno a Roma, e la vittoria del paladino di Cristo anticipa il ruolo che la religione avr in et medievale e nel conflitto tra papato e impero. Qualcosa, quest'ultimo, di impensabile al tempo di Massenzio che, affogando nelle correnti del Tevere - dio in nome del quale aveva difeso Roma -, doveva aver pensato di aver creduto negli di sbagliati, le stesse divinit invidiose cantate da Omero.
Ricostruzione ideale dei monumenti del Foro Romano a ridosso del Campidoglio,
tratta dal volume di Luigi Canina, L'architettura romana, Roma 1830-1840.
La furia degli di pagani nei confronti di quanti li avevano abbandonati per passare al nuovo Dio dei cristiani o, cambiando punto di vista, quella che il Dio dei cristiani nutriva per i seguaci dell'antica religione, sono state intese dagli autori come le cause del declino dell'impero romano, il cui segno pi evidente fu il sacco di Roma del 410 d.C. Nel decimo e ultimo Capitolo abbiamo scelto di raccontare l'evento (epocale) al solito ripercorrendolo sulle orme degli scrittori, testimoni diretti (o meno) dell'invasione. Roma cadde sotto l'armata dei Goti il cui re, Alarico, non appare tuttavia crudele come parte delle fonti ha voluto rappresentare. La sua, di fatto, non fu una scelta, ma una necessit: o invadere l'impero romano o perdere il suo popolo. Persino Alarico, tuttavia, sembra che avesse risparmiato i luoghi di culto dei cristiani, dando prova di un rispetto di cui neppure gli stessi imperatori romani erano stati sempre capaci. Il sacco, compimento di quella rovina di cui la cattura di Valeriano era stata solo un'avvisaglia o una crepa strutturale, chiude la storia romana occidentale, che continuer ancora mille anni sotto l'insegna, gloriosa, dell'aquila bicefala di Costantinopoli.
Un lungo sguardo sui dieci momenti nel loro insieme ci permette di cogliere un tratto distintivo della storia romana: l'abilit con la quale realt e finzione vi risultano intrecciate, quasi a doppio filo, a opera degli storiografi che hanno dato vita a una miscela nella quale  difficile distinguere i singoli ingredienti e alla quale  ancor pi difficile resistere. La fantasia ha infatti reso suggestiva una storia di per s gi affascinante, fatta di intrighi, passioni, ispirazioni, guerre, atti di coraggio, vigliaccheria, idee geniali, incontri, separazioni, perdite.
In una parola, una storia fatta di noi.
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FINE.
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Appendice PRIMA.
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Fonti antiche
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Qui si raccolgono, in ordine alfabetico, i nomi degli scrittori citati nel volume (solo di quelli di et antica) e i titoli delle opere pervenute senza autore. Tutte le date si devono intendere successive alla nascita di Cristo, salvo quando diversamente indicato.
Agostino, sant', 354-430. Originario dell'Africa, fu vescovo di Hippo Regius (odierna Annaba in Algeria).  autore di pi di novanta opere, tra le quali Le Confessioni e La citt di Dio.
Ambrogio, sant', 339-397. Filosofo e vescovo di Milano,  autore di numerose opere a carattere teologico, tra le quali il trattato Exameron.
Ammiano Marcellino, 330-395. Di Antiochia,  l'autore di un'opera storica, i Rerum Gestarum Libri, dedicata agli anni 96-378 di cui per, sfortunatamente, resta solo la parte relativa all'arco di tempo che va dal 353 al 378.
Anonimo Valesiano, nome sotto il quale si indicano gli autori di due opere: una Vita di Costantino il Grande (datata al v secolo) e uno studio sull'ostrogoto Teodorico (del vi secolo).
Appiano, 95-165. Storiografo greco, autore noto per la sua Storia Romana, in ventiquattro libri, dalle origini di Roma alla morte dell'imperatore Traiano.
Apuleio, 125-180. Scrittore africano,  l'autore del celebre romanzo Le Metamorfosi, anche noto con il titolo L'asino d'oro.
Augusto, 63 a.C.-14 d.C. Primo imperatore di Roma, Augusto seppe trasformare l'antica repubblica in monarchia.
Atti degli Apostoli, testo in greco contenuto nel Nuovo Testamento e generalmente attribuito a Luca. Copre un periodo compreso fra il 30 e il 63.
Cassio Dione, ii-iii secolo. Di Nicea,  l'autore di un'opera per noi fondamentale, una storia di Roma in ottanta libri.
Catone il Censore, Marco Porcio Catone. Originario di un'antica famiglia plebea di Tusculum (nella zona degli attuali Castelli Romani), fu generale, politico e oratore di iii-ii secolo a.C. Fu il massimo esponente del tempo di una frangia conservatrice e diffidente verso i costumi greci che, in pieno imperialismo, circolavano per il Mediterraneo.
Cesare, 100-44 a.C. Grandissimo generale, conquist la Gallia. Scrisse anche, tra le altre cose, due opere di storia (La guerra gallica e La guerra civile). Mor pugnalato dai senatori il 15 marzo 44 a.C. nella curia di Pompeo, suo nemico giurato.
Cicerone, 106-43 a.C. Filosofo, oratore, politico, Cicerone rappresenta la fonte maggiore per quello che sappiamo della Roma tardorepubblicana. La sua morte, per volere di Marco Antonio, segn la fine di un'epoca.
Cornelio Nepote, morto nel 32 a.C. Scrittore di storia romana, Nepote  noto per aver composto delle biografie a noi pervenute solo frammentariamente.
Daniele, autore di un testo contenuto nel Vecchio Testamento, fu uno dei profeti che annunci la venuta del regno di Dio.
Dionigi d'Alicarnasso, autore di et augustea morto nel 7 a.C., al quale si deve principalmente un'opera sulla storia di Roma arcaica scritta in lingua greca.
Epitome de Caesaribus, o Epitome dei Cesari, breve storia dell'impero romano sino a Teodosio i.
Eunapio, filosofo greco del quarto secolo. Fu autore di una celebre opera, Vite dei filosofi e dei sofisti, e di una Storia dopo Dessippo.
Eusebio di Cesarea, circa 260-340. Palestinese, fu vescovo di Cesarea Marittima. Sua  la celebre Storia Ecclesiastica.
Filone Alessandrino, filosofo greco del i secolo. Originario di una nobile famiglia ebraica, Filone ci ha lasciato una durissima testimonianza del governatore di Giudea Ponzio Pilato, accusato di essere un tiranno e un corrotto. Suo  il metodo dell'interpretazione allegorica del testo biblico.
Flavio Giuseppe, circa 37-100. Ebreo, passato alla storia per due opere in particolare, le Antichit giudaiche e la Guerra giudaica.
Giovanni Malala, circa 491-578. Siriano, compose un'opera che andava dalla creazione del mondo a pochi anni prima della sua morte (la Cronografia).
Girolamo, san, 348-420. Nato in Illirico, fu il segretario personale di papa Damaso. Tradusse in latino la Bibbia e scrisse diverse Lettere.
Giulio Ossequente, storico del quarto secolo, compose un'opera compilativa, Sui prodigi, nella quale aveva raccolto tutti i fatti portentosi che si verificarono a Roma, desumendoli dall'opera di Tito Livio.
Isidoro di Siviglia, san, 560-636. Dottore della Chiesa, compose le Etimologie, una raccolta di parole amplissima e realizzata attingendo a fonti diversissime, tanto classiche quanto cristiane.
Lattanzio, circa 240-320. Africano, dedic la sua vita alla strenua difesa della religione cristiana. Sue sono le opere (feroci accuse della paganit) Divine Istituzioni e Sulla morte dei persecutori.
Livio, 59 a.C.-17 d.C. Padovano, scrisse una monumentale storia di Roma dalle origini sino al suo tempo, in centoquarantadue libri, di cui ne restano per solo trentacinque.
Nicolao di Damasco, 64-4 a.C. Storico di et augustea, tra le altre cose scrisse una Storia universale in centoquarantaquattro libri e una famosa Autobiografia di Augusto.
Olimpiodoro, storico romano del v secolo originario di Tebe. Visse e oper alla corte dell'imperatore Teodosio ii, di cui  fonte preziosa, purtroppo giunta in buona parte per tradizione indiretta. Si dice che fosse anche un alchimista.
Orazio, 65-8 a.C. Originario di Venusia (oggi in provincia di Potenza), fu uno dei pi grandi poeti augustei. Sue sono le raccolte Epodi, Odi, Satire, Epistole, l'Arte Poetica e un Inno Secolare.
Orosio, inizi del v secolo. Portoghese di Bracara Augusta, fu un ecclesiastico. Sue sono le famosissime Storie contro i pagani, opera che ripercorre in chiave cristiana la storia romana sin dalle sue origini.
Ovidio, 43 a.C.-17 d.C. Abruzzese di Sulmona, fu uno dei maggiori poeti latini. Compose numerose opere, tra le quali alcune sull'amore (Gli amori, L'arte di amare), altre sui miti (Le metamorfosi) e sull'antiquaria (I Fasti), oltre a (amare) lettere scritte durante l'esilio (Lettere dal Ponto).
Pacuvio, drammaturgo e poeta romano del iii secolo a.C. Le sue tragedie si contraddistinguevano per la violenza e per il gusto del sangue.
Paolo, san, circa 5-64. Apostolo originario di Tarso, scrisse, fra le altre cose, una Lettera agli abitanti di Tessalonica datata al 53 e che fa parte del Nuovo Testamento, del quale  lo scritto pi antico.
Plinio il Vecchio, 23-79. Autore dell'opera enciclopedica Storia Naturale in trentasette libri, nella quale viene trattato molto dello scibile del suo tempo.
Plutarco, circa 46-125. Nato a Cheronea (in Beozia), studi ad Atene. Scrisse, tra le numerose opere, le Vite parallele, biografie dei grandi Romani e Greci del passato.
Polibio di Megalopoli, 200-120 a.C. Storico greco, scrisse la prima storia universale del mondo antico a noi giunta, Le Storie, nella quale esaltava Roma e la sua grandezza.
Pompeo Trogo, storico di et augustea (i a.C.-i d.C.). Fu autore, tra le altre cose, di un'opera di storia universale che andava da Babilonia ai suoi tempi. Perduta, ci  giunta nell'epitome di Giustino, storico del ii/iii secolo. Sostenitore dei nemici di Roma, Trogo si mostra contrario all'imperialismo, risultando una figura assolutamente originale nel panorama storiografico antico di matrice filoromana.
Porfirio, circa 233-305. Fenicio di origine, fu teologo e filosofo greco di scuola neoplatonica e autore di commenti e di opere dottrinarie nelle quali professa una marcata avversione per il cristianesimo.
Procopio, circa 500-565. Di Cesarea Marittima, scrisse opere storiche sul regno di Giustiniano i, come La Storia delle Guerre e Storia Segreta.
Sallustio, 86-35 a.C. Politico e storico romano, compose La congiura di Catilina, La guerra contro Giugurta e Le storie, opere monografiche e contrassegnate da una prosa complessa e dal gusto arcaizzante.
Scrittori della Storia Augusta, fine quarto secolo (?). Raccolta di biografie degli imperatori romani, scritte da biografi di dubbia storicit ma ricca di curiosit, aneddoti e notizie gustose.
Seneca, 4 a.C.-65 d.C., oper alla corte di Nerone, sotto il quale trov la morte. Compose Dialoghi, Epistole e la celebre Zucchificazione di Claudio.
Servio, grammatico romano del quarto secolo, fu il maggiore commentatore di Virgilio. Letto e studiato in et medievale,  ancora oggi suo il commento da cui partire per ogni ricerca sul poeta di Mantova.
Socrate Scolastico, 380-450. Avvocato di Bisanzio, protrasse sino all'anno 439 la Storia Ecclesiastica di Eusebio.
Sofocle, tragediografo greco del v secolo a.C., compose opere passate alla storia, come l'Aiace, l'Antigone e l'Edipo Re. Con lui la psicologia si affaccia al teatro in una visione del mondo pessimistica, in cui il male travolge gli uomini che pure lottano per resistergli.
Strabone, geografo greco del i a.C. - i d.C. Sua  l'opera Geografia, nella quale viene anche descritta Roma come essa dovette apparire agli occhi dello scrittore quando vi giunse la prima volta, restandone affascinato.
Sulpicio Severo, storico e poeta romano del quarto secolo, sub molto l'influenza di Sallustio e di Tacito, specialmente per il pessimismo e la tendenza all'escatologia.
Svetonio, 69-140 (?). Biografo dei Cesari, si occup anche di grammatica, retorica, poesia e storia.
Tacito, 55-117 (?). Politico, scrisse prevalentemente opere a carattere storico, come Gli Annali, Le Storie, ma anche biografico, L'Agricola, ed etnografico, La Germania.
Temistio, 317-388. Filosofo e oratore, visse parte della sua vita alla corte di Costantinopoli, dove si dedic all'esegesi delle opere di Aristotele e alla stesura di orazioni passate alla storia per la loro eleganza.
Tucidide, circa 460-404 a.C. Nativo dell'Attica del demo di Alimunte,  considerato il padre della storia moderna. Sua  l'opera La guerra del Peloponneso, fonte preziosa per ricostruire gli eventi degli anni 431-404 a.C.
Vegezio, fu un aristocratico del iv-v secolo che compose un trattato militare, pur non essendo soldato n ufficiale, ma funzionario.
Velleio Patercolo, 19 a.C.-31 d.C. Campano, scrisse una Storia romana in due libri dedicata a Marco Vinicio, un console*, rimasta incompiuta e a noi giunta solo parzialmente.
Virgilio, 70-19 a.C. Mantovano,  forse il pi grande poeta di lingua latina. La sua Eneide, poema epico sulle origini di Roma e sulla famiglia dell'imperatore Augusto,  una delle opere antiche pi lette nei secoli. Compose anche delle poesie di argomento bucolico (Le Egloghe e Le Georgiche).
Zonara, xii secolo. Sua  l'Epitome delle Storie, un'opera che andava dalla creazione del mondo all'anno 1118.
Zosimo, vi secolo. Pagano convinto, compose un'opera in difesa dell'antica religione, Storia Nuova, che andava dal regno dell'imperatore Augusto al 410.
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Appendice SECONDA.
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Glossario.
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Sono qui raccolti e spiegati in ordine alfabetico i termini tecnici o di difficile comprensione impiegati nel volume e contrassegnati da un asterisco.
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Auguri. Sacerdoti romani depositari dell'antichissima scienza augurale, il cui fine era interpretare i segni mandati dagli di.
Censori. Magistrati nominati ogni cinque anni per registrare i cittadini e controllare i senatori.
Clientes. Individui liberi ma dipendenti da patroni, vale a dire uomini a cui i clientes erano legati da vincoli precisi e da aiuto reciproco.
Consecratio. Conferimento di sacralit a cosa o a persona.
Console (consul). I magistrati pi elevati, eletti in coppia ogni anno.
Dedicatio. Rito con cui viene dedicato un edificio, spesso sacro.
Denarius. Moneta d'argento d'uso comune. Venticinque denarii facevano un aureus, moneta d'oro.
Divus. Titolo destinato agli imperatori divinizzati post mortem per volere del senato.
Flamen (flamine). Sacerdote preposto al culto di una specifica divinit. La divinit poteva anche essere un imperatore consacrato dopo la morte, come nel caso di Augusto, per il quale esistevano dei flamini augustali.
Hostis publicus. Una persona che poteva essere uccisa da chiunque e i cui beni venivano confiscati, cio incamerati dall'erario pubblico.
Imperium. Potere. Con Augusto esso divenne anche maius (e, per il principe, infinitum). Poteva essere domi (dunque civile, vale a dire esercitato in patria) e militiae (militare, esercitato fuori della citt). Consulare  quel tipo di potere detenuto dal console.
Iustitium. Sospensione di ogni attivit militare, civile e giuridica, in occasione di momenti delicati e potenzialmente pericolosi per l'equilibrio della citt.
Labarum. Insegna militare romana impiegata dall'esercito quando l'imperatore era con esso. Rappresentava un'aquila.
Liberto. Ex schiavo, ancora tuttavia legato all'antico padrone da precisi vincoli (per esempio, doveva prestargli soccorso in caso di malattia). I figli di un liberto erano cittadini romani.
Ludi saeculares. Spettacoli che duravano tre giorni e tre notti e che venivano istituiti alla fine di un saeculum e all'inizio del successivo, ciclo di pi o meno cento anni.
Magister equitum. Comandante della cavalleria. In et repubblicana, braccio destro del dictator.
Magister militum. Comandante degli eserciti.  a lui che, secondo lo storico Zosimo, Costantino i il Grande trasfer il comando delle guardie imperiali, togliendolo al prefetto al pretorio*.
Mos maiorum. Letteralmente costume degli antenati. Insieme di regole e comportamenti che i Romani dovevano seguire.
Patres. Letteralmente padri. Con questo titolo si indicano i senatori.
Penati. Divinit della casa che venivano venerate dai membri di una stessa famiglia e trasmesse di generazione in generazione.
Pontifex Maximus (Pontefice massimo). Capo dell'ordine sacerdotale dei pontefici e titolo degli imperatori dal 12 a.C. A partire dal 375 d.C. il titolo pass al papa.
Praepositus annonae. Funzionario responsabile dell'amministrazione dell'annona, l'approvvigionamento alimentare della citt.
Prefetto al pretorio. Comandante della guardia pretoriana nonch figura potentissima, spesso responsabile della deposizione (ed eliminazione) dell'imperatore. Col passare dei secoli il prefetto assunse sempre pi poteri civili e giudiziari.
Pretore. Magistrato eletto annualmente, per importanza secondo soltanto ai consoli*.
Prodigi (prodigia). Eventi misteriosi e talvolta mostruosi, attribuiti al volere degli di.
Tetrarchia. Forma di governo ideata dall'imperatore Diocleziano (284-305) e che consisteva in una coppia di augusti al potere, seguiti da due cesari da loro scelti. Quando gli augusti decadevano dalla carica, i due cesari ne prendevano il posto, nominando altri due cesari, un giorno anch'essi augusti.
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Appendice TERZA.
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Cronologia.
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Si riportano di seguito in ordine cronologico i principali eventi dalla fondazione della citt sino alla deposizione dell'ultimo imperatore Romolo Augustolo, con la quale tradizionalmente si considera conclusa la storia dell'impero d'Occidente. Sono evidenziati in grassetto gli eventi trattati nel presente volume con, fra parentesi, il rimando al Capitolo.
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753 a.C. fondazione di Roma (cap. i)
535 a.C. compaiono i primi documenti scritti in linga latina
510 a.C. cacciata del re Tarquinio il Superbo (cap. ii)
509 a.C. nascita della Repubblica
494 a.C. scoppiano le lotte fra patrizi e plebei
450 a.C. i Decemviri completano la stesura delle Leggi delle Dodici Tavole (cap. iii)
390 a.C. Roma  incendiata dai Galli
343 a.C. scoppia la prima guerra contro i Sanniti
338 a.C. la Lega Latina  sconfitta da Roma
327 a.C. scoppia la seconda guerra sannitica
312 a.C. censura di Appio Claudio Cieco
304 a.C. nel Foro viene esposto il calendario del giurista Gneo Flavio
298 a.C. scoppia la terza guerra sannitica
280 a.C. Pirro, re dell'Epiro, invade l'Italia
270 a.C. Roma conquista Reggio e si impadronisce dell'Italia peninsulare
264 a.C. scoppia la prima guerra punica
252 a.C. nascita del commediografo Plauto
240 a.C. ai ludi Romani, festa in onore di Giove Ottimo Massimo, Livio Andronico mette in scena il primo testo drammatico in latino
218 a.C. scoppia la seconda guerra punica
207 a.C. istituzione del collegium scribarum histrionumque
197 a.C. i Romani vincono i Macedoni a Cinoscefale
195 a.C. nascita del commediografo Terenzio
183 a.C. morte di Scipione Aficano e di Annibale
168 a.C. i Romani sconfiggono definitivamente i Macedoni nella battaglia di Pidna
167 a.C. lo storico Polibio di Megalopoli giunge schiavo a Roma
155 a.C. cacciata da Roma dei filosofi Carneade, Diogene e Critolao
149 a.C. scoppia la terza guerra punica
146 a.C. distruzione di Cartagine e Corinto (cap. iv)
133 a.C. il tribuno della plebe Tiberio Gracco viene assassinato per la questione agraria
130 a.C. pubblicazione delle Satire di Lucilio
121 a.C. uccisione di Gaio Gracco
118 a.C. Gaio Mario  tribuno della plebe
116 a.C. nascita di Varrone a Rieti
111 a.C. scoppia la guerra tra Roma e il re africano Giugurta
106 a.C. nascita di Cicerone
105 a.C. la guerra contro Giugurta finisce e il re viene giustiziato a Roma
102 a.C. vittoria di Gaio Mario ai Campi Raudii
100 a.C. nascita di Gaio Giulio Cesare
98 a.C. nascita del poeta Lucrezio
90 a.C. Druso viene assassinato e scoppia il bellum sociale
87 a.C. nascita del poeta Catullo
86 a.C. nascita dello storico Sallustio
83 a.C. guerra civile a Roma tra Mario e Silla
81 a.C. dittatura di Silla a Roma e liste di proscrizione
78 a.C. morte di Silla e rivolta di Sertorio in Spagna
73 a.C. rivolta di Spartaco
70 a.C. nascita del sommo poeta Virgilio
67 a.C. Pompeo sgomina i pirati e marcia contro il re Mitridate
65 a.C. nascita del poeta Orazio
63 a.C. consolato di Cicerone, congiura di Catilina e nascita di Gaio Ottavio (futuro Augusto)
60 a.C. primo triumvirato tra Cesare, Crasso e Pompeo
59 a.C. nascita dello storico padovano Livio
55 a.C. nascita (forse) del poeta Tibullo
53 a.C. Crasso muore nella battaglia di Carre
52 a.C. Cesare espugna Alesia e conquista la Gallia
51 a.C. Cesare pubblica la sua opera La guerra gallica
49 a.C. Cesare attraversa in armi il Rubicone
48 a.C. morte di Pompeo in Egitto
47 a.C. nascita del poeta Properzio
46 a.C. Cesare pubblica la sua opera La guerra civile
44 a.C. Cesare viene assassinato (cap. v)
43 a.C. secondo triumvirato tra Ottaviano, Antonio e Lepido, assassinio di Cicerone e nascita del poeta Ovidio
42 a.C. i cesaricidi muoiono nella battaglia di Filippi
39 a.C. viene istituita a Roma la prima biblioteca pubblica
31 a.C. battaglia di Azio e sconfitta di Antonio contro Ottaviano
27 a.C. Ottaviano diventa Augusto e inizia il Principato (cap. vi)
26 a.C. suicidio di Gallo, governatore d'Egitto
17 a.C. Augusto celebra i ludi saeculares*
9 a.C. viene inaugurata l'ara pacis Augustae
4 a.C. nascita di Seneca
8 d.C. sconfitta dei Romani contro i Germani a Teutoburgo ed esilio di Ovidio sul Mar Nero
14 d.C. morte di Augusto e pubblicazione delle sue Res Gestae Divi Augusti (Imprese del Divino Augusto)
23 d.C. nascita dell'erudito Plinio il Vecchio
33 d.C. Paolo di Tarso diffonde il Cristianesimo nell'Impero (cap. vii)
41 d.C. nascita del poeta Marziale
55 d.C. nascita dello storico Tacito
61 d.C. nascita di Plinio il Giovane
64 d.C. incendio di Roma e inizio della costruzione della Domus Aurea
65 d.C. congiura di Pisone, suicidio di Seneca e del poeta Lucano
69 d.C. anno dei quattro imperatori e lotte intestine per il trono di Roma
70 d.C. presa di Gerusalemme e nascita del biografo dei cesari Svetonio
77 d.C. pubblicazione della Storia naturale di Plinio il Vecchio
78 d.C. la prima cattedra di retorica a Roma viene assegnata a Quintiliano
79 d.C. eruzione del Vesuvio e morte di Plinio il Vecchio che ne rimane vittima
80 d.C. inaugurazione del Colosseo
106 d.C. Traiano conquista la Dacia
113 d.C. erezione della Colonna Traiana a Roma
115 d.C. conquista romana di Mesopotamia e Arabia (l'impero raggiunge la massima espansione)
117 d.C. Tacito pubblica la sua opera storica Gli annali
125 d.C. inizia la costruzione di villa Adriana
127 d.C. Il Pantheon di Roma viene ricostruito
135 d.C. Adriano reprime nel sangue la rivolta degli ebrei
139 d.C.  ultimata la costruzione del Mausoleo di Adriano a Roma
162 d.C. vengono pubblicate le Istituzioni del giurista Gaio
169 d.C. arrivo in Italia delle popolazioni germaniche dei Quadi e dei Marcomanni
193 d.C. viene eretta la Colonna Antonina a Roma
203 d.C. erezione dell'Arco di Settimio Severo a Roma
212 d.C. Constitutio Antoniniana (la cittadinanza romana  data a tutti i sudditi dell'impero)
216 d.C. vengono realizzate le terme di Caracalla a Roma
235 d.C. fine della dinastia dei Severi e strapotere dei soldati
248 d.C. Cipriano  vescovo di Cartagine
250 d.C. grande persecuzione dei Cristiani a opera dell'imperatore Decio
256 d.C. l'imperatore Valeriano cade in mano nemica (cap. viii)
271 d.C. vengono costruite le Mura Aureliane
293 d.C. Diocleziano inventa il sistema della Tetrarchia*
303 d.C. Diocleziano autorizza la pi feroce persecuzione dei cristiani
312 d.C. Costantino vince nella battaglia di ponte Milvio (cap. ix)
315 d.C. erezione dell'Arco di Costantino a Roma
325 d.C. Concilio ecumenico di Nicea
330 d.C. Costantinopoli diviene capitale dell'Impero
354 d.C. nascita di Agostino, futuro santo
362 d.C. l'imperatore Giuliano l'Apostata tenta una restaurazione pagana
366 d.C. Damaso  eletto papa
374 d.C. Ambrogio  eletto vescovo di Milano
378 d.C. sconfitta romana a Adrianopoli da parte dei Goti
380 d.C. editto di Tessalonica: il Cristianesimo  l'unica religione di stato dell'impero
382 d.C. dietro ordine di papa Damaso, Girolamo traduce in latino la Bibbia
395 d.C. divisione dell'impero in pars orientis e pars occidentis
408 d.C. morte di Stilicone
410 d.C. sacco di Roma da parte di Alarico (cap. x)
429 d.C. nascita di uno stato nazionale vandalo autonomo in Africa
438 d.C. pubblicazione del corpus di leggi Codice Teodosiano
452 d.C. papa Leone Magno ferma la marcia di Attila in Italia
466 d.C. nascita dello stato dei Visigoti in Spagna
476 d.C. deposizione di Romolo Augustolo e fine dell'impero romano d'Occidente.
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Appendice QUARTA.
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Vite in pillole.
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Nell'impossibilit di riportare tutti i personaggi menzionati nel corso del volume, si sono scelti solo quelli antichi (lasciando dunque da parte figure dell'et medievale, moderna e contemporanea) e, fra questi, i meno noti. L'ordine seguito  alfabetico. Per gli imperatori si rinvia al nostro volume, M. Blasi, L'incredibile storia degli imperatori romani. I ritratti degli uomini che hanno fatto grande Roma, Newton Compton Editori, Roma 2018. Tutte le date sono da intendersi successive alla nascita di Cristo, salvo quando diversamente indicato.
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Acca Larenzia.
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Secondo la tradizione pi diffusa, era la moglie del pastore Faustolo. Da alcuni autori viene presentata come una donna incapace di generare figli; secondo altri, perlopi bizantini, sarebbe stata una prostituta. Indipendentemente dalla sua posizione sociale, Acca si prese cura dei gemelli e li crebbe come una madre. Meno nota  invece la sua natura divina, pure testimoniata da alcune fonti: Acca Larenzia sarebbe stata una divinit festeggiata ogni 23 dicembre in occasione dei Larentalia: si dice, infatti, che fosse una prostituta casualmente passata fuori dal tempio di Ercole con il quale ebbe la fortuna di giacere.
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Alarico.
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Condottiero dei Goti, visse nella seconda met del quarto secolo e invase l'impero romano approfittando della discordia che serpeggiava tra i fratelli Onorio e Arcadio, i figli, nonch i successori, di Teodosio i (379-395). Serv sotto Arcadio e assal la parte occidentale di Onorio nel 400, ma si trov davanti Stilicone. Mor improvvisamente nei pressi di Cosenza dopo il sacco di Roma del 410.
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Alessandra Salom.
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Regina ebraica della dinastia degli Asmonei. A favore dei Farisei, concesse loro una posizione centrale nella politica della Giudea. Dedita a una strategia difensiva pi che espansionistica, Alessandra venne osteggiata dal figlio Aristobulo secondo e mor dopo nove anni di regno nel 67 a.C.
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Alessandro Magno.
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Re della Macedonia del quarto secolo a.C., era figlio di Filippo ii, sovrano che diede al paese il respiro di un impero. L'ulteriore espansione territoriale dovuta ad Alessandro valse al ragazzo, non ancora trentenne, l'appellativo di Magno. Grazie a lui, infatti, l'impero macedone spazi dall'Egitto all'Indo. Mor a Babilonia, lungo il viaggio di ritorno in patria, forse di malattia o forse assassinato dai suoi stessi soldati esasperati dall'inestinguibile fame di scoperte e di terra del loro re.
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Amatius.
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Personaggio del i secolo a.C. che pretendeva di essere figlio di Gaio Mario, leader popolare. Non  dato sapere se lo fosse veramente o se si trattasse, come pare, di un impostore (uno dei tanti del mondo antico), ma di certo ebbe un ruolo rilevante nel tumulto scoppiato in occasione dei funerali di Cesare. Infatti Amatius voleva elevare, insieme ai suoi seguaci, un altare votivo nel luogo in cui Cesare era stato assassinato, affinch la plebe potesse adorarlo, contravvenendo cos ai divieti imposti dal senato. Venne condannato a morte senza regolare processo con l'accusa di sobillazione popolare.
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Amulio.
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Re di Alba, spodest il fratello Numitore e costrinse la nipote Rhea Silvia a farsi sacerdotessa, per privarla cos della possibilit di avere una propria discendenza. Tent di uccidere Romolo e Remo, ma le correnti del Tevere alle quali i piccoli erano stati abbandonati li risparmiarono. Cresciuti, i gemelli si vendicarono uccidendolo e restituendo il potere al nonno.
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Anicia Faltonia Proba.
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Aristocratica di origine africana del quarto secolo e donna molto istruita, Proba era in contatto con diversi intellettuali del tempo, come Agostino e Giovanni Crisostomo. Da donna pia, lasci le rendite delle sue terre d'Asia al vescovo, perch le distribuisse fra i bisognosi.
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Annibale.
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Generale africano di Cartagine, visse e oper nel secondo secolo a.C. Sua  la traversata delle Alpi italiche insieme agli elefanti da guerra. Vincitore inarrestabile in una prima fase della seconda guerra punica, giunse sino a Roma senza per espugnarla. Le ragioni restano ignote. Sconfitto, si ritir nella sua citt natale per poi cercare rifugio in Vicino Oriente, al fine di organizzare una ribellione antiromana che, per, fall.
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Antioco Terzo.
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Detto anche monoftalmo per via del fatto che era orbo da un occhio, regnava in Siria nel secondo secolo a.C. Nemico giurato di Roma, che rappresentava un freno alle sue mire egemoniche, diede ospitalit ad Annibale e costitu il fulcro della lega antiromana alla quale partecipava anche Filippo v di Macedonia, padre di Perseo. Venne definitivamente battuto nel 190 a.C. in occasione della battaglia di Magnesia.
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Antioco Quarto.
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Discusso re di Siria di iii-ii secolo a.C. che govern con il sostegno di Roma, Antioco Epifane era a favore dell'ellenizzazione della religione giudaica e os profanare il tempio di Gerusalemme per consacrarlo a Zeus.
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Antipatro.
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Astuto ministro di Ircano Secondo, lo aiut contro il fratello di quello, Aristobulo ii. Fu padre di Erode il Grande. Fin avvelenato nel 43 a.C.
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Antonio.
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Marco Antonio. Generale fedele a Cesare, ne venne estromesso dal testamento. Il danno, irreparabile, comport la perdita di risorse e di appoggi necessari per prendere il posto lasciato vacante dal dittatore. Fece parte del secondo triumvirato, con il rivale Ottaviano e Lepido. All'allontanamento di quest'ultimo dalla vita politica, Antonio e Ottaviano entrarono in conflitto sino alla battaglia navale di Azio (31 a.C.), nella quale Antonio si uccise, sancendo la vittoria definitiva dell'altro e la conquista dell'Egitto, granaio dell'impero romano.
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Aristobulo Secondo.
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Fratello minore di Ircano Secondo e figlio di Alessandra Salom e di Alessandro Ianneo, Aristobulo si rivolt contro il fratello che la madre aveva scelto come sommo sacerdote e lo assedi a Gerusalemme. L'intervento di Pompeo Magno in Oriente a favore di Ircano secondo port alla cattura di Aristobulo, che venne condotto a Roma in catene, quindi ucciso (49 a.C.).
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Aristodemo (detto il Malaco)
Comandante dell'esercito cumano nella vittoria sugli Etruschi del 524 a.C., quindi tiranno della sua citt, Cuma, proprio in grazia del favore che si era conquistato vincendo, Aristodemo batt di nuovo i Tirreni segnando cos la fine del loro dominio nel Lazio. Dopo aver accolto presso di s Tarquinio il Superbo, fin assassinato per mano di quegli aristocratici che aveva mandato in esilio.
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Asdrubale.
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Era fratello minore di Annibale e lo accompagn nella spedizione che il Barcide condusse in Italia contro Roma. Perse la vita nell'attraversamento di un fiume durante l'assedio della citt spagnola di Helike (moderna Elche de la Sierra).
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Attico.
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Tito Pomponio Attico. Amico di penna di Cicerone. A lui, letterato romano, l'arpinate inviava regolarmente delle lettere nelle quali raccontava ci che accadeva a Roma (Lettere agli amici) e sempre a lui dedic una raccolta di epistole di argomento filosofico (Lettere ad Attico). Attico visse una ventina d'anni ad Atene, dove si arricch considerevolmente con la vendita di libri e opere d'arte. Fu anche il primo editore romano e pubblic, fra i numerosi titoli, le opere di Cicerone.
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Aulo Vibenna.
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Condottiero etrusco del vi secolo a.C., conquist la citt di Roma insieme al fratello Celio. Dall'archeologia provengono le prove dell'esistenza dell'uomo: un bicchiere di Veio (su cui si legge dono di Aulo Vibenna) e una coppa di Volcei, Vulci, (detta coppa di Aulo Vibenna). Infine, sulla celebre tomba Franois sempre di Volcei sono raffigurati i fratelli Vibenna insieme a un tale Macstarna, sul quale molto si  discusso ma che di base  ritenuto essere il re di Roma Servio Tullio.
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Aurelio Cotta.
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Lucio Aurelio Cotta. Fu politico romano, prima pretore* nel 70 a.C., quindi console* cinque anni dopo. Amico di Cicerone, dopo che ebbe abbandonato la fazione di Silla si leg in modo particolare a Cesare, di cui era zio per parte di madre. Usc dalla scena politica quando Cesare venne assassinato nel 44 a.C.
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Aureolo.
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Manio Acilio Aureolo. Ufficiale dell'imperatore Gallieno, nonch uomo di sua fiducia, Aureolo tent di prenderne il posto quando l'altro si trovava impegnato in una campagna militare contro i Goti. Fin ucciso dai suoi stessi uomini.
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Azia.
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Madre del futuro imperatore Augusto, Azia era una donna apprensiva e una madre opprimente che non lasciava al figlio neppure la libert di scegliere quali ragazze frequentare. Rimasta vedova di Gaio Ottavio, da cui aveva avuto il figlio Gaio Ottavio Turino (Cesare Augusto), si spos con Lucio Marcio Filippo. Alla notizia che Cesare aveva nominato il figlio erede di (quasi) ogni suo bene, dapprima gli sconsigli di accettare, quindi cedette.
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Brenno.
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Condottiero dei Galli del quarto secolo a.C., Brenno batt i Romani presso il fiume Allia e invase Roma, saccheggiandola.  passata alla storia la sua frase Vae victis!, guai ai vinti!, in riferimento ai Romani che, battuti, speravano in migliori condizioni di resa.
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Bruto (Lucio Giunio Bruto: v. sotto Padri fondatori della res publica).
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Bruto (Marco Giunio Bruto: v. sotto Cesaricidi).
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Byzas.
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Figlio del re Nysos, Byzas era un colonizzatore greco originario della dorica Megara. Nei suoi viaggi ispirati dall'oracolo di Apollo, Byzas giunse su un sito fertilissimo e dalla posizione altamente strategica e decise di fondarvi un proprio villaggio, Byzantion (oggi Istanbul). Secondo la leggenda si scontr col fratello Strombos e lo uccise (proprio come Romolo con Remo, e non a caso).
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Canuleio.
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Gaio Canuleio  il nome del tribuno della plebe che nel 445 a.C. present un plebiscito con cui chiedeva l'annullamento del divieto di matrimonio misto fra patrizi e plebei previsto nelle leggi delle Dodici Tavole. Il provvedimento ebbe una portata al tempo (forse) inimmaginabile. Infatti l'unione fra patrizi e plebei permise ai primi di arricchirsi (esistevano molte famiglie plebee ma danarose) e ai secondi di acquisire il diritto a candidarsi alle massime magistrature, come il consolato, tradizionalmente riservato ai soli patrizi.
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Cassio Longino (v. sotto Cesaricidi).
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Catone il Censore.
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Marco Porcio Catone. Politico del secondo secolo a.C. Originario di una famiglia plebea di Tusculum, Catone divenne censore* nel 184 a.C. e si distinse per severit e rigore, soprattutto per la sua avversione a un'apertura completa alla Grecia, ritenendo che i costumi ellenici andassero accuratamente filtrati, dal momento che potevano costituire un elemento di indebolimento per i Romani. Mor tre anni prima di vedere Cartagine in fiamme, lui che ne era stato il principale fautore della completa distruzione.
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Cerere.
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Antichissima divinit romana del grano che piano piano fin con l'identificarsi con la greca Demetra. La festa in suo onore, i Cerealia, cadeva il 19 aprile e in agosto si celebrava la cattura della figlia Persefone da parte di Ade, evento con il quale si spiegava l'alternanza delle stagioni.  del 496 a.C. un tempio dedicato a lei e ad altre due divinit (Libero e Libera) sull'Aventino, colle di Remo e da sempre plebeo (patrizio era invece il Palatino), per via della connessione della dea con il lavoro nei campi.
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Cesare.
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Gaio Giulio Cesare. Dittatore romano del Primo secolo a.C., Cesare fu sia un abile generale (al quale si deve la conquista della Gallia) che un raffinato scrittore (si pensi ai suoi diari La guerra gallica e La guerra civile). Tra i capi militari che caratterizzano la tarda repubblica Cesare fu indubbiamente il pi brillante e anche quello che pi di ogni altri contribu alla fine della res publica, ormai solo di nome una oligarchia, essendo di fatto una monarchia.
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Cesaricidi.
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Nome con il quale si designa il gruppo di senatori che congiur contro Giulio Cesare, uccidendolo a colpi di pugnale il 15 marzo 44 a.C. nella Curia di Pompeo, sotto la statua del Magno in nome del quale avevano pianificato ogni cosa. Convinti fautori di un ritorno alla libera res publica oppressa da Cesare novello tiranno, operarono in nome di un ideale, senza tenere per conto del favore della plebe nei confronti del dittatore. Il loro gesto non port a nulla di buono, anzi: la res publica precipit in un'ulteriore fase di guerre civili che si concluse con l'avvento del principato (di fatto, una monarchia). Fra i cesaricidi figurava il figlio adottivo di Cesare, Marco Giunio Bruto, che tuttavia non ide la congiura. Pare, infatti, che fosse Cassio Longino la mente della cospirazione e che avesse scritto lui i biglietti anonimi recapitati a Bruto per indurlo ad aderire alla rivolta (uno recitava: Che fai, Bruto, dormi?). Quinto Ligario vi partecip per il suo odio nei confronti di Cesare, contro il quale aveva combattuto nel 46 a.C. Al segnale dato da Tillio Cimbro (una non meglio nota richiesta che Cesare respinse), il primo colpo fu inflitto da Servilio Casca Longo, quindi seguirono tutti gli altri. Nel morire, Cesare si copr il volto, perch allora si credeva che l'anima risiedesse in quella parte del corpo.
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Cinna.
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Gaio Elvio Cinna era un poeta gallico e un caro amico di Cesare. Catullo, poeta di Verona, gli dedic la sua raccolta di poesie. Cadde vittima della folla durante i funerali di Cesare, quando scoppi un tumulto e fu scambiato per il pretore* Cinna, odiato dalla plebe.
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Cleopatra.
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Regina d'Egitto, ebbe dapprima una relazione amorosa con Giulio Cesare, da cui nacque Cesarione, quindi con Marco Antonio, al cui fianco combatt nella battaglia di Azio (31 a.C.). Quando per Antonio mor, Cleopatra decise di suicidarsi, certa di cadere in mano nemica e di finire ridotta in schiavit.
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Clodio.
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Publio Clodio Pulcro. Celebre tribuno della plebe amico di Cesare. Di origine patrizia, si fece adottare da una gens plebea per poter ricoprire la magistratura altrimenti preclusa. Alleato di Cesare, fin con l'intrattenere una relazione amorosa con la moglie Pompeia, incontrandola in casa del marito nel giorno sacro alla Bona Dea. Fin ucciso durante uno scontro con la banda di Milone, ottimate della fazione opposta a quella dei popolari di cui Clodio faceva parte.
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Corneli Scipioni.
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Publio e Gneo Corneli Scipioni. Rispettivamente consoli* nel 218 e nel 222 a.C., Publio e Gneo erano rispettivamente il padre e lo zio del celebre Africano. Combatterono Annibale in Spagna durante la seconda guerra punica. Cicerone li defin nientemeno che duo fulmina nostri imperii (noi diremmo due fulmini di guerra), anche in virt della loro fine gloriosa contro i Cartaginesi.
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Cornelio Gallo.
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Gaio Cornelio Gallo. Poeta e politico, Gallo fu il primo a ottenere la carica di Prefetto d'Egitto all'indomani della conquista romana del territorio pi ricco di grano dell'impero. Amico di Augusto, cadde tuttavia in disgrazia presso di lui, forse perch aveva assunto atteggiamenti pi adatti a un sovrano che a un governatore. Nel 26 a.C. Augusto lo costrinse al suicidio e lo colp con la damnatio memoriae, una pratica dell'oblio con la quale il nome del reo veniva eraso da ogni monumento pubblico e i suoi beni confiscati. Svetonio dice che Augusto pianse nel prendere questa decisione, ma non sappiamo quanto si trattasse di lacrime sincere o di coccodrillo.
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Crasso.
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Marco Licinio Crasso fu uno dei maggiori oratori del i secolo a.C. Combatt al fianco del dittatore Silla, represse nel sangue la rivolta capeggiata dallo schiavo Spartaco, fu accusato di aver appoggiato il rivoluzionario Catilina e nel 60 a.C. firm il cosiddetto primo triumvirato insieme a Cesare e a Pompeo. Mor nel 53 a.C. dopo una battaglia disastrosa per i Romani, che vi persero anche le insegne di Roma.
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Creonte.
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Mitico re di Tebe cantato da Sofocle per la sua crudelt, Creonte era fratello di Giocasta, la madre/moglie di Edipo. La sua vicenda si intreccia a doppio filo con quella della Sfinge. Il mostro si era infatti stabilito fuori Tebe e divorava chiunque non riuscisse a risolvere il suo indovinello: Qual  l'animale che nasce su quattro zampe, vive su due e muore su tre?. Creonte promise allora in sposa la figlia a chi fosse riuscito a trovare la soluzione. Vi riusc Edipo, che rispose correttamente: l'uomo, che cammina carponi, quindi sta ritto su due gambe e infine si poggia al bastone.
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Crizia.
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Politico ateniese del v secolo a.C., Crizia non condivideva la democrazia della sua citt e guardava invece con ammirazione a Sparta, modello di oligarchia. Fu a capo (o comunque ne fece parte) dei cosiddetti Trenta Tiranni, uomini mandati da Sparta per imporre un governo di stampo oligarchico alla vinta Atene (uscita sconfitta dalla guerra del Peloponneso contro la rivale). Perse la vita nella battaglia di Munichia.
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Demetrio Secondo.
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Re di Siria dalle vicende travagliate. Demetrio cadde prigioniero del re dei Parti Mitridate i nel 139 a.C. e riusc a tornare sul trono solo dieci anni pi tardi, per morire combattendo contro un pretendente, Alessandro Zabina.
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Dentato.
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Lucio Siccio Dentato, anche noto come l'Achille romano per via della sua eccezionale forza fisica. Di dubbia storicit, Dentato rientra fra gli oscuri e nebulosi personaggi del v secolo a.C. romano. Sulla sua famiglia si  incerti tra i patrizi Sicci e i plebei Sicini, ma le probabilit che egli fosse un Sicinio sono alte anche in considerazione della sua ostilit ai decemviri e del suo marcatissimo orientamento filoplebeo.
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Dionisio.
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Secondo papa della Chiesa copta del iii secolo, Dionisio si guadagn l'appellativo di Grande da Eusebio di Cesarea, che ne riconosceva le altissime qualit morali.
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Dolabella.
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Publio Cornelio Lentulo Dolabella. Politicamente molto flessibile, Dolabella pass da Cesare ai cesaricidi e poi dalla parte di Antonio, per procedere quindi con una serie di saccheggi delle citt d'Asia mentre si dirigeva in Siria, dove lo attendeva il posto da governatore. Vicinissimo a Cleopatra, quando la sua alleanza con la regina d'Egitto e le violenze perpetrate in Grecia furono rese note e la sua flotta venne abbattuta da quella di Lucio Staio Murco, chiese a uno dei suoi ufficiali di farsi uccidere (43 a.C.).
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Druso Maggiore.
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Nerone Claudio Druso Maggiore. Fratello del futuro imperatore Tiberio (14-37), Druso Maggiore oper a lungo in Germania, terra selvaggia e indomita, al servizio di Augusto, che lo amava pi di ogni altri. Purtroppo mor all'improvviso per una caduta da cavallo, lasciando due figli, Claudio (che sarebbe divenuto imperatore) e Germanico.
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Druso Minore.
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Nerone Claudio Druso Minore. Figlio dell'imperatore Tiberio, visse sempre in competizione con il fratello adottivo Germanico. Quando questi venne assassinato, Druso Minore vide aprirsi la strada per il trono. Tuttavia, il prefetto al pretorio* Lucio Elio Seiano pens bene di eliminarlo, sperando cos di prenderne il posto di successore dell'imperatore.
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Egnazia Mariniana.
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Moglie dell'imperatore Valeriano (253-260) e madre dell'imperatore Gallieno (253-268), visse nel iii secolo.
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Elena.
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Flavia Giulia Elena. Madre dell'imperatore Costantino i il Grande (306-337), Elena era una donna di umili origini animata da una grande fede. Durante un viaggio in Terra Santa condusse degli scavi sul monte del Calvario e, si racconta, trov la croce sulla quale Ges era morto. Fece quindi trasportare il legno noto per le sue propriet miracolose a Roma, nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme.
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Eracliano.
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Per aver assassinato Stilcone, Eracliano si guadagn le grazie di Onorio, imperatore della parte occidentale dell'impero, e fu nominato comandante militare dell'Africa. Sebbene in un primo tempo fosse stato fedele a Onorio, soprattutto in occasione della rivolta di Prisco Attalo, dopo non molto tempo tent di usurparne il potere affamando Roma, nutrita dal grano che proveniva dall'Africa. Sconfitto in battaglia, venne condannato a morte nel 413 e sub la damnatio memoriae, cio la condanna a essere dimenticato e a perdere i propri beni.
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Eraclito.
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Vissuto tra il vi e il v secolo a.C., Eraclito era originario di Efeso. Di famiglia aristocratica, divenne filosofo e compose un'opera intitolata Sulla natura, nella quale di fondo riprendeva le posizioni della scuola di Mileto, soprattutto rispetto al fuoco, inteso come principio di ogni cosa.
...
Ermodoro di Efeso.
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Giurista del v secolo a.C. dalla discussa storicit. Ermodoro sarebbe l'uomo che diede ai Romani i rudimenti di diritto (greco) da cui trassero le leggi delle Dodici Tavole. In segno di gratitudine gli eressero una statua nel Comizio. La storia, dal sapore aneddotico, parrebbe un espediente per spiegare gli elementi di diritto greco presenti in quello romano.
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Erode.
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Re di Giudea nel i secolo a.C. Secondo Matteo, Erode sarebbe stato il mandante della celebre strage degli innocenti, vale a dire dello sterminio di tutti i bambini di meno di due anni d'et. Cos facendo il re avrebbe cercato di uccidere il re dei Giudei, della cui nascita aveva appreso dai magi.
...
Eucherio.
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Flavio Eucherio era figlio del generale Stilicone. Una sua celebre raffigurazione sopravvive sul dittico di Stilicone oggi a Monza. Quando il padre venne (ingiustamente) accusato di tramare contro l'imperatore Onorio, Eucherio riusc a portarsi in salvo presso una chiesa, ma venne raggiunto da due eunuchi in cerca del consenso del principe e ucciso.
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Eugenio.
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Flavio Eugenio fu un usurpatore del quarto secolo. Poich l'imperatore Teodosio i (379-395) non lo riconosceva come augusto, Eugenio cerc il sostegno dell'lite pagana. Nella celebre battaglia del fiume Frigido venne catturato e ucciso dai soldati.
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Eutropio.
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Eunuco e ministro dell'imperatore Arcadio, visse nel quarto secolo. Con trame e astuzie si sbarazz del rivale Rufino per garantirsi il pieno controllo sul principe. Venne tuttavia eliminato dal generale Gaina, perch inviso all'imperatrice Eudocia.
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Falaride.
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Tiranno di Akragas, odierna Agrigento, vissuto nel vi secolo a.C. e famigerato per la sua crudelt. Faceva bruciare vivi i propri avversari, rinchiudendoli in un toro di bronzo sotto al quale veniva acceso un fuoco. Si racconta anche che mangiasse bambini. Molte delle notizie pervenute sul suo conto sono avvolte in un'aura mitica.
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Faustolo.
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Pastore (o porcaio) del re albano Amulio, secondo la leggenda avrebbe avvistato Romolo e Remo in una grotta, mentre una lupa li allattava. Fu lui a rivelare ai gemelli, una volta cresciuti, che erano nipoti del re di Alba. Secondo alcune fonti, Faustolo perse la vita durante lo scontro fra i due e venne sepolto nel Comizio.
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Filippo v.
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Sovrano di Macedonia del secondo secolo a.C. e simbolo della resistenza dei Greci alla conquista romana, Filippo commise molti errori sul piano militare e politico, tra i quali l'alleanza con Annibale e la creazione di una lega antiromana che port Roma a una durissima reazione. Mor nel 179 a.C. quando stava riorganizzando una nuova sollevazione.
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Gaina.
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Generale gotico che combatt al fianco di Stilicone. Tram dapprima contro Rufino, quindi contro Eutropio, per prendere Costantinopoli nel 400. Mor assassinato lungo il Danubio, dove aveva cercato riparo dopo essere stato respinto dalla citt.
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Gaio e Lucio Giuli Cesari.
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Lucio era nato nella gens Vipsania, ma venne adottato insieme al fratello Gaio da Augusto in vista della successione; mor prematuramente all'et di diciannove anni a Massilia, oggi Marsiglia. Gaio, invece, perse la vita a causa di una ferita riportata durante una spedizione in Oriente. Aveva ventiquattro anni. In seguito alla loro fine, Augusto decise di adottare Tiberio e di farne il suo erede.
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Gaio Gracco.
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Gaio Sempronio Gracco. Politico del secondo secolo a.C., Gaio lottava dalla parte della plebe, in nome della quale, da tribuno popolare, conferm le leggi agrarie del fratello Tiberio, finendo ucciso come lui. Credeva nella sovranit del popolo ed era un fautore dell'estensione della cittadinanza romana ai Latini e dei diritti latini agli Italici. In una lotta fra bande scoppiata sull'Aventino nel 122 a.C. fin ucciso con il suo pi fedele seguace, Marco Fulvio Flacco.
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Galla Placidia.
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Figlia dell'imperatore Teodosio i (379-395), era la fanciulla che il barbaro Stilicone avrebbe voluto far sposare al proprio figlio Eucherio, per assicurargli il trono. Catturata da Alarico e sposata da Ataulfo, torn dal fratello Onorio alla morte del marito. Nuovamente sposata, questa volta con Costanzo iii (421), alla morte di questi si trasfer a Constantinopoli, quindi a Roma, dove govern in luogo di Valentiniano iii (425-455), imperatore minorenne.
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Germanico.
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Cesare Giulio Germanico. Nipote dell'imperatore Tiberio (14-37) e padre del futuro imperatore Caligola (37-41), ricevette il cognomen onorifico di Germanico per i successi riportati in Germania. Quindi si distinse anche in Siria, dove tuttavia mor per un avvelenamento. Dapprima fu accusato il governatore locale Pisone, ma venne assolto per mancanza di prove. I sospetti, mai appurati, ricaddero su Tiberio e sulla madre di quello, Livia.
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Giovanni
Apostolo di Ges legato a Pietro. Paolo di Tarso lo ricorda come una delle colonne della Chiesa insieme a Pietro-Cefa e a Giacomo.
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Giulia.
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Vedova di Gaio Mario, Giulia mor nel 69 a.C. e rappresent per il nipote Cesare una preziosa occasione di visibilit, quando il ragazzo ne recit l'elogio funebre di fronte al popolo, presentandosi cos alla plebe come il continuatore politico dell'opera del popolare Mario.
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Giulia.
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Figlia di Cesare, era una ragazza molto amata dalla plebe. Malgrado fosse stata data in sposa a Pompeo Magno secondo quel familismo amorale proprio delle societ antiche (e che consisteva nell'usare le figlie come pedine per stringere alleanze politiche tramite matrimoni strategici), sembra che i due si amassero sinceramente. Mor di parto nel 54 a.C. e da allora i rapporti fra Cesare e Pompeo si guastarono.
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Giulio Proculo.
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Personaggio di dubbissima storicit, parrebbe frutto della fantasia (e della piaggeria) di Virgilio, che avrebbe posto al tempo di Romolo un Giulio, vale a dire un membro della gens dell'imperatore Augusto, evidentemente a fini celebrativi. A ogni modo, si sarebbe trattato di un giovane di Alba il quale, dopo la tragica scomparsa del suo re Romolo, avrebbe affermato di averlo visto in cielo come un dio e che quello gli avesse detto di adorarlo col nome di Quirino.
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Ingenuo
Governatore della provincia di Pannonia. Alla cattura dell'imperatore Valeriano (253-260), tent di usurpare la porpora imperiale, ma venne sconfitto in battaglia e mor, forse suicida.
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Ircano ii.
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Figlio di Alessandra Salom e di Alessandro Ianneo, fratello maggiore di Aristobulo ii, Ircano secondo venne scelto dalla madre come sommo sacerdote (76-67 a.C.). Vittima dell'astuto consigliere Antipatro, Ircano secondo venne mutilato per impedire che potesse essere ancora sommo sacerdote. Si ritir quindi in esilio a Babilonia, da dove venne tuttavia richiamato da Erode, che lo fece uccidere per timore che i propri avversari potessero servirsene contro di lui.
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Irzio.
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Aulo Irzio. Console* del 43 a.C., mor quello stesso anno nella battaglia di Mutina, oggi Modena, combattuta tra gli eserciti di Roma, che egli guidava, contro quelli di Marco Antonio, al fine di liberare Bruto (un parente dell'omonimo cesaricida) dall'assedio in cui si trovava. La morte di Irzio, come quella del suo collega al consolato, Pansa,  tinta di mistero e si pensa che dietro alla sua fine vi fosse la longa manus di Ottaviano.
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Lepido
Marco Emilio Lepido. Magister equitum* del dittatore Cesare, alla morte di questi perse la carica, ma continu a detenere il controllo dell'esercito con buona pace di Marco Antonio, che ne temeva il potere (pur essendo console!). Divenne triumviro insieme a Marco Antonio e a Ottaviano e ottenne il controllo delle province d'Occidente e dell'Africa settentrionale. Per essersi schierato dalla parte (sbagliata) di Sesto Pompeo, Ottaviano lo mand in esilio, permettendogli comunque di mantenere la carica di pontefice massimo* sino alla morte sopraggiunta nel 13 a.C.
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Ligario (v. sopra Cesaricidi)
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Livia.
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Madre dell'imperatore Tiberio (14-37), Livia Drusilla apparteneva alla nobilissima famiglia romana dei Livii Drusi. Ceduta in sposa dal marito Nerone a Ottaviano, che la reclamava (per i suoi illustri natali e i conspicui sostegni in senato...), Livia divenne la first lady dell'impero. Prima Augusta, sopravvisse al marito al quale fu legata da sincera stima, dopo averlo consigliato nelle pi delicate questioni di stato (e trafficando non poco per mettere sul trono il figlio di primo letto Tiberio avuto da Nerone). Venne adottata dal marito per via testamentaria, divenendo cos Giulia Augusta, titolo che port sino alla morte sopraggiunta nel 29.
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Macriano.
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Tito (?) Fulvio Macriano. Di origine equestre, Macriano tent di usurpare il trono di Roma, quando l'imperatore Valeriano (253-260) venne catturato da Shapur I. Fece anche eleggere augusti i propri due figli, che peraltro furono riconosciuti come tali dalle province orientali. Vennero tutti sconfitti da Aureolo.
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Magno Massimo.
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Usurpatore d'Occidente vissuto nel quarto secolo, combatt contro l'augusto in carica Graziano (375-383). Dapprima tollerato da Teodosio i (379-395), ne venne sconfitto quando mosse contro Valentiniano secondo (375-392). Fu trucidato dai suoi stessi soldati nel 388.
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Marcello.
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Marco Claudio Marcello. Figlio di Ottavia, sorella dell'imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.), ed erede designato di questi, Marcello era bello e popolare. Mor tuttavia prematuramente, segnando l'inizio di una triste serie di decessi legati alla successione. L'imperatore ne recit l'elogio funebre alla presenza di tutto il popolo romano.
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Mario.
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Gaio Mario. Originario di Arpino, dove nacque da una famiglia plebea, Mario si distinse come uomo d'armi in occasione della guerra di Roma contro il re africano Giugurta. Da allora la sua ascesa politica fu inarrestabile, tanto che ricopr ben otto consolati, prima di cadere nell'86 a.C. nella guerra civile che oppose popolari e ottimati, questi ultimi capeggiati da Silla.
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Massinissa.
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Re di Numidia fedelissimo ai Romani da quando lo avevano aiutato a recuperare il regno paterno. A usurparlo era stato il re Siface, alla cui sconfitta molto contribu Massinissa, che della moglie di quello si innamor (Sofonisba). Nell'intesa con Roma, Massinissa vedeva l'occasione propizia per espandere il proprio dominio in Africa ai danni di Cartagine. Tuttavia, la terza guerra punica mise fine al sogno del numida, perch i Romani occuparono i territori cartaginesi, sottraendoli cos a lui. Si racconta che visse moltissimo e che ebbe figli sino a novant'anni.
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Mecenate.
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Gaio Mecenate. Cavaliere etrusco originario di Arretium (Arezzo) e fidato consigliere di Augusto (27 a.C.-14 d.C.). Fu, di base, un talent scout (avanti Cristo), perch si occupava, principalmente, di scoprire artisti e metterli al servizio del regime. Il suo circolo ospitava intellettuali e scrittori del calibro di Virgilio e Orazio. Quando mor lasci tutti i suoi beni all'imperatore.
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Menenio Agrippa (Agrippa Menenio Lanato: v. Padri fondatori della res publica)
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Mos.
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Liberatore del popolo d'Israele dalla schiavit in Egitto, con il sostegno di Dio port in salvo la sua gente oltre il mar Rosso e sul monte Sinai ricevette le Dieci tavole. Ripart in direzione della Terra Promessa, ma mor prima di giungervi.
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Nestore.
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Tra i re greci che posero sotto assedio la citt di Troia, Nestore viene ricordato per la sua saggezza. Regn quindi a Pilo dove ospit Telemaco, il figlio di Odisseo, giunto in cerca del padre. Il suo nome figura su una coppa iscritta, appunto detta coppa di Nestore, la pi antica testimonianza della lingua greca che ci sia giunta.
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Numitore.
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Ultimo re di Alba, padre della sacerdotessa Rhea Silvia e nonno di Romolo e Remo, vide il suo trono usurpato dal crudele fratello Amulio. Salvato dai gemelli, venne rimesso sul trono e sugger ai ragazzi di fondare una loro citt, la futura Roma.
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Olimpio.
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Esponente della fazione antibarbarica della parte occidentale dell'impero, fu tra i principali accusatori di Stilicone, grazie al quale, tuttavia, era riuscito a entrare nella corte imperiale. Nonostante un iniziale successo, fin ucciso a bastonate per volere dell'imperatore Costanzo iii (421) che intendeva punirlo per quanto fatto a Stilicone.
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Ortensio Ortalo.
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Quinto Ortensio Ortalo. Si dice che fosse il pi grande oratore del i secolo a.C. (o, almeno, uno dei maggiori), dopo Cicerone. Il suo stile veniva definito asiano, nel senso di trabordante e barocco alla maniera degli oratori d'Asia. Recit lui (o qualcun altro, non  dato saperlo con certezza) l'elogio funebre di Silla.
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Ostiliano.
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Gaio Valente Ostiliano Messio Quinto. Figlio dell'imperatore Decio (249-251) e fratello di Erennio Etrusco. Nominato cesare dal padre, venne adottato dall'imperatore Treboniano Gallo (251-253) e mor di peste.
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Ottavia.
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Figlia di Azia, sorella dell'imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.) e madre di Marcello, fu data in sposa a Marco Antonio all'indomani del secondo triumvirato, proprio per rafforzare il legame politico fra il marito e il fratello. Tuttavia, malgrado ogni sforzo, ne venne ripudiata.
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Padri fondatori della res publica.
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Secondo la tradizione la res publica nacque nell'anno 509 a.C. con la cacciata dell'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo (di fatto, il passaggio dalla monarchia alla repubblica fu meno netto). I primi consoli* ordinari, nonch i capi della rivolta, furono Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino; i suffetti, invece, furono Spurio Lucrezio Tricipitino, Publio Valerio Publicola e Marco Orazio Pulvillo. Di questi, i pi celebri furono Bruto, destinato a divenire il simbolo della lotta ai tiranni, e Publicola, che era cos soprannominato per la sua benevolenza nei confronti della plebe (in latino publicola verrebbe da plebem e colere, amare la plebe).
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Pansa.
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Gaio Vibio Pansa Cetroniano. Console* nel 43 a.C. insieme ad Aulo Irzio, Pansa (che significa piede piatto per, si vede, una particolare conformazione della pianta) era nato nella gens Caetronia, ma a causa della fine del padre, un monetiere esiliato da Silla, era stato adottato nella gens Vibia, sfuggendo cos alla triste sorte dei figli dei proscritti e potendo percorrere una brillante carriera politica diversamente preclusa. La fine che incontr non fu meno infelice di quella del padre, per: ferito durante la battaglia di Mutina, oggi Modena, nel 43 a.C., mor in una tenda dell'accampamento, mentre avrebbe lasciato a Ottaviano il comando degli eserciti (cosa, questa, senz'altro falsa e ideata dallo stesso Ottaviano per legittimare un potere che altrimenti non possedeva).
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Periandro.
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Tiranno della citt di Corinto nel vi secolo a.C. (meno probabilmente nel vii), viene annoverato tra i sette sapienti del mondo greco. A lui sono attribuite diverse massime, tra le quali, per esempio: Insulta in modo tale da poter tornare nuovamente amico e Leggi vecchie, ma cibi freschi!.
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Pericle.
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Politico ateniense del partito di Efialte, guid la politica per un trentennio, sostenendo la necessit per Atene di affermare il proprio potere sull'intera Grecia (cosa che si sarebbe verificata nella battaglia di Enofita). Mor di peste nel 429 a.C., sfinito dalla malattia e da alcune vicende processuali intentategli dalla fazione opposta.
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Perseo.
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Ultimo re della Macedonia. Figlio di Filippo v, Perseo aveva preso dal padre il temperamento impetuoso. Deciso a contrastare l'espansione romana in Grecia, combatt sino alla sconfitta di Pidna (168 a.C.), nella quale venne catturato dal generale Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione Emiliano (il distruttore di Cartagine). Si racconta che i Romani, dopo averlo condotto in catene lungo le vie della capitale durante la processione trionfale, lo rinchiusero nel carcere di Alba Fucens (attuale Massa d'Albe). Qui sembra che i carcerieri lo avessero torturato fino alla morte, impedendogli di dormire.
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Pirro.
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Re dell'Epiro (territorio della Grecia occidentale) tra il quarto e il iii secolo a.C., Pirro pretendeva di discendere nientemeno che da Achille e da Eracle e reclamava il controllo della Sicilia. L'espressione vittoria di Pirro nasce da un episodio: egli vinse i Romani ad Ascoli, in Puglia, nel 279 a.C., ma quella vittoria gli cost una tale perdita di uomini da essere considerata a fatica una vittoria vera e propria.
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Pisone Cesonino.
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Lucio Marco Pisone Cesonino. Politico romano del i secolo a.C., Cesonino si occup sia della custodia del testamento di Cesare che delle sue esequie (in quanto suocero, perch padre della terza e ultima moglie di Cesare, Calpurnia). Ricopr il consolato nel 58 a.C. Per lui  la celebre invettiva di Cicerone nota con il titolo In Pisonem (Contro Pisone), risposta a un discorso tenuto dallo stesso Pisone, nel quale attaccava l'Arpinate per essere fuggito da Roma e aver coperto Cesare e Pompeo nei loro intrighi politici.
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Pizia.
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Sacerdotessa di Apollo a Delfi, riceveva dal dio le risposte alle domande che i visitatori le ponevano, perch il dio, possedendola, la faceva cadere in uno stato di trance. Le parole che la donna pronunciava apparivano prive di senso e spettava a un sacerdote metterle in versi, mentre a chi le aveva chieste interpretarle.
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Polinice.
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Mitico figlio di Edipo, fu causa della guerra dei Sette contro Tebe. Divorato dall'odio per il fratello Eteocle, mor in un duello all'ultimo sangue nel quale perse la vita anche l'altro.
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Postumo.
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Marco Cassiano Latinio Postumo. Padre dell'imperium Galliarum, impero secessionista, ne fu il primo sovrano (260-269). Venne ucciso dai suoi soldati perch non aveva loro permesso di saccheggiare una citt.
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Prisco Attalo.
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Usurpatore del quarto secolo, Prisco Attalo venne nominato imperatore prima da Alarico, quindi da Ataulfo, sempre in alternativa a Onorio (395-423), augusto ordinario d'Occidente. Quando l'imperatore lo ebbe in suo pugno non lo uccise, ma se ne sbarazz spedendolo in esilio a Lipari, un'isola vulcanica e selvaggia.
Publicola (Publio Valerio Publicola: v. sopra Padri fondatori della res publica)
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Radagaiso.
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Re goto del quarto secolo, invase l'Italia e pose sotto assedio Florentia (Firenze). Sconfitto da Stilicone, fin decapitato.
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Regaliano.
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Militare di origine senatoria, fece carriera sotto l'imperatore Valeriano (253-260). Tent di usurpare la porpora imperiale di Gallieno (253-258), quando in seguito alla cattura di Valeriano si verificarono in tutta l'Europa settentrionale le invasioni di genti barbare. Venne assassinato dai suoi stessi soldati.
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Rhea Silvia.
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Figlia di Numitore, venne costretta a farsi sacerdotessa dallo zio Amulio, perch cos non potesse avere bambini che un giorno avrebbero reclamato il trono. Miracolosamente messa incinta dal dio Marte, secondo alcune fonti partor Romolo e Remo, ma venne uccisa e gettata nell'Aniene (che la prese in moglie) oppure imprigionata e liberata dai figli molti anni dopo. Secondo alcuni autori latini, era una delle figlie di Enea (cosa che faceva di Roma, di conseguenza, una citt troiana).
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Rufino.
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Flavio Rufino fu un intrigante prefetto al pretorio* d'Oriente. Si sbarazz di due ministri rivali grazie all'appoggio dell'imperatore Teodosio i (379-395). Alla morte di questi govern in luogo del successore Arcadio (395-408), un ragazzino superficiale, ma venne eliminato in una congiura organizzata dall'eunuco Eutropio.
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San Cipriano.
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Tascio Cecilio Cipriano. Vescovo di Cartagine del iii secolo, sosteneva maggiore elasticit nei confronti dei lapsi, vale a dire di quanti avevano rinnegato la propria fede verso Cristo pur di sfuggire alle persecuzioni dell'imperatore Decio (249-251). Fu anche a favore dell'autonomia da Roma delle singole comunit ecclesiastiche. Venne ucciso durante le persecuzioni dei cristiani volute dall'imperatore Valeriano (253-260).
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San Lorenzo.
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Diacono del terzto secolo, al tempo delle persecuzioni di Valeriano (253-260) Lorenzo venne martirizzato su una graticola ardente perch si era rifiutato di cedere il tesoro della sua comunit al prefetto della citt di Roma.
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San Pietro.
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Apostolo di Ges, faceva il pescatore prima di divenire un seguace di Giovanni Battista. Secondo la tradizione sarebbe stato l'apostolo con una posizione di preminenza sugli altri (e, peraltro, a lui  attribuito il miracolo della guarigione dello storpio, il primo dopo la morte di Ges). Mor insieme a Paolo di Tarso a Roma, sotto l'imperatore Nerone (54-68).
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Sant'Ambrogio.
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Teologo e vescovo di Milano del quarto secolo, Ambrogio fu santificato e per i cattolici  uno dei quattro dottori della Chiesa. Fu precettore dell'imperatore Graziano (375-383) e si batt contro l'eresia ariana. Fu lui a imporre all'imperatore Teodosio i (379-395) una pubblica penitenza per il massacro di Tessalonica, in cui persero la vita migliaia di persone nell'arco di poche ore. A lui  dedicata l'omonima chiesa di Milano dove venne sepolto nel 397.
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Scipione Africano.
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Publio Cornelio Scipione detto l'Africano discendeva dalla nobilissima famiglia dei Corneli e si guadagn il soprannome di Africano per la vittoria sui Cartaginesi a Zama nel 202 a.C. Tuttavia, malgrado i meriti venne accusato da Catone il Censore di connivenza con Antioco terzto di Siria e i nemici di Roma (anche se al riguardo siamo male informati). Mor a Liternum, in Campania, il giorno prima del processo che lo attendeva a Roma (183 a.C.).
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Serse.
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Re persiano del v secolo a.C., era figlio di Dario i. Tent, invano, la conquista della Grecia, perdendo prima a Salamina (480 a.C.), quindi a Platea (479 a.C.). Mor assassinato insieme al suo primogenito in una congiura di palazzo. Eschilo lo scelse come protagonista della sua tragedia I Persiani.
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Servilio Ahala (o Axilla).
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Gaio Servilio Ahala o Axilla. Magister equitum* del v secolo a.C., assassin Spurio Melio, perch sospettava che volesse instaurare un regime monarchico a Roma. Lo avrebbe fatto con un pugnale che teneva sotto al braccio. Si tratterebbe, comunque, di una vicenda poco fededegna, di un racconto forse nato per spiegare il cognome di Axilla (Ascella) di un ramo della gens ...
Servilia.
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Servilio Casca Longo (Publio Servilio Casca Longo, v. sopra Cesaricidi)
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Sibilla.
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Sibilla era qualunque donna fornisse responsi a quanti la interrogavano. Pare che ce ne fossero dieci in totale, raffigurate ora come giovinette vergini, ora come vecchie. La pi famosa  quella cumana (perch Virgilio la cant nel suo celebre sesto libro dell'Eneide), che risiedeva in una grotta nei pressi di Cuma, in Campania. Costituisce, in sostanza, la variante italica della Pizia di Delfi.
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Sicheo.
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Mitico marito della regina Didone, Sicheo mor per mano del cognato Pigmalione. La moglie, fuggita a morte certa, ripieg in una localit dove fond una propria citt: Cartagine. Qui si uccise, pur di non sposare Iarba, un re che non amava. Il mito fu rimaneggiato in ambiente romano, che sostitu la figura di Iarba con quella di Enea e mise cos in rapporto, seppure un rapporto mitico, la vicenda del troiano con le cause pi remote e profonde delle guerre puniche fra Roma e Cartagine, spiegate proprio con l'odio di Didone per Enea che l'abbandon.
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Silla.
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Lucio Cornelio Silla Felix. Membro della famiglia patrizia dei Corneli, Silla (o Sulla) si distinse per le sue indiscusse qualit di generale al tempo della guerra contro Giugurta (i secolo a.C.). Esponente di punta della fazione ottimate, Silla si scontr con Gaio Mario, leader di quella popolare, che sconfisse, insediandosi a Roma, dove instaur una dittatura passata alla storia per le liste di proscrizione. Ma Silla riform anche la res publica, riportandola ai fasti di un tempo (almeno, per lui) e a un governo ottimate. Lasci la politica e si ritir a vita privata in Campania, in una delle sue ville, dove mor per un colpo apoplettico dovuto a un accesso d'ira.
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Silvestro.
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Papa (314-335), viene tradizionalmente ritenuto (ma sulla base di leggende) l'uomo che aveva guarito dalla lebbra e convertito al Cristianesimo l'imperatore Costantino i il Grande (306-337).
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Solone.
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Solone fu uno dei pi grandi legislatori della Grecia classica. Sua , in particolare, la riforma timocratica, o censitaria, in base alla quale la popolazione ateniese veniva inquadrata in classi sociali sulla base appunto del reddito. Secondo la tradizione alcuni Romani furono mandati in Grecia per studiare le sue leggi al fine di realizzare una propria raccolta di norme. La sua riforma presenta strettissime analogie con quella attribuita dalla tradizione al re Servio Tullio (sesto re di Roma).
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Spurinna.
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Aruspice etrusco del i secolo a.C., discendente forse da una nobile famiglia di Tarquinia, aveva avvisato Cesare di guardarsi dalle Idi di marzo, probabilmente perch al corrente della congiura (v. sopra Cesaricidi).
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Spurio Cassio.
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Fu un console* romano del v secolo a.C. che firm l'alleanza tra Romani e Latini nel 493 a.C. Il patto cassiano (in latino foedus Cassianum) non lo mise tuttavia al riparo dalla brutta fine che fece, dal momento che, stando a quanto gli storici riportano, aspirava nientemeno che alla tirannide.
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Spurio Melio.
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Politico del v secolo a.C., venne sospettato di aspirare alla tirannide solo perch, deciso a limitare i danni prodotti da una carestia, don grano alla plebe. Fu assassinato da Gaio Servilio Ahala o Axilla.
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Stilicone.
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Flavio Stilicone fu un condottiero di origine vandala. Fautore della fusione tra barbari e Romani e dell'unit dell'impero (ormai spaccato in due parti), era stato incaricato dall'imperatore Teodosio i (379-395) di prendersi cura del figlio Onorio. Stilicone avrebbe puntato al trono, almeno secondo alcuni storici. Accusato dunque di tramare ai danni dell'augusto fanciullo, fu catturato e decapitato. Analoga sorte tocc al figlio Eucherio.
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Tarpea.
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Fanciulla del tempo di Romolo, si dice che mentre andava a una fonte avesse visto il re dei Sabini Tito Tazio e che se ne fosse perdutamente innamorata. Fu cos che gli offr il suo aiuto e una notte apr le porte della citt all'uomo che sperava l'avrebbe sposata. Ma Tazio, almeno secondo una parte della tradizione, la seppell sotto gli scudi dei suoi uomini per ripagarla di quanto aveva fatto, visto che si trattava di una traditrice.
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Tiberio Claudio Nerone.
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Padre naturale dell'imperatore Tiberio (14-37), Nerone era un politico fedele alla causa repubblicana. Finito dapprima nelle liste di proscrizione sillane, quindi avversario di Ottaviano, venne da questi perdonato per i suoi caldi trascorsi in cambio della mano della moglie Livia. Cos Nerone dovette divorziare e i suoi figli Tiberio e Druso Maggiore finirono sotto la tutela del nuovo marito della madre.
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Tillio Cimbro (Lucio Tillio Cimbro: v. sopra Cesaricidi).
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Tito Tazio.
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Re dei Sabini, dopo una guerra contro i Romani (colpevoli di aver rapito le donne del suo popolo), giunse a una pace con Romolo e insieme regnarono su Roma per cinque anni, stabilendosi con la sua gente sul colle del Quirinale. Ucciso durante un sacrificio, venne sepolto sull'Aventino in un boschetto di allori (nell'attuale piazza Giunone Regina).
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Trasibulo (di Atene).
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Politico ateniese del v secolo a.C., Trasibulo lott in nome della democrazia contro i Trenta Tiranni, generalissimi messi da Sparta a capo della vinta Atene per instaurarvi un'oligarchia. Simbolo della difesa della democrazia, promosse l'imperialismo ateniese.
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Trasibulo (di Mileto).
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Fu tiranno di Mileto nel vii secolo a.C. Periandro, collega e amico di Corinto, gli invi degli ambasciatori per chiedergli consiglio su come risolvere alcune tensioni interne. Trasibulo gli rispose con un gesto: recise le spighe pi alte. Un modo come un altro per dirgli di sbarazzarsi degli aristocratici pi in vista. L'episodio ha senz'altro ispirato quello di Tarquinio il Superbo.
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Uranio Antonino.
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Lucio Aurelio Giulio Sulpicio Uranio Antonino. Usurpatore di fine terzto secolo, in precedenza Uranio potrebbe essere stato sacerdote di Emesa (in Siria). All'arrivo dell'imperatore Valeriano (253-260) avrebbe rinunciato al trono.
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Veleno.
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Re dei Cadusii, aveva consigliato a Shapur i di liberare Valeriano (253-260) e di raggiungere un accordo con Roma.
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Vipsania Agrippina.
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Adorata moglie dell'imperatore Tiberio (14-37). Quando il ragazzo fu destinato al trono dovette divorziarne e sposare una figlia di Augusto (27 a.C.-14 d.C.) che invece detestava. La donna, per il trauma subto, perse il figlio che teneva in grembo.
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Vipsanio Agrippa.
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Marco Vipsanio Agrippa. Padre di Vipsania, fu amico intimo di Augusto (27 a.C.-14 d.C.). Alcuni autori lasciano intendere che l'idea di istituire il principato a Roma fosse sua, altri di entrambi. Decisivo fu il suo contributo nella vittoria aziaca di Ottaviano su Marco Antonio e Cleopatra del 31 a.C. Augusto gli diede in sposa una figlia e lo design come suo successore, ma la morte dell'uomo, sopraggiunta nel 12 a.C., sconvolse ogni progetto dinastico.
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Volusiano.
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Gaio Vibio Afinio Gallo Veldumniano Volusiano. Figlio dell'imperatore Treboniano Gallo (251-253), Volusiano fu elevato dal padre alla porpora imperiale. Furono uccisi insieme dai loro stessi soldati che passarono dalla parte di Valeriano (253-260).
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Bibliografia essenziale.
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Nell'impossibilit di riportare l'intera bibliografia impiegata per la realizzazione del presente volume, si offre una scelta di studi ritenuti indispensabili per quanti vogliano approfondire i temi trattati.
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Ringraziamenti.
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Desidero ringraziare il mio editore e, in particolare, Martina Donati, per l'energia e la professionalit che la contraddistinguono. Un grazie speciale va inoltre a chi, con pazienza e generosit, ha letto e discusso con me alcuni capitoli del presente volume, dispensandomi preziosi consigli e facendomi dono di sincera amicizia: Tessa Canella, Gianluca De Sanctis, Silvia Orlandi e Umberto Roberto. Naturalmente, ogni imprecisione o errore rimane di mia intera responsabilit.
Sono ugualmente grato agli amici bibliotecari dell'Universit di Roma La Sapienza Laura Zadra, Walter Mazzotta, Elisabetta Pizzimenti e Domenica Tirelli (Mimmi), per avermi permesso di consultare e studiare articoli scientifici e volumi non sempre di facile reperibilit. Senza di loro questo libro sarebbe molto meno documentato.
Un pensiero va anche al mio defunto maestro, Augusto Fraschetti, i cui insegnamenti continuano a giungermi attraverso le belle pagine dei suoi libri, nella convinzione che leggendo le mie avrebbe sorriso (o, perlomeno, mi piace pensarlo).
Infine, vorrei esprimere la mia pi viva riconoscenza a Luca, alla mia famiglia, agli amici, agli Sbimbs e a chi ci ha lasciati, per il costante supporto e, soprattutto, per l'affetto di tutti i giorni. In fondo,  l'affetto a muovere ogni cosa, anche la scrittura.
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Grazie.
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FINE.